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Un festival di cinema in streaming al tempo del Covid? Noi l’abbiamo fatto (e vi diciamo com’è)

Ovvero: il Toronto Film Festival 2020, primo grande evento dell’industria di Hollywood e dintorni totalmente digitale. Meglio i link visti dal divano o il casino ‘vero’ di una volta? Al nostro inviato la risposta

Foto: Levi Stute/Unsplash

Il Toronto Film Festival 2020 è finito, rullo di tamburi, pacca sulla spalla, congrats virtuali, volti sorridenti e avanti il prossimo. Hanno appena annunciato i vincitori e, sprofondato nel divano, spossato dopo dieci giorni di visioni digitali, di fatiche, incazzature, maledizioni e delusioni inaspettate, mi dico che mi son fatto il primo festival dove non lo zoom ma Zoom regna sovrano, dove la piattaforma ha accreditato ben 3926 giornalisti internazionali. E ha fatto girare – quando funzionava il wi-fi – link per una sessantina di film, alcuni dei quali a disposizione solo di compratori e distributori (volevo vedere gli italiani Mi chiamo Francesco Totti e Notturno di Rosi, ma niente), che nonostante tutto hanno continuato a lavorare in silenzio per acquisire i titoli più contesi. Ovvero One Night in Miami di Regina King, fresca vincitrice di Emmy per WatchmenBruised (di una sempre splendente Halle Berry), Pieces of a Woman (con Vanessa Kirby tanto elogiata anche a Venezia), Another Round di Thomas Vinterberg (uno dei miei preferiti), Good Joe Bell con Mark Wahlberg… e sì, includiamo anche, per la sezione Midnite Madness, il disturbante e favolosamente inutile Shadow in the Cloud, acquistato per una cifra esorbitante.

Il TIFF20 è finito. Chi ha vinto? Statuetta e premiazione (virtuale) a Nomadland di Chloè Zaho, già Leone d’oro a Venezia 77, bello ma non eccezionale, proprio perché secondo me, nella descrizione bellissima, bucolica e romantica di questa tribù di boondocks, esclude a priori il racconto del vero lato negativo (leggi pericoli, trappole e dolori) di questi avventurieri del XXI secolo. Il TIFF20 è finito e mi ritrovo triste e contento allo stesso tempo, pronto a tirare le somme di questo evento. Di base, mi sono fatto l’intero festival in soggiorno, prima sul divano, nella classica combo “pantaloni del pigiama sotto + camicia e cravatta per le interviste video sopra” (finito poi in canotta e mutande per via dei 125 incendi che hanno colpito la California); e dopo in ufficio (di sera, per non disturbare la famiglia), in garage (seduto sulla Vespa), in cucina quando, nel momento clou del film, cliccavo STOP e giravo due spaghetti rigorosamente aglio e olio, prima di riprendere la visione del film steso sul letto, dopo un massaggio per alleviare il dolore da sedia anatomica.

Il TIFF20 è finito e ho deciso di soprannominarlo “the good, the bad and the ugly”, proprio perché la visione in streaming di 21 film, nove conferenze stampa, otto incontri Zoom e innumerevoli virtual talks non ha fatto altro che causare in me gioia, tristezza e depressione, mi ha lasciato insoddisfatto e con un principio di sciatica, iniziata durante la visione di Good Joe Bell e terminata con un slittamento del disco L1-L6 della colonna vertebrale, proprio mentre bestemmiavo guardando il carino, ma mai profondo, Concrete Cowboys, con quel figone pazzesco – parole di mia moglie – di Idris Elba, sullo schermo padre di Caleb McLaughlin, il ragazzino nero di Stranger Things adesso cresciuto esponenzialmente, sia come bravura recitativa sia nel fisico.

Il calendario delle visioni “a distanza” di Roberto Croci aka La Bestia al Toronto Film Festival 2020

Il TIFF20 è finito. Secondo classificato One Night in Miami, visto alle quattro di notte, mentre piangevo e mi giravo per rivelare a qualcuno le mie emozioni e i miei pensieri e… non c’era nessuno! Solo come un cane, ovviamente virtuale, perché se da un lato il festival in streaming ti dà libertà e totale controllo su film ed orari, dall’altro senti – te ne accorgi solo dopo qualche giorno di visione – la totale mancanza di rapporto umano che il cinema ti dà, anche se al buio, in una sala e seduto da solo. Anche se finalmente puoi elevare il concetto di multi-tasking mentre lavori e fai tre cose diverse, ti accorgi delle qualità che rendono il cinema unione di spiriti, di emozioni, di amore, di tutti quelli che sono generalmente riconosciuti come aspetti negativi tipici di una ressa – cinema e concerti – sono adesso il sale della vita: la fila, il passaparola degli addetti ai lavori (ai festival si sentono tutti critici), l’eccitazione all’inizio del film, il pop-corn o la coca cola rovesciata dal pirla del seggiolino accanto. In ultima analisi: good è la tecnologia, molto bad e ugly la mancanza di rapporto umano.

Il TIFF20 è finito. Cosa mancava? Mancava la cosa che conta più di tutte: the butterfly, il battito di cuore, quel momento in cui stai assistendo/provando qualcosa di magico, quel brusio, quella fragorosa risata o quel fiato trattenuto a stento. Tutti elementi che, in sede virtuale, vengono disgraziatamente rovinati dal figlio che entra nella stanza con il pannolino sporco, dalla connessione wi-fi che va a puttane sul più bello, dalla moglie che ti chiede cosa vuoi a pranzo. E mentre anch’io ero fervido sostenitore della visione da casa, dei link spediti via mail, e mi ponevo contro l’andare fisicamente dall’altra parte della città (da Venice Beach a Hollywood erano 1 ora e 45 minuti di traffico), ebbene adesso, conscio di ciò che ci aspetta (più film in streaming che al cinema, finché questo Covid avrà vita), mi permetto di urlare ai quattro venti l’importanza di fare i festival alla vecchia maniera, con la gente, con il caos di padiglioni e sale, con gli spettatori, con le guerre pubblicitarie degli Studios, con l’attesa di leggere i tweet della tale collega e di vedere che si magna a Venezia il tal altro, di sapere il nome del distributore e la data di uscita al cinema, di prendere il metrò, di salire e scendere di corsa le scale. Sentimenti, cose piccole ma importanti che, davanti allo schermo di un computer, non fanno crescere il cinema, e nemmeno lo aiutano a uscire dalla crisi attuale. Detto questo, egoisticamente parlando, fra poco comincia il New York Film Festival: non vedo l’ora di vederlo dal mio fucking divano.

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