Yuri Ancarani e ‘Il popolo delle donne’, alle radici della violenza di genere | Rolling Stone Italia
Uomini che odiano le donne

Yuri Ancarani e ‘Il popolo delle donne’, alle radici della violenza di genere

A volte basta poco per fare un film di grande impatto: dopo l'ottimo 'Atlantide', l'artista e regista è tornato a Venezia (alle Giornate degli Autori) con una lezione di Marina Valcarenghi, psicoterapeuta e psicoanalista. Un documento potente e necessario

Yuri Ancarani e ‘Il popolo delle donne’, alle radici della violenza di genere

Marina Valcarenghi, psicoterapeuta e psicoanalista in 'Il popolo delle donne' di Yuri Ancarani

Talvolta basta davvero poco per fare un film di grande impatto. Nel caso del Popolo delle donne un tavolo, una sedia e una donna che dice cose importanti con competenza e grande personalità. La persona in questione si chiama Marina Valcarenghi, psicoterapeuta e psicoanalista, docente di Psicologia clinica e di Psicologia degli aggregati sociali, presidente della Scuola di specialità in Psicoterapia LI.S.T.A. di Milano e dell’associazione VIOLA per lo studio e la psicoterapia della violenza, con una lunga serie di pubblicazioni dedicate allo studio dei comportamenti associati alle violenze sulle donne. Un argomento di tragica attualità e di cui si parla spesso molto male.

Yuri Ancarani, artista e regista che proprio a Venezia nel 2022 ha portato il suo primo lungometraggio, l’assai bello Atlantide, torna in Laguna un anno dopo, alle Giornate degli Autori, con questo film didattico di un’ora, una vera e propria lezione della dottoressa Valcarenghi al pubblico in cui spiega con precisione molte delle cose fondamentali da conoscere sull’argomento. Lo fa immersa in un luogo bellissimo, che contrasta e ammorbidisce la violenza di cui sta parlando, e il suo flusso viene interrotto per spiare un collettivo di giovani universitari impegnati a preparare uno striscione che scopriremo solo alla fine del film. Ancarani sentiva che era arrivato il momento di affrontare anche questo tema all’interno del suo percorso di videoartista, una carriera ultraventennale che lo ha portato in giro per il mondo alla ricerca di immagini da filmare, elaborare e poi mostrare. A questo film Yuri sembra già particolarmente legato, per tutta una serie di ragioni che ci ha raccontato.

IL POPOLO DELLE DONNE - Clip

Il popolo delle donne è un documento importantissimo nell’Italia di oggi, una lezione che tutti dovrebbero vedere. Da dove è nata l’urgenza di girare questo film?
È nata perché viaggio molto per lavoro e vedo il mio Paese con altri occhi e con una distanza che ti porta ad essere più obiettivo. In Italia ci si lamenta di qualsiasi cosa, anche se poi dall’esterno non si sente. Però poi c’è un argomento particolare, quello della violenza di genere, che è un grosso problema e su cui invece non si dibatte. E mi ero detto che prima o poi ci avrei dovuto lavorare. Ogni tanto ci pensavo e realizzavo quanto fosse complicato, perché è un terreno pericoloso dove qualsiasi cosa metti sul tavolo poi viene smontata. Poi ho capito che non poteva essere un film tradizionale di finzione, perché dalle mie ricerche mi sono reso conto che tutti i film che contengono uno stupro, per quanto le registe o i registi possano essere attenti, comunque non fanno che amplificare la morbosità dello spettatore. Quindi è intrattenimento. E lo stupro non può essere trattato come intrattenimento.

Come è avvenuto l’incontro con Marina Valcarenghi?
Marina mi ha fatto da consulente sul set di Atlantide. In quel film ho lavorato non con attori professionisti, ma con ragazzi giovani, anche minorenni, che insieme possono diventare branco. Lei mi ha dato gli strumenti per capire certi comportamenti, a me come a loro. A questi ragazzi si è quindi arrivati a parlare di stupro e omicidio. E quindi avevo capito che era arrivato il momento di lavorare su questo tema dando spazio proprio a Marina e alla sua ricerca.

