Toglieteci tutto, ma non Javier Bardem | Rolling Stone Italia
El ser querido

Toglieteci tutto, ma non Javier Bardem

L'attore spagnolo, 57 anni, viene da un anno pazzesco tra 'Cape Fear', 'El ser querido' a Cannes e, a settembre, 'Bunker' a Venezia. E usa i riflettori guadagnati per puntarli dove conta. Difficile chiedere di più a un divo

Toglieteci tutto, ma non Javier Bardem

Javier Bardem nel 2024 a San Sebastian

Foto: JB Lacroix/WireImage

Cape Fear è a mani basse il mio film dell’estate (un saluto a Nolan), e Javier Bardem il suo profeta. Sì, lo so, parliamo di una serie, ma la definizione di film è voluta. A inizio giugno su Apple TV debuttavano i primi due episodi di un’operazione potenzialmente sacrilega: prendere un noir starring Robert Mitchum del 1962, rifarlo con De Niro nel 1991 in una delle sue prove più leggendarie, e poi rifarlo ancora, stavolta in dieci episodi, con Scorsese e Spielberg come executive producer a benedire la baracca. Sulla carta poteva sembrare un remake di troppo e invece, arrivati alla fine (con calma, direte voi, ma tant’è), è chiaro che è il colpaccio di questa lunga estate calientissima.

L’attore spagnolo, 57 anni, eredita il ruolo di Max Cady, il predatore uscito di galera che Mitchum interpretò con ghigno pulp e De Niro trasformò in un animale biblico coperto di tatuaggi e citazioni scritturali. Ecco, la versione di Javier toglie. Certo, i tatuaggi li ha anche lui (un Mietitore sulla schiena, una fila di occhi disegnata da Scott Campbell) ma la voce no: messa da parte l’oratoria biblica che De Niro srotolava a memoria, il terrore qui passa dal silenzio. Il suo Cady fa paura per quello che non dice, per quello sguardo che sembra sempre calcolare la mossa successiva. Un confronto con Bob magari sembrerà esagerato, ma il personaggio di Bardem potrebbe anche aver scavalcato quello di De Niro, di certo quel suo mix di carisma e rabbia compressa è il migliore possibile per questo nuovo adattamento del romanzo The Executioners di John D. MacDonald.

Cape Fear — Official Trailer | Apple TV

Ed è solo l’entrée di un anno che consegna a Bardem altri ruoli da mettere in fila come un curriculum del terrore domestico e politico. A Venezia 83 Javier porta in concorso Bunker, il nuovo film di Florian Zeller, drammaturgo francese premio Oscar per la sceneggiatura di The Father, qui al suo terzo lungometraggio da regista, dopo The Father (appunto) e il meno riuscito The Son. Il soggetto: un architetto accetta di costruire un bunker per un miliardario, e il matrimonio con la moglie non sopravvive indenne al progetto. Zeller lo ha scritto pensando esplicitamente a Bardem e Penélope Cruz: sposati da sedici anni, tornano insieme al centro di un thriller psicologico che parla, neanche troppo velatamente, di quello che resta di una coppia quando la paura si installa in casa. Le riprese sono avvenute per lo più a Madrid, con un supplemento londinese, l’ottanta per cento dei dialoghi è in spagnolo, il cast di contorno comprende Stephen Graham, Paul Dano e Patrick Schwarzenegger, la colonna sonora porta la firma di Volker Bertelmann (già premio Oscar per Niente di nuovo sul fronte occidentale).

Prima però c’è stata Cannes: a maggio Bardem è arrivato in Costa Azzurra con El ser querido (The Beloved) di Rodrigo Sorogoyen, il regista di Il regno e As bestas – La terra della discordia, uno che con i ritratti del potere maschile spagnolo ci sa fare da anni. Bardem interpreta Esteban Martínez, regista di culto tanto per i suoi film quanto per un passato segnato da violenza ed eccessi, che offre alla figlia Emilia (Victoria Luengo) un ruolo nel suo nuovo progetto con la scusa di rilanciarle la carriera d’attrice. Il set diventa il luogo dove si ricuce una vicinanza perduta e si riaprono ferite mai davvero chiuse: un melodramma padre-figlia che è insieme dissezione del genio creativo maschile e riflessione metacinematografica sull’atto di filmare.

