È stata la citazione aspirazionale forse più sentita in tutto il mondo. Quando ha ritirato il premio come miglior attore agli Screen Actors Guild Awards per la sua interpretazione di Bob Dylan in A Complete Unknown, Timothée Chalamet è salito sul palco scherzando sul microfono troppo basso, ha detto di essere stupito per la vittoria, ha ringraziato la madre. Il solito copione da cerimonia. Poi l’artista un tempo noto come Lil’ Timmy Tim ha cambiato tono, diventando serio.
«So che la cosa più elegante sarebbe minimizzare lo sforzo che c’è stato dietro questo ruolo», ha esordito. «Ma la verità è… che sono davvero alla ricerca della grandezza. Lo so, di solito la gente non parla così. Ma io voglio essere uno dei grandi». Ha citato Daniel Day-Lewis, Marlon Brando, Viola Davis, Michael Phelps (!) e Michael Jordan (!!). «Voglio stare lassù».
La reazione è stata immediata e polarizzata: Chalamet è sorprendentemente onesto. Chalamet è un ragazzino viziato che ci prova troppo. Chalamet è abbastanza ambizioso da puntare nientemeno che alla grandezza totale. Chalamet si sta inserendo nel canone in modo passivo-aggressivo. Gli opinionisti da social hanno parlato di mancanza di grazia e umiltà oppure hanno rilanciato meme della sua collega di Piccole donne, Florence Pugh, che dice: «Voglio essere grande, o niente». Il collega Josh O’Connor ha dichiarato a GQ che, discorso confessionale a parte, Chalamet era già una leggenda («Ce l’hai fatta, amico»). E la stessa Davis ha detto che gli passerebbe volentieri il testimone.
Il fatto è che, da quando nel 2017 Chalamet ha dimostrato di poter essere intrepido sullo schermo (e un amante di prim’ordine delle pesche) in Chiamami col tuo nome, l’attore sta inseguendo l’obiettivo dell’immortalità da movie star. Ha irradiato un’intensità che sta a metà tra il prendersi terribilmente sul serio e una disciplina estrema. Ha lavorato in progetti più coraggiosi della media – deviazione Wonka esclusa – e con registi dal nome che è già un brand (Wes Anderson, Denis Villeneuve, Christopher Nolan, Luca Guadagnino e Woody Allen). È stato candidato due volte all’Oscar come miglior attore protagonista prima dei trent’anni. Non è un attore di metodo, ma si è preparato per quasi cinque anni per interpretare Dylan e per quasi altrettanto tempo per vestire i panni di un fenomeno del tennis tavolo in Marty Supreme di Josh Safdie, installando un tavolo da ping pong ovunque vivesse mentre lavorava ad altri film, da Londra a Budapest fino alla Francia.
È proprio quest’ultimo progetto a sfumare il confine tra Chalamet che interpreta qualcuno in cerca di grandezza e Chalamet attore che quella grandezza ha ottime possibilità di raggiungerla nella vita reale. Marty Supreme lo vede nei panni di Marty Mauser, un commesso di scarpe di Manhattan nel 1952 che punta al primo posto nel… ping pong. Sì, è vero, questo sport non riceve il rispetto che merita. E sì, Mauser è disposto a mendicare, prendere in prestito e rubare pur di arrivare a Londra per i campionati del mondo, dove arriva a un soffio dal vincere l’intero torneo. La sconfitta all’ultimo minuto lo rende solo ancora più determinato a ottenere una rivincita e a dimostrare, senza ombra di dubbio, di essere il migliore di sempre.
Mauser è spaccone, egomaniaco, imbroglione, una mitragliatrice di parole che rischia di farsi mettere K.O. (o peggio) più e più volte. Non si fa scrupoli a mentire alle persone che ama, a imbrogliare i soci in affari, a mollare gli amici nel momento del bisogno, a sedurre una diva del cinema sposata (Gwyneth Paltrow) e a trascinare nei suoi pasticci una giovane donna che ha messo incinta (Odessa A’zion di I Love LA). Mauser è anche un talento irripetibile, potenzialmente il Michael Phelps o il Michael Jordan del ping pong. È in grado di sostenere le spacconate che spara. «A livello spirituale, questo è il ruolo in cui sono stato più vicino a me stesso», ha detto Chalamet all’Hollywood Reporter dopo la première del film al New York Film Festival. «È la persona che ero prima di avere una carriera».
Marty Supreme sembra una crisi di nervi già in corso: non sorprende, considerando che Safdie si è fatto le ossa mettendo attori come Robert Pattinson e Adam Sandler allo stremo in film come Good Time (2017) e Diamanti grezzi (2019). Quello che colpisce è il modo in cui questo frenetico e ruvido sports drama venato di comicità nera intercetta qualcosa che non avevamo mai visto prima in Chalamet. Ha interpretato ragazzi prodigio e sociopatici, figure messianiche ed eccentrici cioccolatai, ma questo giovane che cerca di trasformare il talento grezzo in fama, fortuna e gloria professionale intreccia una doppia elica di sicurezza estrema e bisogno disperato che sembra motivare anche Chalamet. La disperazione gli dona. Così come la consapevolezza di essere eccellente e di sbatterlo in faccia agli hater.
Timothée Chalamet in ‘Marty Supreme’. Foto: A24
Ed è qui che le cose diventano davvero interessanti: Marty Supreme non solo ha regalato al diplomato della LaGuardia High School e gracile duca bianco della recitazione contemporanea le migliori recensioni della sua carriera. Lo ha avvicinato ancora di più al suo obiettivo di essere considerato uno dei grandi talenti della sua generazione. (Oltre che un artista che capisce davvero come fare marketing “gonzo” per un film nel XXI secolo: provate a far salire Jacob Elordi o Sydney Sweeney in cima alla Sphere!). In questa stagione dei premi, è già arrivato due volte sul palco, prima ai Critics Choice Awards e poi ai Golden Globe. Il discorso ai primi è stato oscurato da titoli iperventilati per il suo saluto alla compagna Kylie Jenner. Quello ai Globe, invece, lo ha visto rilassato, capace di emanare insieme sicurezza e umiltà.
Dopo aver ringraziato il regista, esaltato i compagni di cast e scherzato su Mr. Wonderful di Shark Tank, Chalamet ha iniziato a usare lo stesso tono dei SAG dell’anno scorso. Chi si aspettava altri mantra aspirazionali, però, è rimasto (leggermente) spiazzato dalla parte successiva. «Mio padre mi ha trasmesso fin da piccolo uno spirito di gratitudine», ha detto Chalamet. «“Sii sempre grato per ciò che hai”. Questo mi ha permesso di lasciare questa cerimonia, in passato, a mani vuote ma a testa alta, grato anche soltanto di essere qui. Ma mentirei se dicessi che quei momenti non rendono questo [premio] ancora più dolce». Come cambia tutto in un anno.
Guardando Chalamet calarsi in alcune qualità di Marty Mauser – persino, a volte, in quelle meno ammirevoli – non si vede la seconda venuta di Brando o di Day-Lewis. Si vede qualcuno che, nel tentativo di raggiungere quelle vette, tira fuori da sé qualcosa di unico ed eccezionale. Questa è la prima venuta di Timothée Chalamet, il ragazzo che sognava di avvicinarsi al livello dei suoi eroi e che, mentre entra a passo sicuro in questa awards season, ti convince che potrebbe davvero realizzare quel sogno. Marty Supreme racconta due storie di superamento degli ostacoli alla ricerca dell’aria rarefatta. Parla del desiderio di «stare lassù». E solo una delle due è fittizia.
