‘Un po’ di luce’ è un piccolo grande film su quanto costa restare umani, e su cosa ci salva | Rolling Stone Italia
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‘Un po’ di luce’ è un piccolo grande film su quanto costa restare umani, e su cosa ci salva

Un medico di Teheran, punito per aver curato dei manifestanti, decide di farla finita e va a dirlo ai parenti. Ali Asgari l’ha girato tra Iran e Turchia mentre arrivava la guerra: è cinema di resistenza, ostinato e preziosissimo

‘Un po’ di luce’ è un piccolo grande film su quanto costa restare umani, e su cosa ci salva

Misagh Zareh (Arash) in 'Un po' di luce' di Ali Asgari

Foto: Seven Springs Pictures/Teodora

Questo è il tempo della disumanizzazione. Lo diceva ieri sera Anna Foglietta in sala, mentre presentavamo al pubblico il suo (bell’)esordio alla regia, Una storia: secondo lei è la diretta conseguenza di una profonda mancanza di conoscenza di noi stessi. «Come facciamo a provare compassione ed empatia per l’altro se per primi noi non abbiamo compassione ed empatia verso noi stessi?». Non sarà l’unica, ma credo sia una buona chiave per leggere questo momento terrificante. Vedi NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, Premio speciale della giuria a Venezia, che in questi giorni ha riempito i cinema raccontando, attraverso le testimonianze anonime di ventiquattro tra soldati e ufficiali dell’intelligence israeliani, come a Gaza si sia arrivati a stabilire quanti civili fosse accettabile uccidere per ogni obiettivo. Il titolo viene dall’ebraico nezek agavi, «danno collaterale»: la disumanizzazione ridotta a un numero.

Ecco, Arash (Missagh Zareh), il medico di Teheran protagonista di Un po’ di luce, il nuovo film del dissidente iraniano Ali Asgari, invece si conosce forse fin troppo bene: è un dottore, e in un mondo che gli vieta di prendersi cura (un mondo che poi è anche il nostro) non può più vivere, non così. Ha soccorso dei manifestanti feriti dalla repressione degli ayatollah e per questo l’hanno arrestato, gli hanno tolto l’abilitazione e chiuso lo studio. Così decide di farla finita, ma prima gli tocca la via crucis dei parenti: il fratello, le sorelle, la madre. A qualcuno regala le piante del suo appartamento, come si farebbe prima di un trasloco.

UN PO' DI LUCE - Trailer Ufficiale (dal 1° Ottobre al Cinema)

Potrebbe sembrare una premessa lacrimosa, ma chi conosce il cinema di Asgari sa quanto sia invece capace di disinnescare il ricatto emotivo. «Non voglio manipolare il pubblico con il pianto e cose del genere», ha detto il regista a Cineuropa, e al suo attore, ha raccontato a Variety, ha chiesto di tenersi il dolore dentro: «Voglio vederlo solo nei tuoi occhi e sul tuo volto».

Il resto lo fa la macchina da presa, che sta spesso davanti al parabrezza dell’auto, e qui scatta il gioco cinefilo: Kiarostami, Il sapore della ciliegia, il signor Badii che gira per le colline intorno a Teheran in cerca di qualcuno che lo seppellisca. Arash invece non cerca complici: sulla sua auto, tappa dopo tappa, salgono persone che non hanno nessuna intenzione di seppellirlo. Dopo la Vespa morettiana di Divine Comedy, stavolta Asgari mette tutti in macchina e, se vogliamo, il Moretti che si sente è quello della Stanza del figlio, citato dal regista stesso: una famiglia che si stringe attorno a un vuoto.

Foto: Seven Springs Pictures/Teodora

Il film è fatto di incontri brevi: la figlia di un paziente anziano che chiede aiuto, il nipote che recita in uno spettacolo clandestino dove l’attrice non indossa l’hijab. E poi la visita a uno dei ragazzi feriti che Arash ha curato e la vicina della sorella maggiore, a cui hanno ucciso il figlio durante le proteste e che, invece del funerale, per salutarlo gli organizza un matrimonio. «Metti il nastro adesivo alle finestre, Trump potrebbe colpire in qualunque momento, non c’è ancora l’accordo»: torna come un ritornello, un po’ battuta che vuole alleggerire e un po’ allarme, perché «in questo Paese ti svegli la mattina e non sai se arriverai a sera».

Un po’ di luce (in concorso a Venezia 83 e al cinema da oggi con Teodora) è un film piccolo, lucido e ostinato, girato in condizioni impossibili, e una testimonianza preziosissima su quello che sta succedendo in Iran. Asgari ha cominciato le riprese prima della guerra e ha portato a casa gli esterni; quando il conflitto è arrivato, si è spostato in Turchia, in case di iraniani espatriati. La sceneggiatura è scritta con Shadmehr Rastin (candidato all’Oscar per lo script di Un semplice incidente di Jafar Panahi), che a Venezia ha detto: «Nell’ultimo anno, tra il massacro inflitto al popolo iraniano e lo scoppio della guerra, siamo diventati un po’ intorpiditi». Il massacro è quello di gennaio, quando dopo settimane di proteste le autorità hanno aperto il fuoco sui manifestanti; il conflitto è quello arrivato a febbraio, con gli attacchi di Stati Uniti e Israele. «Viviamo in un Paese in cui qualsiasi cosa facciamo diventa una specie di atto politico», ha detto Asgari al Lido. «Il cinema è lo stesso: secondo me è un mezzo di resistenza molto potente». Il titolo, spiega, funziona così: nessuno può illuminare tutta la strada in un colpo solo, si va avanti un passo alla volta, accendendo le piccole cose della vita.

Foto: Seven Springs Pictures/Teodora

E l’idea di questa resistenza quotidiana nasce in una cucina. Asgari ha raccontato sempre a Cineuropa di essere andato a trovare sua madre a Teheran: fuori cadevano le bombe e lei continuava a cucinare, a preparare il tè. Ecco perché sullo schermo ci sono dettagli come una cipolla da grattugiare, un gatto da sfamare, e si balla pure: senza un po’ di convivialità, un film sul bisogno di restare vivi e uniti sarebbe una predica.

«Ci hanno detto che [i ragazzi che manifestavano] erano criminali, quindi non potevamo curarli», dice a un certo punto Arash alla sorella. Lui l’ha fatto comunque e ci ha rimesso tutto, perché non ci sta alla disumanizzazione, alla pietas trasformata in reato. Ed è qui che il film torna alle parole di Foglietta: Arash ha avuto compassione per tutti tranne che per sé stesso, e sono i parenti, uno dopo l’altro, a provare a restituirgliela. L’umanità che gli è costata tutto è la stessa che potrebbe salvarlo. «Restiamo umani», scriveva Vittorio Arrigoni da Gaza. E ora Ali Asgari lo ripete dall’Iran, sapendo bene quanto costa.