Rolling Stone Italia

‘The Old Oak’, per Ken Loach la solidarietà è un atto politico

C'è una cosa che balza subito all'occhio nel nuovo (e forse anche ultimo, ma Dio non voglia) film del working class hero del cinema: l'assenza di latitudine. Perché nello scontro/incontro tra i profughi siriani e gli (ex) minatori inglesi tutto il mondo è paese

Foto: Lucky Red

C’è una cosa – lampante e bellissima – che balza subito all’occhio in The Old Oak, il nuovo (e forse anche ultimo, ma Dio non voglia) film di Ken Loach: l’assenza di latitudine. La paradossale indifferenza a un contesto geografico in realtà riconoscibilissimo e ben radicato nelle stesse ragioni intrinseche della pellicola; eppure, alla fine, destinato a colpire un bersaglio universale. Perché mai come questa volta tutto il mondo è paese. Mai come questa volta – se i pub diventassero bar e le pinte birre medie – l’“io non sono razzista ma…” declinato nella lingua di Shakespeare suonerebbe allo stesso, identico modo se tradotto in quella di Dante.

Discorsi, smorfie, pregiudizi, propaganda che non conoscono Brexit né tanto meno requie; gocce della stessa onda che tocca le rive di qua e di là della Manica. E così l’Old Oak di una città di provincia del Nord Est dell’Inghilterra potrebbe tranquillamente specchiarsi nel Bar dello Sport di Lissone o in qualsiasi altro della nostra penisola dove l’arrivo – e la coabitazione – con gli stranieri, con l’“altro” da noi, produce frasi fatte e comportamenti stampo che realizzano di fatto quell’“unità europea” così fragile e disillusa quando invece c’è da dare, uomini tra gli uomini, una mano tutti insieme, nessuno escluso.

Ma Ken il rosso va anche oltre e, nella storia di un gruppo di profughi siriani che trovano rifugio dall’orrore della guerra in una cittadina inglese popolata da (ex) minatori, porta il suo sgomento e la sua indignazione a un livello superiore: chiedendosi come sia possibile che una comunità abbandonata dal governo, distrutta dalla Thatcher, sconfitta dalla Storia, non si riconosca o comunque non accolga chi, come loro, ha perso molto e in qualche caso tutto.

Un cortocircuito etico su cui l’autore di Piovono pietre e Terra e libertà (sempre con il fidatissimo Paul Laverty alla scrittura) lavora per tutta la durata della pellicola, aprendo però crepe e spiragli nel muro spesso del rifiuto. E trovando, a 87 anni suonati, ancora fiducia se non nell’umanità nell’uomo, fermamente convinto che “un altro mondo è ancora possibile”.

Ebla Mari e Dave Turner in ‘The Old Oak’. Foto: Lucky Red

Come Daniel Blake, schiacciato dalla burocrazia, non si tira certo indietro quando può aiutare una madre assediata dalla povertà, come George si prende cura di Carla, come Cantona dà lezioni di vita al postino Eric, anche l’amicizia tra il titolare dell’Old Oak e la giovane profuga che non si separa mai dalla sua macchina fotografica dà al presente un’altra possibilità, una chance che la giustizia (sociale e morale) possa, se non trionfare, mettere almeno radici.

Ebla Mari in ‘The Old Oak’. Foto: Lucky Red

Dentro ai problemi e alle domande al presente, sempre pronto a esaminare la complessità delle sfide sociali, Loach gira così un film toccante dove la solidarietà è fatalmente un atto politico. E se in verità la retorica gli prende un po’ la mano e il didascalismo inficia un po’ la nostalgia di una nazione dove aiutarsi l’un l’altro una volta era un dovere, l’impegno del working class hero del cinema resta sincero, così come il ritratto dell’intolleranza più grassa e dell’oscenità della speranza è puntuale, urgente. Se davvero questo sarà il suo ultimo film, non c’è rabbia nella dedica, nel commiato: ma l’abbraccio di chi, oltre al pane, condivide anche il destino. E la stessa speranza.

Iscriviti