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‘Tutta la bellezza e il dolore’: vita, arte e battaglie di Nan Goldin

Il documentario di Laura Poitras, vincitore del Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia, connette l’opera della grande artista e fotografa alla sua lotta contro la famiglia Sackler, rea di aver provocato la più grave crisi da oppioidi negli Stati Uniti. Ne esce un film commovente e necessario, oggi più che mai

Foto: I Wonder Pictures

Il titolo del nuovo documentario di Laura Poitras, All the Beauty and the Bloodshed (in italiano Tutta la bellezza e il dolore, nelle nostre sale dal 12 febbraio dopo aver vinto il Leone d’oro all’ultima Mostra di Venezia, ndt), viene da una cartella clinica occultata. È quella di Barbara Holly Goldin, sorella maggiore dell’artista e attivista Nan Goldin. Barbara si è suicidata nel 1965, dopo anni dentro e fuori dalle cliniche per via dei suoi disturbi mentali. Nan ha per molto tempo creduto che quella di sua sorella non fosse una malattia, ma che fosse piuttosto una donna “arrabbiata e sessualmente libera” negli anni ’60, nata da genitori – in particolare da una madre – che dovevano fare i conti con i loro stessi traumi. Genitori il cui impulso è sempre stato quello di reprimerla. Non esplorare, non spiegare, censura tutto. Quando, alla fine del film di Poitras, vediamo degli estratti dalla cartella clinica di Barbara, ci viene detto che il padre di Nan se n’è sbarazzato senza nemmeno guardarli. Goldin, quando ha scritto l’introduzione alla sua più celebre collezione di fotografie, The Ballad of Sexual Dependency (1986), ha affermato che la repressione ha giocato un ruolo cruciale nella progressiva distruzione di sua sorella. La repressione sessuale, per essere più precisi. È questa la repressione che aveva in mente. Quella repressione che avrebbe spinto suo padre a cercare di impedire la pubblicazione della stessa Ballad, anche per via di quelle esplicite accuse riguardo alla morte della sorella dell’artista. Quella repressione che ha spinto quella cultura facile alla censura a ridurre il lavoro di Nan Goldin a un compendio di droga e sesso – non di intimità, non al bisogno e all’impegno di catturare corpi e persone per quello che realmente erano, ma semplicemente droga e sesso come attitudini di cui la cultura ufficiale aveva paura; cultura che ha finito per definire pornografiche quelle opere, pur di avvalorare la sua tesi.

Tutta la bellezza e il dolore non è una condanna dei genitori di Goldin, e nemmeno dei suoi critici e detrattori; così come il suo lavoro non è mai stato una condanna di nulla. In questo film un nemico però c’è. Il documentario di Poitras è interessato a raccontarci Goldin sia come artista nel pieno della sua forza espressiva, sia come attivista che non ha mai smesso di lottare. L’impatto più forte del suo attivismo ha riguardato la crisi degli oppioidi, da cui Goldin è uscita come sopravvissuta. Nel 2017, Goldin ha fondato l’organizzazione Prescription Addiction Intervention Now (PAIN) per dimostrare la responsabilità della famiglia Sackler – fondatrice e proprietaria della Purdue Pharma e di Mundipharma – nella scellerata prescrizione di OxyContin e di altri oppioidi in grado di creare dipendenza.

È stata ispirata, in parte, dalle rivelazioni presenti nell’articolo di Patrick Radden Keefe sulla famiglia Sackler pubblicato dal New Yorker nel 2017, che definiva i titani dell’industria farmaceutica americana “l’impero del dolore” e che, nel primissimo capoverso, sosteneva come quella crisi non riguardasse i singoli individui, ma tutte le istituzioni. Goldin è un’artista acclamata, conosciuta in tutto il mondo per l’avanguardistica sincerità della sua fotografia; un nome che ha trovato casa nelle collezioni permanenti dei musei più prestigiosi del mondo. I Sackler sono una famiglia il cui nome condivide un posto di rilievo nelle istituzioni dell’arte. Puoi trovare il loro nome al Metropolitan di New York (l’Ala Sackler della collezione) ma anche, come elenca Keefe, “alla Sackler Gallery di Washington, al Sackler Museum di Harvard, al Sackler Center for Arts Education del Guggenheim, sempre a New York; all’Ala Sackler Wing del Louvre, oltre che in tutti gli istituti Sackler della Columbia University e in decine di altri atenei”. Quello che oggi è un furbo, per quanto egregio, impegno atto a ripulire la reputazione di famiglia è stato per molti anni incontrastato. La famiglia che ha guadagnato milioni di dollari con la vendita di oppioidi – “comprando” migliaia di medici, prima che ancora che i pazienti – si è costruita la propria immagine filantropica all’interno del mondo dell’arte, cioè il mondo di Nan Goldin. I suoi lavori erano presenti nelle collezioni permanenti di musei che ricevevano soldi dalla famiglia che l’ha quasi uccisa.