EL SER QUERIDO | Tráiler Oficial | 26 DE AGOSTO SOLO EN CINES

Più che il film (che vedremo prossimamente), è stata la conferenza stampa a diventare un caso, perché Bardem l’ha trasformata in una dichiarazione pubblica sulla mascolinità tossica che ha fatto il giro del web: «Credo che tutto derivi dalla cattiva educazione che abbiamo ricevuto per molto tempo». L’attore spagnolo ha detto che viene da «una nazione molto machista» dove «c’è una media di due donne al mese uccise dai loro ex». Quel problema, ha aggiunto, si estende anche a Trump, Putin e Netanyahu: per dimostrare «chi ha gli attributi più grossi» dicono «ti bombarderò fino a farti fuori», un comportamento maschile tossico che sta creando migliaia di morti. Su Gaza non ha usato giri di parole: «Che sia stato commesso e si stia ancora commettendo un genocidio è un fatto». E ha spiegato anche che non teme ripercussioni sulla sua carriera a Hollywood per le sue dichiarazioni: «Mia madre mi ha insegnato a prendere posizione anche quando si ha paura». Toglieteci tutto, ma non Bardem. E non è la prima volta che chiude la bocca a chi fa domande sessiste: sempre a Cannes, otto anni prima, per Tutti lo sanno di Asghar Farhadi, a un giornalista che gli chiedeva come ci si sentisse a essere “l’unico uomo al mondo a cui piace lavorare con la propria moglie” (con Cruz seduta accanto) rispose secco: «La domanda è di pessimo gusto». Standing ovation. Tornando al 2026, ha poi aggiunto un pensiero, tutt’altro che scontato per un attore in promozione, sulla fusione tra Paramount e Warner Bros: chi controllerà l’informazione in un panorama sempre più concentrato in poche mani?

Il palco degli Oscar, a marzo, è un altro capitolo della stessa battaglia: presentando il premio al miglior film internazionale, Bardem ha aperto con “No alla guerra e Palestina libera”, raccogliendo un’ovazione della sala. Sul bavero portava due spille: una con la scritta “No a la guerra“, la stessa che indossava più di vent’anni fa contro il conflitto in Iraq, e una con Handala, il bambino col mantello simbolo dell’identità palestinese disegnato da Naji al-Ali. Agli Emmy del settembre 2025 si era presentato con la kefiah, definendo già apertamente quanto accade a Gaza un genocidio e citando le conclusioni della International Association of Genocide Scholars. Ha sostenuto pubblicamente Film Workers for Palestine, il movimento che promuove il boicottaggio delle istituzioni cinematografiche israeliane che, a suo dire, sono coinvolte in genocidio e apartheid, specificando (con la cura semantica di chi sa che ogni parola verrà sezionata) che il boicottaggio colpisce le aziende responsabili, non gli individui.

Chi segue Bardem da più di trent’anni sa che la sostanza sotto la superficie mediatica c’è sempre stata. Debutta poco più che ventenne in Prosciutto prosciutto di Bigas Luna nel 1992, accanto a una diciottenne Penélope Cruz al suo primo film: tra i due, all’epoca, “chimica evidente” ma niente di più. Si ritroveranno sedici anni dopo sul set di Vicky Cristina Barcelona di Woody Allen, a interpretare una coppia divorziata che litiga e si desidera in scena, e stavolta la scintilla si accende sul serio anche fuori campo. Cominciano a stare insieme nel 2007, si sposano in segreto alle Bahamas nel luglio 2010, arrivano due figli, Leo nel 2011 e Luna nel 2013.

Nel mezzo, una carriera nella serie A (per entrambi, anche se qui parliamo di lui). Primo spagnolo candidato all’Oscar, con Prima che sia notte di Julian Schnabel nel 2000 (Reinaldo Arenas, poeta cubano perseguitato); primo spagnolo a vincerlo, nel 2008, da non protagonista, per Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen, dove il suo Anton Chigurh, con pettinatura a caschetto improbabile e pistola a bombola d’aria, mentre fa testa o croce per decidere chi vive, è diventato uno dei killer più citati nella storia del cinema americano. Altre due candidature da protagonista sono arrivate con Biutiful di Alejandro González Iñárritu (2010) e con A proposito dei Ricardo di Aaron Sorkin (2021), dove vestiva i panni di Desi Arnaz accanto alla Lucille Ball di Nicole Kidman. E poi Mare dentro, sul diritto all’eutanasia, Skyfall, dove Silva, il suo cyber-terrorista ossigenato, resta uno dei villain più inquietanti della saga di Bond, fino a I lunedì al sole, solo per citarne alcuni. In attesa di Dune – Parte 3 a Natale.

Javier Bardem in Non è un paese per vecchi

Foto: Universal Pictures

Da trent’anni lo pagano per interpretare l’uomo più spaventoso della stanza (Cady, Chigurh, Silva, e ora anche il patriarca tossico di Sorogoyen) e più diventa credibile nel ruolo del mostro sullo schermo, più si spende, senza sconti, per dire che i veri mostri sono altrove: nell’educazione machista, nei palazzi del potere, nelle liste di proscrizione non scritte, nei bombardamenti che altri preferirebbero non nominare. Il talento per interpretare la paura e il coraggio di nominarla, nello stesso corpo. Difficile chiedere di più a un divo.