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Trent Reznor e Atticus Ross: come suona il cinema di David Fincher

Dalla prima (‘The Social Network’) all’ultima (‘Mank’) collaborazione tra il duo di musicisti e il regista, storia della creazione di un sound rivoluzionario

Foto: Netflix

Esiste da sempre un elemento ricorrente che accomuna la maggior parte dei registi che hanno segnato la storia del cinema moderno: la figura dell’attore feticcio. Per attore feticcio si intende un attore/attrice che abbia lavorato a più film dello stesso regista e che incarni in pieno il suo stile e fine artistico. Questo stesso processo avviene anche per la rappresentazione sonora che un regista vuole dare ai suoi film, collaborando a stretto contatto con un unico compositore che possa tradurre in musica la sua cifra stilistica. Basti pensare a Bernard Herrmann, che collaborò sia con Orson Welles che con Alfred Hitchcock, o a Ennio Morricone per Sergio Leone. Ogni elemento sonoro è sempre coerentemente collegato.

Nei primi anni 2000 è nata una corrente di musicisti, estranea a quella che poteva essere la rappresentazione classica del compositore hollywoodiano, che ha dato vita a una nuova era per la musica nel cinema, dettandone le forme attuali. Fondamentale nella formazione di questa nuova via è stato, soprattutto, il connubio artistico che si è venuto a creare tra David Fincher e la coppia Trent Reznor e Atticus Ross. David Fincher, fin dai suoi primissimi lavori, ha dato fondamentale importanza al montaggio sonoro, e a tutti gli elementi acustici e di registrazione indispensabili alla costruzione di un sound design iperrealistico e ipnotico che fosse la cornice perfetta per i suoi film. Avvalendosi della collaborazione del sound designer Ren Klyce, sette volte candidato agli Oscar e coinvolto sin dal suo secondo film Seven, ha costruito un sound fortemente riconoscibile che coincideva perfettamente con lo stile e il contesto musicale da cui provenivano Trent Reznor e Atticus Ross.

Klyce, che si occupa del comparto sonoro a 360 gradi, vide nei due musicisti la possibilità di ampliare ulteriormente la scatola sonora del mondo narrativo di Fincher, proponendogli un nuovo progetto a cui il regista stava lavorando: The Social Network. Trent Reznor, fondatore e ideatore dei Nine Inch Nails, a differenza di Atticus Ross non si era mai cimentato nella composizione di musica per il cinema. Reznor aveva creato una nuova via per il rock degli anni ’90, aggiungendo elettronica e synth dal sapore industriale che poco si sposavano con l’idea della classica colonna sonora che da sempre aveva accompagnato le immagini sul grande schermo. Quindi, come raccontato in un’intervista rilasciata a IndieWire, per Reznor e Ross fu inizialmente un vero trauma approcciarsi alla composizione della colonna sonora di The Social Network, sia perché rappresentava il primo lavoro di Reznor nel cinema, sia perché non avevano ancora compreso appieno cosa Fincher cercasse nella loro musica, considerando che si trattava di un film con un base di dialoghi preponderante (la sceneggiatura è di Aaron Sorkin) in cui il suono doveva essere parte secondaria al fine narrativo.

