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‘The Old Guard’, action esistenzialisti con Luca Marinelli e dove trovarli (su Netflix)

Charlize Theron & C. in una riflessione sul 'per sempre', filosofia umanissima che entra con una grazia prepotente nel genere. E che porta sullo schermo una love story queer rivoluzionaria, che sfida il canone e i secoli

Foto: Aimee Spinks/Netflix

Si vive insieme, si muore da soli recitava il titolo di un episodio di Lost. A patto che morire sia un’opzione, una possibilità che, per qualcuno, semplicemente non è sul piatto. Non per centinaia – migliaia – di anni, almeno. Così, l’immortalità diventa soprattutto una condanna a una vita di solitudine. Lo cantava pure Freddie Mercury: Who Wants to Live Forever. E The Old Guard, tratto dalla graphic novel del 2017 by Greg Rucka (qui anche sceneggiatore), è questo: una riflessione sul “per sempre”, sul trovare persone con cui condividerlo e su come dargli un senso, anche quando un senso non ce l’ha mai avuto. O forse sì. È filosofia umanissima che entra con una grazia prepotente nel genere superhero. E prova, in qualche modo, a cambiarlo.

Quel “qualcuno” è Andy, aka Andromaca di Scizia, alias Charlize Theron, ormai “pro” nel portare una dimensione più profonda nell’action, qui in versione Atomic Blonde meets Furiosa di Mad Max: Fury Road, ma con la rabbia nascosta e la malinconia di una versione femminile di John Wick. Non riesce nemmeno a ricordare quanti anni ha, le pare di stare al mondo da sempre. E proprio per questo è arcistufa di combattere le battaglie più sacrosante in un presente violento e ostile che non merita più nulla. L’immortalità per lei ormai è solo una croce da portare. Così si prende una pausa dalle missioni e dal suo A-Team di highlander: Booker (Matthias Schoenaerts), un ex soldato delle guerre napoleoniche che, sotto la corazza da duro, non riesce ad accettare di essere sopravvissuto a tutti i suoi cari, e Joe (Marwan Kenzari) e Nicky (Luca Marinelli), anime gemelle che combattevano su fronti opposti alle Crociate e che lì hanno capito di non poter fare a meno l’uno dell’altro.

Foto: Aimee Spinks/Netflix

Ma c’è un nuovo incarico per il commando – salvare 17 bambini rapiti in Sudan –, che potrebbe essere una trappola architettata dall’amministratore delegato di una grande casa farmaceutica (Harry Melling, già Dudley Dursley, il viziatissimo cugino babbano di Harry Potter) per catturare i protagonisti e studiarli come fossero topi da laboratorio. E c’è una nuova immortale da trovare e accogliere nel gruppo: Nile (KiKi Layne, vista in Se la strada potesse parlare), una giovane marine che si è ritrovata viva e in formissima dopo che un capo talebano le ha tagliato la gola. E che sta impazzendo, perché non capisce che cosa stia succedendo. Ovviamente il casting di Layne e la love story queer sono un modo per distinguere ancora di più l’approccio inclusivo del film da altri action “bianchi” e ad alto tasso testosteronico. Qui però (finally) non c’è nessuna forzatura, la diversity non è imposta, ma trova un senso naturale e compiuto nella storia e nei suoi personaggi. Vedi la romantica relazione centenaria tra Joe e Nicky, che non è accennata o buttata lì in maniera superficiale per timbrare il cartellino della rappresentazione, ma è espressa fin da subito come destino e insieme antidoto al dolore e alla solitudine della loro condizione, e coronata gloriosamente da battute («L’amore della mia vita era una delle persone che avrei dovuto odiare», dice Nicky), da un monologo («Lui non è il mio ragazzo, è il mio tutto») e da un bacio («che mi emoziona anche dopo un millennio», dice Joe), mentre i due vengono rapiti dai mercenari del villain. Probabilmente è il primo adattamento da graphic novel, forse anche il primo action, a mostrare personaggi gay così centrati e consistenti. E, fatto ancor più rilevante, la regista Gina Prince-Bythewood (Love & Basketball, La vita segreta delle api), Kenzari e Marinelli (con la sensibilità di sempre e alla sua seconda avventura internazionale dopo la serie Trust) gestiscono questa piccola grande rivoluzione sullo schermo con la semplicità dell’ordinario.

Se siete fan degli action adrenalici, in The Old Guard non sempre il ritmo e le sequenze d’azione, pure coreografate ed eseguite benissimo, sono all’altezza di aspettative johnwickiane. E qui e là aleggia il fantasma dei “film originali Netflix”, con un vibe da pilot seriale e una dichiarata (e pure un po’ utilitaristica) aspirazione a essere il primo capitolo di un franchise. Il che va benissimo, perché i personaggi hanno ancora parecchio da dire (vogliamo il prequel su Joe e Nicky!). È proprio il coraggio con cui Prince-Bythewood e il suo supercast evitano di appoggiarsi troppo sullo spettacolo per puntare tutto sulla risonanza emotiva di questi eroi rinnegati dal tempo e dalla morte, e sulla malinconia espressa anche da riferimenti musicali introspettivi come Godspeed di Frank Ocean, a rendere il film qualcosa di unico. Sicuramente non perfetto, ma unico. The Old Guard è un action esistenzialista, un’elegia “eternità e pallottole”: immortali o no, «non possiamo controllare quando finisce la nostra storia, ma possiamo controllare come viverla».

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