Oggi tutti sono notizia e non lo è nessuno, e però tantissime vite famose o famosine o del tutto irrilevanti vengono raccontate, un po’ perché lo possono fare con qualsiasi mezzo i diretti interessati (si nobilita l’attività chiamandola autofiction), un po’ perché tutti questi mezzi, piattaforme e piattaformine varie, vanno riempiti, e quelli restano i prodotti più economici da confezionare.
Ho visto il documentario più bello di tutti i tempi a Venezia alla presenza del soggetto del documentario stesso, e anche solo quello era il film nel film, il documentario più bello di tutti i tempi dentro il documentario più bello di tutti i tempi. In Sala Grande al Lido, pochi minuti prima che iniziasse The Last Emperor di Matt Tyrnauer, Valentino sapeva che la sua vita – o la parte di vita che stavamo per vedere – non era una vita come tante (cit.), e anche che lui non era notizia: le notizie sono qualcosa che troviamo nella realtà, lui era l’imperatore di un regno che con la realtà aveva poco a che fare.
Voglio credere che fosse anche consapevole del fatto che – ed è la cosa che rende per l’appunto quel film il documentario più bello di tutti i tempi – la reputazione è un’invenzione per gente debole o poco interessante. Se sei Valentino, potrai mostrarti per quello che sei – irascibile, capriccioso, sprezzante verso tutto e tutti – ed essere per questo ancora più amabile, ancora più venerato, e pure ancora più cinematograficamente rilevante.
Di Valentino si conosce tutto. Gli inizi hippie in quel tempo arbasiniano in cui la nobiltà si mischiava col popolo, la cultura coi rotocalchi, il bon-ton con la gayezza, e dunque si doveva disegnare l’abito per vestire quelle mode. Si conoscono le foto a Capri con Jackie Kennedy (pardon, Onassis). Si conoscono le amiche famose e i bisticci famosi. (Parlando di epoche ben meno fastose e rilevanti, vale a dire le nostre, mi ha sempre molto divertito il dress-gate con protagonista Anne Hathaway, molto amica di Valentino. Agli Oscar del 2013, da cui tornerà vincitrice, Hathaway ha in programma di indossare un vestito di Valentino. L’ha annunciato la maison stessa. Ma, narra la leggenda, Hathaway vede l’abito di Amanda Seyfried – un Alexander McQueen di pizzo –, lo trova troppo simile al suo e intima alla sua stylist di trovare una soluzione. Finirà per mettersi un Prada. Pagherei qualsiasi cifra per vedere la faccia di Valentino davanti a quel red carpet – forse consapevole del fatto che gli imperatori avevano ormai ceduto il passo agli stylist, e che aveva fatto bene a ritirarsi anni addietro).
Di Valentino si conoscono le case, i palazzi, i giardini. Si conoscono i carlini trattati come principi ben prima (e con altro gusto) di Paris Hilton. Si conosce il grande amore, che non ha mai avuto bisogno di coming out. C’era e basta, tenero e flamboyant, una coppia di adulti che stavano insieme da una vita, e in fondo chi se ne importa.
In The Last Emperor, c’è l’imperatore che decide di abdicare a sé stesso, ma quando si è imperatori mica si smette di comandare così d’un tratto. Valentino non è d’accordo su niente di quello che verrà dopo, vuol far saltare tutto comprese le ultime sfilate, tutto gli fa schifo, urla in continuazione alla troupe di smettere di filmare. Non gli piace più il mondo in cui gli è toccato recitare l’ultimo atto della sua vita, e allora decide di uscire di scena.
Quando si sfoga col suo Giammetti, passa dall’italiano al francese come se fosse un esperanto che nessuno conosce. O forse lo fa apposta. «Chéri, per favore, guarda che oggi scoppia una bomba qua dentro»: è Behind the Candelabra che incontra Succession. È una vita come nessuna: che bellezza.
Di Valentino si conosce il finale degli ultimi anni, molti anni dopo rispetto a quel film. Quella sera a Venezia, lui stesso forse non sapeva come sarebbe finita. Non sapeva che Valentino sarebbe tornato cool (scusate) grazie e anche a dispetto di lui, tra scarpe borchiate e piume in testa. Che da lì sarebbero passati i più grandi talenti della moda che stava per arrivare, da Piccioli a Michele; i più grandi talenti, filologi certosini di quella storia pazza e sublime, hippie e monumentale, ma mai imperatori. Perché era finito il tempo, perché era finito il film.
Quella sera a Venezia, Valentino non sapeva come sarebbe finita, ma sapeva di voler chiudere un’epoca – la sua epoca – quand’era ancora un impero, prima che diventasse solo notizia come le vite di tutti gli altri.









