Ditemi il nome di un attore che sia più popolare, più importante nel panorama internazionale di lui: Thomas Jeffrey Hanks, 70 candeline oggi, ed entrambi i piedi ben piantati dentro la storia del cinema. Se l’è guadagnato portando sul grande schermo qualcosa di unico, e guardare al suo percorso, cominciato nel 1980, significa confrontarsi con un interprete che ha saputo imprimere un cambiamento enorme anche nella rappresentazione dell’universo maschile. Tom Hanks ha sempre rappresentato il meglio, o comunque ciò che si suppone sia stato tale, della società americana.
Figlio di un cuoco e di un’infermiera, comincia con piccoli ruoli in serie televisive. Non ha muscoli, mascella scolpita o sguardo da seduttore, ha solo un talento e una presenza diversa dalle altre. Diventa dalla sera alla mattina il nuovo volto dell’industry grazie a Splash – Una sirena a Manhattan di quel Ron Howard con cui darà il via a un sodalizio artistico importantissimo. Tom Hanks è un’anomalia in quel decennio, tutti se ne accorgono subito.
Gli anni ’80 erano gli anni del reaganismo cinematografico, di divi muscolari come Sylvester Stallone, Arnold Schwarzenegger, Bruce Willis, di Tom Cruise in sella a moto e aerei, di Richard Gere che fa impazzire ogni donna. A tutti loro, invece, Tom Hanks contrappone una mascolinità diversa, fatta di sensibilità, ironia, profondità, ma soprattutto di tanta, tantissima umanità. Nessuno come lui saprà commuovere e divertire, muoversi attraverso i generi più disparati, ma sempre rivendicando il rappresentare l’americano della porta accanto, l’uomo normale che deve vedersela con avversità, drammi o sfide quotidiane. Lo farà con una capacità unica di essere credibile, o meglio ancora verosimile, facendo sfoggio di un trasformismo anche fisico a dir poco estremo. Attore raffinatissimo ma scevro da ogni protagonismo, si distanzia subito dall’ondata di nuovi sex symbol e divi da copertina che si riversano su Hollywood negli anni ’90.
C’è, e se n’è parlato spesso, un profondo legame tra ciò che Tom Hanks è dentro e fuori dallo schermo e ciò che sono stati attori come Henry Fonda, Gregory Peck, James Stewart. Il tempo li ha divisi, ma li accomuna l’essere portatori di speranza, degli ideali più puri, importanti e universali dell’America, quell’America fatta di sogni, possibilità, ma soprattutto calore, quella che tutti (una volta) amavamo. Ma tutto questo non lo porterà mai verso scelte facili, al contrario. A guardare l’elenco dei suoi film più importanti, si rimane sorpresi non solo dalla varietà, ma anche dal rischio in essi contenuto. Big, Ragazze vincenti, Philadelphia, Forrest Gump, Salvate il soldato Ryan, Era mio padre, Cast Away, The Terminal, Il codice da Vinci… sua la voce di Woody in Toy Story, da fine anni ’90 diventa anche produttore, regista, sceneggiatore.
Tom Hanks ha creato collaborazioni storiche con registi, come il già citato Howard, e Steven Spielberg, Jonathan Demme, Sam Mendes, i fratelli Coen. In lui l’industry americana ha avuto il simbolo di quella via di mezzo tra autorialità e Major che ci regalò capolavori divenuti patrimonio universale. Su ognuno di quei titoli c’era il suo sorriso, il suo sguardo, il suo nome. Tom Hanks, con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, ha rappresentato il meglio degli anni ’90 soprattutto, quelli in cui tutti sogniamo di tornare a vivere, quando dominava un ottimismo di cui lui era il portatore universale sul grande schermo. Alcuni flop in carriera, ma si contano sulle dita di una mano, e nessuno in grado di mettere in discussione la sua importanza, in un cinema che ha detto addio alla santità delle celebrità, al loro rappresentare il meglio di ciò che vorremmo essere. Tranne che in lui, ovviamente.
Oggi, a settant’anni, Tom Hanks è lì a ricordarci che l’America è stata e potrà essere in futuro qualcosa di diverso rispetto a ciò che abbiamo sotto gli occhi ora. Mai fatto mistero dell’essere un democratico e un liberale, ma non per questo ha risparmiato critiche al suo fronte politico o ha mai preteso di fare la morale. Nessuno si è mai azzardato a criticarlo per le sue idee. Anzi, secondo un recente sondaggio del Daily Mail, gli americani lo ritengono il volto dell’America, vera o fittizia che essa sia ai nostri occhi europei. Tom Hanks è ancora oggi tutto ciò che amiamo nel cinema americano, in un certo cinema, accessibile ma non banale, profondo ma non pretenzioso. Alcuni film sono diventati ciò che tutti amiamo solo perché era lui il protagonista. Ci ricordava quanto sia difficile avere una vita da uomo normale, non da supereroe o chissà chi.
Tom Hanks è stato tanti uomini diversi, costretti a misurarsi con la guerra, il dolore della perdita, la paura, la malattia, la solitudine, le forze della natura o l’emarginazione. Ogni sua parola, ogni suo sguardo, abbiamo sempre sentito che ci rappresentasse in pieno. Ci sono nomi che gli possiamo mettere davanti in termini di bravura, nella classifica dei più grandi attori americani: Brando, De Niro, Nicholson, Pacino o Washington… ma nessuno di loro è diventato il totem di una nazione. Tom Hanks lo ha fatto rimanendo lo stesso, continuando, in un’epoca tecnocratica, a mettere al centro l’uomo, i princìpi irrinunciabili, la necessità di usare l’empatia ogni giorno. Due Oscar su sei nomination, forse un paio in più potevano anche starci; certo li conquistò quando l’Academy aveva ancora una credibilità, la luce del mito. Tom Hanks è e rimane uno di quegli attori capaci di ricordarci sempre cosa conta nella vita, perché il cinema è così importante: attraverso la finzione, ci dà speranza per affrontare la nostra piccola realtà.