Clip IL POPOLO DELLE DONNE. IL FILM, Yuri Ancarani

Il modo in cui riprendi questa lezione è molto interessante, l’utilizzo di diversi punti macchina danno la sensazione di essere in un’aula, anche se di rara bellezza. È un effetto semplice e immersivo.
Sì, è molto semplice perché l’esigenza era di mettere al centro Marina e fare in modo che lo spettatore si rendesse conto che lei sta parlando di cose che conosce bene. Quando oggi qualcuno si pone al centro di un prodotto audiovisivo, non è una persona che ti sta parlando di un argomento di cui è competente, ma semplicemente espone la sua opinione per avere riscontro, a qualsiasi costo. Questo è un grande problema, persone che parlano senza sapere cosa stiano dicendo è diventata la normalità. Quindi dovevo creare un plot audiovisivo che desse autorevolezza al personaggio, mentre parlava ti doveva guardare con questi occhi accesi, brillanti, pieni di vita. Per questo ho usato tre macchine per riprendere la lezione.

I co-protagonisti sono dei ragazzi, dei giovani: è la tua speranza per il futuro? Non tutto è perduto, abbiamo una generazione che può essere consapevole?
I giovani non sono il nostro futuro, sono assolutamente il presente, il mio interesse principale è per loro.

Come hai scelto la location? Mentre guardavo il film a un certo punto mi sono inconsapevolmente concentrato sui punti di fuga della prospettiva, mi sembrava di essere stato catapultato in un’opera rinascimentale.
Lavoro molto con sincronicità, coincidenze, intuizioni, quindi sembra che tutto nasca un po’ per caso. Ho chiesto a Marina dove voleva girare e lei mi ha detto che, se avesse dovuto scegliere un posto, sarebbe stato il chiostro della facoltà di Giurisprudenza dell’Università Statale di Milano, perché è un luogo che ha amato tantissimo e dove ha iniziato il percorso di militanza negli anni ’70. Quindi sono andato a fare un sopralluogo e mi sono accorto che il chiostro era occupato da un’associazione che si chiama Ecologia Politica. Quindi fanno ancora politica militante, lo spazio è stato autorizzato agli studenti quando c’era la pandemia, le università erano chiuse, ma in questo modo i ragazzi potevano continuare a studiare all’aperto. Poi è piaciuto così tanto che è rimasto così. Quindi abbiamo deciso di girare all’interno di un luogo che ha un’energia forte che continua a mantenere nel tempo per parlare del popolo delle donne come movimento.

La tua attività artistica è poliedrica, ma il tuo interesse nei confronti di una forma più cinematografica di immagine in movimento è sempre più forte. Cosa ti sta dando in più fare del cinema?
Parto dal fatto che l’Italia è sempre stato un laboratorio di idee. Da sempre. Da cui tutti hanno attinto. Sono state esportate, utilizzate da altri, quindi non dobbiamo dimenticarci di quello che secondo me gli italiani sanno fare al meglio, essere incredibilmente creativi. Quindi quello che sto continuando a fare è un po’ il contrario di quello che in verità succede, perché la maggior parte dei creativi italiani oggi sono molto conservatori, stanno sempre a guardare il passato, quello che si è già fatto. Supereremo anche questo momento brutto nel diritto della creatività, però io sento fortissimo il desiderio di sperimentare, anche stili di rappresentazione nuovi.

Il popolo delle donne e Atlantide sono due film che si integrano tra loro: è come se Il popolo delle donne fosse il corollario di Atlantide, lo si capisce molto bene da quello che insegna Marina, che non fa sconti, ma c’è un compatimento nei confronti degli uomini violenti. La domanda finale che ti faccio è questa: il dibattito attorno alla violenza sulle donne è sufficiente ed efficace oggi?
È un argomento di cui si parla tantissimo e molto male. E il modo di trattarlo che hanno i media italiani è terrificante, perché si dà spazio al punto di vista del marito della Meloni che non è un professionista, ed è un uomo obiettivamente in crisi. Chi ha visto Il popolo delle donne sa che è un uomo in crisi per quello che dice. E comunque come se ne parla? Se ne parla il giorno della festa della donna, nella giornata contro la violenza sulle donne, dando loro spazio e lasciando loro il diritto di lamentarsi. È un grosso problema, quindi era necessario che ci fosse una voce chiara, precisa, e Marina Valcarenghi è, in questo momento, la più esperta grazie alla ricerca di cui si è occupata per tutta la vita. È necessario ascoltare la sua bellissima lezione.