Ugo Tognazzi 100! 100! 100! | Rolling Stone Italia
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Ugo Tognazzi 100! 100! 100!

Il più figo di tutti? Forse sì

Ugo Tognazzi nella sua casa di Piazza dell’Oro a Roma, aprile 1965

Foto: Mondadori Portfolio via Getty Images

Ugo Tognazzi fa cent’anni, ma Ugo Tognazzi è sempre stato vecchio, e Ugo Tognazzi è sempre stato bambino. Ugo Tognazzi era il più bello di tutti senza essere il bello classico (Gassman), il bello moderno (Mastroianni), il bello come sono belli tutti (Manfredi). Ugo Tognazzi era bello nel piacionismo, nel menefreghismo, nel non volersi conformare a niente e nessuno. Ugo Tognazzi sembrava il papà di tutti, e di tutti era il figlio.

Ci si dimentica spesso di una cosa: Tognazzi, a un certo punto, è stato l’attore più importante del cinema italiano. Lo ripete sempre Pupi Avati: quand’era un giovane regista con un paio di film d’esordio massacrati da tutti, Tognazzi accettò temerariamente di fare il suo terzo (La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone), e Tognazzi «era l’attore più importante di tutti», appunto, poteva cambiare le carriere come, del resto, ha sempre cambiato la sua.

Tognazzi non era l’eterna maschera che doveva farci dimenticare di esserlo, per venire preso sul serio (Sordi). Tognazzi era maschera e prim’attore insieme, acrobazia che forse non è riuscita a nessun altro. Il film che lo dice meglio, o almeno prima di tutti, è Il federale, che segna un passaggio anche nel nostro cinema, dalla commedia all’italiana primigenia, quella che ha inventato il genere, a quella che sarebbe venuta poi, dell’età adulta e del disincanto. Non a caso, Il federale è un film-ponte diretto da un regista ancora oggi sottovalutato, o quantomeno mai messo tra i grandi maestri: Luciano Salce, che invece maestro lo era. (Cfr. anche il successivo La voglia matta, sempre con Tognazzi, uno dei film più belli sull’Italia del Boom, sulle maschere, in tutti i sensi, e la loro fine: nessuno, immagino, lo fa studiare nei corsi di Storia del cinema, schiacciato com’è, tra gli esemplari di quei primi anni ’60, dai Fellini, dagli Antonioni, dagli altri.)

Tognazzi è stato il più coraggioso nelle scelte di carriera, dicevo, soprattutto quello che “non esistono piccoli ruoli, ma solo piccoli attori”, e lui primeggiava anche solo con due passi di patetica danza alias il Baggini di Io la conoscevo bene (Pietrangeli), l’attore che nessuno voleva più (non l’avevano mai voluto) e che cercava disperatamente una scrittura: aveva solo quarant’anni e qualcosa, era già un vecchio.

Tognazzi, in quel momento, veniva da un triplete di titoli tra i suoi più belli – La vita agra di Lizzani, La donna scimmia di Ferreri (probabilmente la sua più grande scommessa vinta, tra gli autori su cui non avrebbe scommesso nessuno), Il magnifico cornuto sempre di Pietrangeli – ma ci credevi eccome che era uno sfigato, un poveretto, un logoro fallito lì a elemosinare un po’ di polvere di stelle.

Forse lui così ci si sentiva davvero, o forse era una leggenda astutamente alimentata insieme a tutte le altre: il cuoco provetto (o, come sostengono alcuni amici, ai fornelli era un cane?), l’egomane incurante degli altri (o, come dicono le cronache famigliari, era invece un uomo pieno d’amore?), il re delle supercazzole (o, come riportano tanti colleghi, era invece uno che faceva sempre sul serio?). Era sempre tutto vero, era sempre tutto falso.

L’importante era debordare, strabordare, sempre: fare Madame Royale (oggi lo lincerebbero su Twitter-piazza) anche se era il più maschio dei seduttori; ripetere nella Terrazza di Scola le domande che sembrava psicanaliticamente porre a sé stesso – «Fa ridere? Fa ridere? Fa ridere?», ma anche «Come fai a conservarti così vecchio?» – facendoci dimenticare che era proprio lui, sempre lui; vincere la Palma d’oro grazie all’intellò Bertolucci (La tragedia di un uomo ridicolo, quanta bellezza) negli anni in cui piazzava l’ennesimo sequel di Amici miei e poi diceva sì a Tinto Brass.

Tognazzi padre, Tognazzi figlio, Tognazzi uomo più ordinario di quanto, probabilmente, si creda e abbia fatto credere. La leggenda degli amori, della prole sparsa in giro per il mondo (e tutta notevolissima: Thomas, “il figlio norvegese”, è il produttore del bellissimo La persona peggiore del mondo di Joachim Trier, agli Oscar quest’anno), si scontra con il lascito serio, “normale”, incarnato dai tre figli italiani – Ricky, Maria Sole, Gian Marco – tutti deliziosi, cortesi, intelligenti, capaci di raccogliere quell’eredità pesante con ironia, misura, talento. (Si veda, su RaiPlay, il recente doc La voglia matta di vivere, diretto da Ricky e pieno di cose tenere e belle.)

Consiglio, per chiudere e per festeggiare questi cent’anni, un paio di film considerati minori che ho rivisto di recente sempre su RaiPlay: nell’incompreso Primo amore di Dino Risi è un altro Baggini, in certi momenti anche più straziante di quello vero (per modo di dire); nella Supertestimone di Franco Giraldi riesce, con Monica Vitti, a sollevare un copione stupidino, piazzando uno dei suoi farabutti più irresistibili, lui che farabutto non lo era per niente, era un finto cattivo, era il più buono di tutti.

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