The Social Network s’interrogava sulle origini di Facebook e sul personaggio centrale che aveva dato vita a tutto questo, Mark Zuckerberg, nascosto nella sua misteriosa ed enigmatica vita. Un’analisi approfondita di un creativo insoddisfatto e maniacalmente brillante. Trent Reznor ed Atticus Ross iniziarono a soffermarsi sull’aspetto psicologico e sociale di Zuckerberg antecedente Facebook, e fondamentale nella loro analisi fu la composizione del primo brano Hand Covers Bruise. Utilizzando quelli che erano gli stilemi di una composizione classica per il cinema, come la presenza di un ostinato che fa da base all’armonia, ne ribaltarono il fine, puramente musicale, congiungendolo con i suoni ambientali. Zuckerberg è appena stato lasciato dalla sua ragazza e cammina per il campus di Harvard; qualche minuto dopo darà vita all’idea primordiale di Facebook (Facesmash), elemento che cambierà per sempre la nostra società e la sua vita. La musica, di cui si sente indistintamente un piano martellante in lontananza, riecheggia di noise e rumori ambientali che raccontano lo stato emotivo cangiante del protagonista. Il ronzio della città scompare per lasciare spazio alla mente in disordine di Zuckerberg. Trent Reznor qualche anno dopo dirà: «Questo ha cambiato tutto. È stato rivelatore. Il film è diventato vivo, la scena si è animata e siamo rimasti sbalorditi. Abbiamo iniziato a scendere nella tana del coniglio per spingere e perfezionare quelle idee».

Il film, oltre ad analizzare la nascita di Facebook e la formazione del personaggio Zuckerberg, indaga sull’élite tossica di Harvard e sui personaggi che la abitano, incarnati perfettamente dai gemelli Winklevoss, che entrano in contatto con Zuckerberg per proporgli l’ideazione di una piattaforma social che potrà essere utilizzata solamente da studenti del college: Harvard Connection. Reznor e Ross, mettendo in scena la loro sconfitta sia come rappresentanti di Harvard nella gara canoistica Henley Royal Regatta sia come studenti modello dell’establishment americana ideatori di un social network a dir poco “rivoluzionario”, rimodellano e reinterpretano In the Hall of the Mountain King del compositore Edvard Grieg. Trattandosi di un’opera del 1876, i due musicisti, sembrano voler comunicare, con il loro remodel, l’avvento di una nuova via di comunicazione che “distruggerà” sia l’élite di Harvard, a favore di un reietto considerato al di fuori di quel contesto dorato, sia l’affermazione di un nuovo modo di fare musica per il cinema da parte di due compositori apparentemente poco adatti a questo contesto.

La colonna sonora di The Social Network segna un vero spartiacque nel mondo della musica per il cinema, modificandone per sempre la forma e l’espressione. Trent Reznor e Atticus Ross vinceranno il premio Oscar per la loro prima colonna sonora, operazione riuscita solamente ad altri quattro compositori: Bernard Herrmann, Joe Renzetti, Michael Gore e Prince. La musica composta per The Social Network costituisce la base fondamentale per le successive collaborazioni che legheranno ancor di più David Fincher ai due compositori. Come Millennium – Uomini che odiano le donne e L’amore bugiardo – Gone Girl.

Dal 4 dicembre, concluso anticipatamente il progetto Mindhunter, David Fincher è su Netflix col suo nuovo lungometraggio, Mank, incentrato sulla figura dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz, ingaggiato per la stesura di uno dei più grandi film della storia del cinema, Quarto potere di Orson Welles. Per la colonna sonora non potevano che essere coinvolti i suoi compositori feticci. Mank, ambientato negli anni ’30, ripercorre l’età dell’oro del cinema hollywoodiano, arricchito dalla nascita del sonoro e dal costante bisogno del pubblico di distrarsi dalla propria realtà quotidiana causata dalla grande depressione del 1929. In questo contesto così florido per l’industria cinematografica si muove Mankiewicz, ex drammaturgo e giornalista newyorkese che si avvicina per la prima volta al mondo della sceneggiatura. Se pur ben inserito nel contesto cinematografico, il suo genio autodistruttivo lo porta a esaurire tutte le opportunità che gli vengono sottoposte. Solamente un giovane regista al suo primo lavoro, Orson Welles, gli darà l’opportunità di scrivere l’opera più importante della sua vita, liberamente ispirata dalla figura di uno dei personaggi più influenti di quegli anni: l’editore William Randolph Hearts.

