Venezia 83, bilancio critico: con lo sguardo alle incongruenze e alle crepe del presente | Rolling Stone Italia
A Bit of Light

Venezia 83, bilancio critico: con lo sguardo alle incongruenze e alle crepe del presente

Partita con poche aspettative, questa edizione della Mostra ha dimostrato invece di essere sul pezzo come poche: guerra, totalitarismi, lavoro, colpe reali o imposte. E il corpo delle donne che diventa campo di battaglia

Venezia 83, bilancio critico: con lo sguardo alle incongruenze e alle crepe del presente

Kyung-gu (Ho-seok) e Jeon Do-yeon (Mi-ok) in 'Possible Love' di Lee Chang-dong

Foto: Joo Jae-bum/Netflix

Te lo ricordi Nanni in Vespa, in Caro diario? “Spinaceto pensavo peggio: non è per niente male”. Ecco: pure la Mostra del Cinema. Anzi. Cioè, ancora prima che iniziasse l’hanno massacrata di pregiudizi, illazioni e critiche preventive – poche star, troppi film italiani, nessun big –, poi finalmente si spengono le luci e scopri che non c’è un altro posto dove vorresti stare.

Partita con poche aspettative, l’edizione numero 83 ha dimostrato invece di essere sul pezzo come poche: personalmente, solo in concorso, conto più di dieci film molto buoni quando non ottimi, una gran voglia di dire e nessuna paura di confrontarsi con uno scomodo, spigoloso, a volte paradossale, status quo.

Perché, anche quando declinato al passato, lo sguardo della Mostra è sempre stato rivolto alle incongruenze, agli strappi, alle crepe, del presente. Là dove un multiforme discorso politico ha intaccato, spesso e volentieri, le fondamenta del privato. Guerra, totalitarismi, mondo del lavoro, fantasmi di colpe reali o solo imposte, inculcate. E il corpo delle donne – usato, umiliato, “misurato”  centimetro per centimetro – che diventa campo di battaglia nel film del Leone d’oro, Woman Unknown (sì ok, presidentessa di giuria donna che premia l’unica – o quasi – regista donna in concorso: vi prego, troppo facile – e superficiale – fermarsi a questo), là dove il desiderio femminile (ieri come oggi) è perennemente giudicato, sanzionato, e l’unico modo di sopravvivere per una donna all’ipocrita vendetta degli uomini è mandarne al rogo un’altra, in un cerchio infernale che non si spezza mai.

Woman Unknown new clip official from Venice Film Festival 2026 1/2

Se poi Pariser, folgorato sulla via del #metoo ci invita (debolmente, in realtà, con Un peu avant minuit), a chiedere scusa alle donne di cui ci siamo innamorati, anche quando il discorso si allarga il gusto prevalente resta quello del caffè senza zucchero. L’attualità esplode sullo schermo senza chiedere permesso in film come NAZA, lo scioccante documentario sulla pianificazione dell’orrore da parte degli israeliani a Gaza, dove le vittime civili, bambini compresi, sono solo “danni collaterali”, così come in A Bit of Light di Asgari, in cui la cieca violenza del regime spinge addirittura il protagonista  all’idea del suicidio.

Il gioco sporco di ieri si riverbera, fatalmente, sull’oggi: il regime sovietico di Dau (lezione di regia: soprattutto la prima parte) che divora sé stesso e costringe la scienza a piegarsi a un progresso di morte, ma anche la CIA dello strepitoso Wild Horse Nine (il nostro film del cuore) al servizio della big country che soffoca, allo stesso modo dell’ex (o non ex…) URSS, la democrazia. È un cinema intimamente politico quello che ci lascia in eredità Venezia 83, anche quando più scopertamente post traumatico: dal reduce del Vietnam del Mr. Nelson di Tsukamoto, sopravvissuto all’inferno per raccontare la propria mostruosità, all’Adriano Giannini di Ritorno a Buenos Aires che, uscito vivo dal Garage Olimpo, affronta oltre ai suoi carnefici anche i suoi demoni. 

A BIT OF LIGHT directed by Ali Asgari - First clip | Venice COMPETITION 2026

Il pubblico sconvolge il privato, il politico agita inevitabilmente la sfera personale: la famiglia – altro grande motore della rassegna come già era stato a Cannes – è salvifica in A Bit of Light, ma l’ambiguità morale dei nostri tempi rischia  di mandarla in mille pezzi in Bunker. E sul benessere della famiglia, come sullo stato della coppia, insiste anche il mondo del lavoro (che logora anche chi ce l’ha), grande protagonista del listone premi: se Possible Love di Lee Chang-dong resuscita la lotta di classe denunciando la disumanità aziendale, Un bon petit soldat di Brizé segue quello stesso solco, là dove nel dilemma tra virtù e profitto si rischia di smarrire sé stessi e il proprio ruolo di madre.

Ma in fondo il mito da spot della famiglia del Mulino Bianco (con tanto di Tarallucci sullo sfondo nell’ultima inquadratura) era già stato fatto implodere dallo Strippoli dell’Estranea e da Il fuoco che ti porti dentro che De Angelis ha tratto dal romanzo di Antonio Franchini. E per fortuna che ancora si possono elaborare i propri limiti e quelli di chi guarda (grazie ad esempio a I figli della scimmia, l’ottimo e rigoroso esordio di Tommaso Landucci, a Una storia e alla sua sottile inquietudine, e in parte pure a Scherzetto). 

UN BON PETIT SOLDAT - Bande-annonce [Le 25 novembre au cinéma]

Nella società che, involuta, trova altri modi di rappresentare, di raccontare, in una deriva vampiristica di cui subiamo gli effetti oggi (i tabloid in Ink, la tv di Primetime, il documentario morboso in Possible Love), il cinema raddoppia le sensibilità (le piccole, indimenticabili, mangaka di Look Back come pure le sorelle all’unisono di Bucking Fastard) e si interroga anche sullo stato della coppia, inseguendo un amore – da Succederà questa notte, il Moretti più romantico di sempre, a The Echo Chamber, che porta in calce anche la firma di Bertolucci – non sempre  (im)possibile. Si sopravvive, ingannando gli altri e sé stessi, anche alla colpa (The Basics of Philosophy), raramente agli ideali (La ragazza con la Leica): ma forse forse solo nel prendersi cura dell’altro, come in 15/18 (A Place to Heal), si cela l’ultima speranza dell’umanità. Nessun dolore? No, il dolore c’è, esiste, si propaga: ma forse almeno adesso gli possiamo dare un nome.