Se vi chiedete che cosa abbia spinto Nan Goldin a partecipare all’ultimo lavoro di Poitras – una regista premiata con l’Oscar per il documentario Citizenfour, su Edward Snowden, e altri film sullo stato di sorveglianza, l’industria militare e le malattie (stavolta in senso figurato) del governo statunitense – questa connessione con la famiglia Sackler rende tutto più chiaro. Tutta la bellezza e il dolore è senza dubbio un nuovo capitolo nel suo lavoro. I documentari di Poitras non sono mai stati solo sullo Stato americano; si sono sempre preoccupati di quelle che erano di volta in volta le nostre interazioni con quello Stato. Citizenfour, per esempio, è pieno zeppo di informazioni sulle strategie di sorveglianza della National Security Agency e sulla sostanza del materiale che Snowden ha diffuso. Ma il dramma centrale di quel film è l’impegno tormentato di Snowden in quanto tale, le precauzioni estreme che ha dovuto prendere e le legittime paure derivate dal suo tentativo di affrontare il regime di sorveglianza statunitense. I dati rivelati da quel film potranno forse scivolarvi addosso, ma la paura di Snowden, nascosto in una stanza d’albergo insieme alla regista e a un giornalista e pronto ad affrontare qualsiasi ignota conseguenza delle proprie azioni, non vi si leverà di dosso facilmente.

Tutta la bellezza e il dolore rivela la stessa tensione tra i singoli individui e un potere che sembra monolitico, e la tira fuori in modo ancora più scrupoloso ed evocativo. Dobbiamo ringraziare innanzitutto l’immenso corpus dell’opera di Nan Goldin. Il documentario è suddiviso in brevi capitoli, come alcune delle collezioni dell’artista, e ognuno si attiene a uno schema di base, ruotando attorno ai fatti semi-cronologici della vita di Goldin e alle sue fotografie ma anche al suo impegno con PAIN, dai sit-in di protesta nei più grandi musei alle riunioni per discutere la strategia dell’organizzazione, fino al processo virtuale, causa pandemia, con i membri della famiglia Sackler chiamati a testimoniare. Ci sono momenti che sembrano perfettamente in stile con i precedenti documentari di Poitras, come quando ci viene mostrato come alcuni membri di PAIN e il giornalista Patrick Radden Keefe vengano spiati da dei tipi sospetti dalle loro auto (la famiglia Sackler ha negato che tutto questo sia mai accaduto).

Ma il film è troppo immerso nella vita e nell’arte di Goldin per appartenere ai Sackler o alla crisi degli oppioidi. Al cuore della sua parte più biografica c’è la convinzione di Goldin che i ricordi sono difficili da tollerare. Questo è qualcosa che lei già sapeva dai tempi in cui la sua Ballad è stata pubblicata, dato che confessa che inizialmente aveva scattato quelle fotografie per far sopravvivere i suoi ricordi e registrare la sua vita quotidiana e le persone che la popolavano; prima di accorgersi che il suo lavoro le stava dando quella cosa che le mancava di sua sorella: non solo il ricordo, che inevitabilmente tendeva sempre a scolorirsi, ma una registrazione reale, materiale, “il senso tangibile di quello che era stata”. Se si confronta tutto questo con le persone presenti nell’opera di Goldin, le vite messe in luce, come quelle che passavano dal bar di Tin Pan Alley a Times Square, esistono come immagini e ricordi concreti. La metà di Tutta la bellezza e il dolore in cui Goldin ci accompagna nella sua vita attraverso le sue fotografie, che mettono in evidenza quei ricordi, sono uno scavo attentissimo non solo dentro quei luoghi ma anche nelle persone, gli amanti, i coinquilini e gli amici di tutti i generi che Goldin ha collezionato dalla giovinezza, quando è stata cacciata di casa, all’età adulta.

