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Un Fellini al museo

Come si fanno i musei del cinema? Alla domanda risponde (benissimo) il nuovo Fellini Museum di Rimini. Che non mette in mostra nemmeno una sciarpa rossa. E fa tornare la voglia di vedere i film

La domanda che nessuno (comprensibilmente) si pone, però nemmeno gli addetti cosiddetti ai lavori che invece dovrebbero: come si fa un museo del cinema? Finora quasi sempre così: un po’ di vecchi proiettori con di fianco la fotina del treno dei Lumière; tanti manifesti di quelli che si trovano pure ai mercatini; sceneggiature sotto teca a caso da Suso Cecchi D’Amico a Castellano e Pipolo; un portacipria attribuito a Marilyn, ma forse era di Valentina Cortese; eccetera eccetera.

Attorno a quella domanda si dibatteva nel weekend a La Settima Arte Cinema e Industria, tre giorni tra cinefilia e mestieri (organizzavano Confindustria Romagna e Università Alma Mater Studiorium di Bologna) che come quartier generale (scusate) aveva il Cinema Fulgor di Rimini, cioè quello riportato in vita da Dante Ferretti dove Fellini, quando ancora non era un aggettivo, andava a vedere i film.

Rimini e Fellini per sempre legati, pure troppo, non si fa un passo in città – sempre più lustra, efficiente, vitellona e operosa insieme – senza incappare in una rimembranza del genius loci. Per questo il Fellini Museum metteva un po’ d’apprensione. E non solo, così ci raccontano, alla più parte dell’indignatissima intellighenzia autoctona: un museo del cinema dentro il castello medievale, come osano! (Poi ci diranno l’uso migliore che si sarebbe potuto fare, oggi, di Castel Sismondo: tornei a cavallo? Banchetti con cacciagione a chilometro zero? Battaglie contro i draghi?)

Invece, buone notizie: al Fellini Museum, aperto da poche settimane, non troverete neanche un manifesto di . E men che meno la sciarpa rossa e il cappello di Federico sopra un manichino: sentitamente ringraziamo. Al Fellini Museum ci sono i film: il che è la principale risposta alla domanda dell’inizio. Ecco, forse i musei del cinema si possono fare se si comincia dai film, e non da quello che ci sta attorno.

Qui l’illustre, milanesissimo Studio Azzurro ha progettato il museo come se l’allestimento fosse esso stesso un’installazione. I video dondolano su altalene come sceicchi bianchi, la nebbia della Riviera è fatta di lenzuoli alla Strehler, una bambolona a foggia di Anita riposa dentro la stanza della Dolce vita, Marcello invecchia sui monitor come è invecchiato nei film di Federico.

Pare – e questa è l’ulteriore buona notizia – di essere dentro un museo davvero moderno, con un’idea di esposizione moderna, che dunque rende giustizia alla modernità (tuttora intatta) di Fellini, ridotto invece negli anni a simbolo per molti vuoto, ad aggettivo, a sciarpa rossa. Se a qualcuno, meglio se giovane – tra una specchiera che mostra i sontuosi costumi del Casanova e il reboot del défilé di Roma (abiti ecclesiastici originali, comprati dal figlio di una sarta di Cinecittà e restaurati dall’Opificio delle pietre dure di Firenze), tra un Libro dei sogni («Molte pagine originali sapete chi le ha? Vincenzo Mollica!») e una partitura (però mica vista: ascoltata) dei Clowns – dicevo, se a qualcuno vien voglia di rivedersi anche solo un film di Fellini, ecco: il risultato è raggiunto. E quella diventa la risposta alla domanda su come si fanno i musei del cinema, a cosa servono, hanno ancora senso di esistere. Forse sì, forse il divano Netflix non ha ucciso del tutto l’amarcord.

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