«Io faccio solo recitare degli attori». Così Vittorio De Sica sminuisce, col suo ghigno principesco e astuto, il suo lavoro. Dice che da una parte ci sono «i registi tecnici, i registi pittori»; dall’altra lui, un semplice «maestro di recitazione». L’intervista in cui lo dice è di parecchi anni dopo l’invenzione, con Rossellini, di un genere che sarà, a modo suo, tecnico e pittorico. Il neorealismo è stato più che far «recitare degli attori», anche se quello, visto che erano famigeratamente “presi dalla strada”, contava parecchio. Chiedete ancora oggi a qualsiasi regista di qualsiasi parte del mondo qual è il film che l’ha ispirato di più: nove su dieci vi risponderanno Ladri di biciclette – l’ultimo in ordine di tempo, stando al mio personale campione, è stato Panahi.
A differenza di Rossellini (e di tutti gli altri registi neorealisti meno canonizzati di loro due), De Sica era stato un attore. Un attore bello e popolare, amatissimo dal pubblico dei telefoni bianchi. Sarebbe rimasto un attore per tutta la vita, e l’avrebbe diretto – in un atto di generosità reciproca oggi impossibile, o in quella che si direbbe a tutti gli effetti una inception – pure Rossellini. Questa – l’aver recitato, l’essersi messo in scena – è la prima, sostanziale differenza.
Non devo stare a ricordarvela io, insieme a tutte le altre. Lo fa molto bene Vittorio De Sica – La vita in scena di Francesco Zippel, passato a Cannes Classics, in sala il 22, 23 e 24 giugno con Fandango. Vita e scena: sta tutto lì. Una vita, quella di De Sica, che è stata quasi più cinema del suo cinema. Anche questo tutti lo sanno (lo sapevano: oggi nessuno sa più niente. L’azzardo del casinò ma anche dell’avere una doppia famiglia, in quegli anni. I figli poi diventati celebri, ma anche il vezzoso ciuffo nero nei capelli bianchi, i paltò da gentiluomo, l’aria appunto da gran principe, fino alla fine.
Rossellini è stato celebrato in un bellissimo documentario (Roberto Rossellini – Più di una vita, ha vinto il David quest’anno) che era più radicale: per raccontare, anche lì, una vita fatta cinema (e, oltre ai film, le famiglie, i figli…), c’erano solo immagini d’archivio. Quello dedicato a De Sica è un doc più classico, con tante interviste però non sedute (nell’altra accezione del termine). I figli, i nipoti, ma pure Isabella Rossellini, Carlo Verdone, Eleonora Brown che fu la figlia della Loren nella Ciociara. E registi post-neorealisti come i fratelli Dardenne e Asghar Farhadi, e autori che apparentemente c’entrano poco con lui come Wes Anderson (anche produttore esecutivo) e Ruben Östlund, che però centrano il punto.
Dice Wes Anderson che, più di tutto, De Sica ha portato nel cinema una «visione del mondo» (che poi era un’idea di mondo) che prima non c’era. Di questa visione facevano parte i bambini, visti per la prima volta come personaggi (questa invece è dei Dardenne) e portatori di una morale però mai moralizzatrice. L’etica del cinema moderno l’ha brevettata un uomo moralissimo ma libero. Di fare e disfare, di innamorarsi, di fare il capocomico e il regista impegnato, di lavorare sempre come e dove voleva (anche, tantissimo, nel cinema popolare: lezione che avrebbe passato al figlio Christian, gigantesco attore su cui pesa ancora il pregiudizio di molti). Un uomo fatto di «ironia e dignità», come lo sintetizza (bene) il nipote Brando, regista pure lui.

Vittorio De Sica con Cesare Zavattini. Foto courtesy Fandango
Il resto è repertorio che però fa bene ripassare, sempre perché oggi nessuno sa più niente: Charlie Chaplin che era la sua stella polare, l’amore sul set con Maria Mercader, l’amicizia bisticciosa con Zavattini (fenomenale l’imitazione di Verdone), Umberto D. che è il suo preferito tra i suoi film (e anche «il più infelice» economicamente), i doppi pranzi di Natale, la doppia dynasty cine-esistenziale sempre coi Rossellini, la «sensibilità femminile» (qualunque cosa significhi) attribuita al prim’attore più maschio del cinema italiano di quegli anni, ma capace di ribaltare tutto.
La frase più lucida è di Isabella Rossellini, che è la più lucida sempre. Parlando di De Sica e di suo padre, dice che per tutto il mondo quei due, nel loro cinema, hanno detto «la pura verità». E poi scoppia a ridere: «Ma loro nella vita erano bugiardissimi!».
L’altra frase con cui invece De Sica si schermisce forse per simpaticissima posa, insieme a quella sugli attori, son forse le parole con cui si rivela davvero, e insieme rivela il suo cinema: «Nei miei film ho solo messo un po’ di bontà». Sentita oggi, suona come il suo vero atto rivoluzionario.