Ascoltiamo Goldin mentre parla dell’artista e performer Cookie Mueller, una figura centrale della scena artistica newyorkese degli anni ’80, o all’artista queer David Wojnarowicz, di Bette Gordon o di Vivienne Dick. Ci racconta dei locali di striptease di Paterson, New Jersey, o del suo breve periodo da sex worker (cosa di cui ha cominciato a parlare solo di recente). Ci racconta la prima volta in cui ha preso in mano una macchina fotografica e ci porta dentro le più scioccanti e dolorose immagini della sua Ballad, mostrandoci le sue ferite e il suo volto tumefatto dopo che il suo compagno dell’epoca, un uomo di nome Brad, l’aveva picchiata quand’erano a Berlino. Goldin rivela la verità di queste immagini con una chiarezza che le foto già posseggono (oltre a una grandissima forza). Ma inserirle dentro la narrazione è una questione a sé. Goldin lega tutte le immagini tra loro per rendere il discorso totalmente coerente. Quello che rende le sue fotografie così memorabili è il fatto che ci appaiono del tutto spontanee. La spontaneità di quello che il suo lavoro ha mostrato per anni è forse sconveniente, e anche difficile da contestualizzare nel contesto di un arco narrativo più ampio. Goldin sa benissimo tutto questo. Il modo che ha di mostrarci il suo mondo ci vuole continuamente ricordare la sua casualità, la stessa che univa quel gruppo di amici e amanti. Non si può ridurre tutto quello che vediamo a una sola cosa. “La gente ci ha sempre considerati delle persone ai margini”, dice l’artista. “A noi non è mai fregato niente”. Ai loro occhi, era il resto del mondo ad essere ai margini. Non stavano esibendosi, né volevano promuovere nessuna testi: erano semplicemente loro stessi. L’essenza della fotografia di Goldin di quel periodo sono persone che, ciascuna a modo suo, erano del tutto normali: normali perché erano loro stesse. Questa ordinarietà è ciò che paradossalmente rende l’opera di Goldin così straordinaria; è questa nudità, questa casualità, il dato di fatto con cui ci vengono mostrate la droga, le cicatrici, il sesso, la violenza.

Nan Goldin durante una protesta contro la famiglia Sackler. Foto: I Wonder Pictures

Ed è anche fortissima. Quando esplode l’epidemia da AIDS, lo sentiamo sulla nostra pelle. E sentiamo con commozione quello che manca in questo film: è un documentario con pochissime interviste, a parte quelle a Goldin, e la sensazione è che manchino perché molte delle persone coinvolte in questa storia non ci sono più. Chi cerca un modo per connettere le due “metà” di Tutta la bellezza e il dolore, può cominciare da qui: l’attivismo contro l’AIDS, al quale anche Goldin ha preso parte dalla fine degli anni ’80, e quello con PAIN, mutuato su organizzazioni come ActUp e volto a battersi per tutti colori che sono morti anche per colpa della negligenza del governo. Gran parte di questo documentario è su tutto ciò che non possiamo più riavere indietro, e su ciò che siamo stati fortunati ad avere quando c’era; e su tutto quello che l’arte preserva, casualmente oppure no.

Perciò, dal momento in cui il documentario di Poitras inizia a concentrarsi su PAIN e la sua lotta contro la famiglia Sackler, quella che ci sembra di guardare è una corsa contro il tempo. Goldin confessa che spesso ha utilizzato la fotografia come sublimazione dell’intimità; l’intimità famigliare, nella fattispecie, era ciò che a Goldin era mancato, e che doveva ricreare da sola. Il film ci costringe a confrontare la famiglia che ha creato lei stessa con la realtà delle famiglie che non sono la sua, genitori e fratelli che testimoniano la perdita dei loro cari; e, naturalmente, con la potentissima famiglia che ha giocato un ruolo determinante in tutta questa tragica storia. E per questo si arriva a un punto in cui chiamare i Sackler una famiglia suona quasi ironico, soprattutto se messo vicino alla difficilissima relazione di Goldin coi suoi genitori, i suoi interrogativi e il suo dolore nei riguardi della sorella, e il modo in cui quella famiglia presuppone una struttura che per lei è stata invece solo sé stessa, quando si è dovuta lasciare la sua famiglia alle spalle. È tutto molto straniante. Vediamo estratti dalle conversazioni tra i Sackler su WhatsApp a proposito delle proteste nei musei, semplici parole che non fanno che rendere i Sackler un’entità astratta e inumana. E poi siamo riportati indietro a un’altra famiglia tristemente reale: una figlia che si pone domande sulla sorella che non c’è più; genitori che raccontano la perdita dei loro figli per colpa della dipendenza da oppioidi; sopravvissuti all’AIDS che hanno perso la maggior parte delle persone che amavano.

I Sackler di questo film, per contro, non sono una famiglia. Sono un’istituzione; una forma di potere astratto e spaventoso. L’arte di Goldin, invece, sa che cos’è una famiglia. Il suo attivismo è fondato sulla perdita della famiglia, una perdita che la riporta continuamente alla morte della sorella, all’AIDS, e a tutti gli episodi della sua vita che la mettono in netto contrasto con le ricche e fredde istituzioni. Alla fine, è di questo che parla il documentario di Poitras. Il film si chiude con una sorta di vittoria: gli sforzi di Goldin per ripulire il mondo dell’arte dalla presenza dei Sackler sono ripagati. Ma non viene ridato indietro nulla di quello che si è perso. Possiamo guardare le immagini, esaminare le registrazioni, riportare in luce vecchi ricordi. Ma le domande restano. E con loro, la perdita.

Da Rolling Stone USA

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