L’idea per Mank arriva da molto lontano e lega a doppio filo la formazione cinematografica di David Fincher e il lavoro di suo padre, Jack Fincher, giornalista e scrittore indipendente. Fincher vide per la prima volta Quarto potere durante la sua adolescenza, e successivamente fu incentivato dal padre a leggere un saggio della critica cinematografica Pauline Kael, dove veniva riportata l’analisi secondo cui l’unico sceneggiatore del film fosse stato Mankiewicz, senza alcun apporto di Welles. Partendo da questo presupposto, Jack Fincher iniziò a scrivere la sceneggiatura per un film che voleva mostrare il rapporto tra Mankiewicz e Welles, raccontando, sullo sfondo, lo sviluppo e gli intrighi della Hollywood in fermento. Per David Fincher, il film doveva essere girato in bianco e nero, e rispettare fedelmente gli standard e lo stile di quegli anni, soprattutto dal punto di vista sonoro e musicale.

Nel 1938 – come riportato nel saggio A Brief History of Early Motion Pictures Sound Recording and Reproducing Practices, redatto da uno dei più celebri ingegneri del suono di Hollywood, John Kennet Hilliard – i cinque più importanti Studios (Warner Bros., RKO, Fox, M.G.M. e Paramount), con il supporto del Research Council of the Academy, organizzarono dei corsi di formazione per i propri dipendenti incentrati sulle nuove tecniche di registrazione e riproduzione del suono. Ciò divenne necessario in quanto non venivano ancora offerti corsi formali sulla registrazione del suono nelle istituzioni educative. Nello stesso anno, l’Academy pubblicò un libro intitolato Sound Motion Picture Re-cording and Reproduction, che comprendeva le tecniche indicate dagli otto principali staff degli Studios, dove vennero tracciati i dati acustici da utilizzare per la riproduzione sonora nelle sale e la potenza elettrica richiesta per teatri di diverse dimensioni. La resa sonora di Mank parte proprio da questi primissimi esperimenti acustici, che formavano la base della colonna sonora primordiale.

Studiando l’analisi spettrale della colonna sonora di Quarto potere, che disponeva di un team di tecnici del suono di grandissimo livello, Ren Klyce ne ha replicato il tono e l’atmosfera patinata, derivante dalla resa mono dell’audio. Fondamentale è stato anche l’utilizzo della tecnica rumoristica, con l’incisione degli effetti sonori direttamente sulla pellicola, come i celebri fuz riprodotti dai telefoni dell’epoca che disponevano di un riverbero naturale. Lo stesso procedimento è avvenuto per la registrazione della musica composta da Reznor e Ross, che per la prima volta si cimentavano nella scrittura per orchestra. La Hollywood degli anni ’30 vide per la prima volta un cambio repentino nello stile musicale cinematografico, passando dal romanticismo, dove si prediligeva la melodia e una struttura musicale accessibile, a nuove sperimentazioni minimaliste e jazzistiche.

Due dei compositori più influenti di quegli anni furono Bernard Herrmann e Henry Mancini, entrambi coinvolti da Orson Welles nei suoi lavori. Per Reznor e Ross sono stati principale fonte di ispirazione, per unire le due anime musicali presenti nei film di Welles e rappresentare la cifra sonora dei due compositori. Per questo la musica, che esercita anche il ruolo di commento sonoro così come avveniva in quegli anni, risente sia dell’impostazione minimalista e ipnotica di cui Hermann fu maestro, con la ripetizione continua di brevi motivi, sia delle sonorità jazzistiche e latine portata in scena per la prima volta da Henry Mancini nel piano sequenza iniziale dell’Infernale Quinlan di Welles. L’evoluzione della loro collaborazione artistica li sta spingendo sempre di più verso nuovi orizzonti creativi. Il percorso iniziato per creare un netto cambiamento e un contrasto rispetto a quello che era il linguaggio cinematografico degli anni 2000 torna con Mank al passato. Per attualizzare e rendere onore a quelle tecniche per quegli anni quasi avanguardistiche, che diedero vita all’epopea di Hollywood.

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