‘The Echo Chamber’: la recensione del film di Andrea Pallaoro con Luca Marinelli e Alicia Vikander in concorso a Venezia 83 | Rolling Stone Italia
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‘The Echo Chamber’: Bertolucci è vivo, ed è una bellissima canzone rock

In concorso a Venezia 83 il film di Andrea Pallaoro dall’ultima sceneggiatura del regista. Tre attori stupendi (Marinelli, Vikander, Sarandon), musica, dolore. La recensione

‘The Echo Chamber’: Bertolucci è vivo, ed è una bellissima canzone rock

Luca Marinelli e Alicia Vikander in ‘The Echo Chamber’

Foto: Indigo Film

«Qual è il contrario della musica: il rumore o il silenzio?», chiede Alicia Vikander a Luca Marinelli in The Echo Chamber (in concorso a Venezia 83 e nelle sale dal 10 settembre). Ognuno, guardandoli, dà la sua risposta (non vi dico la mia). Di certo il contrario non è l’eco, anzi, come dice Susan Sarandon sempre a Marinelli: metticene un po’ di più. L’eco nelle canzoni che stanno scrivendo insieme, ma anche l’eco delle cose passate, degli amori e dei dolori che persistono, della camera segreta che ognuno ha dentro di sé, e ogni tanto decide di farla abitare da qualcun altro.

Bernardo Bertolucci ha scritto quella che sarebbe diventata la sua ultima sceneggiatura con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini. Poco dopo averla finita, se n’è andato continuando però a lasciare la sua traccia. Bertolucci è ancora presenza, anche a Venezia: c’è questo film, e fuori concorso il documentario-monstre (sette ore e mezza) di Luca Guadagnino intitolato Joie de vivre, che è forse il modo più giusto per descrivere quel che Bertolucci era e quel che lascia, dentro e fuori dal cinema. Pure in The Echo Chamber, che è una storia di vita a dispetto del dolore.

Quell’ultimo copione è rimasto lì per un po’: chi si sarebbe mai fatto avanti (o chi avrebbero potuto ingaggiare i produttori) per raccogliere quel che il maestro aveva lasciato? È arrivato nelle mani di Andrea Pallaoro (Medeas, Hannah, Monica: tutti a Venezia, il secondo ha dato la Coppa Volpi a Charlotte Rampling), scelta giustissima, guardando il film oggi.

C’è, lo sapete, il Bertolucci dei grandi spazi e quello degli appartamenti, ed è impossibile scegliere dove andare. Se partire con lui o restare dentro gli ultimi tanghi, gli assedi, i desideri più privati che politici dei suoi dreamers. Marinelli e Vikander, e noi con loro, sono reclusi in un già di suo sensuale appartamento, avanti e indietro nel tempo. Lui produttore musicale, lei medico. Si conoscono quando lei viene chiamata perché lui ha dolore: fisico, e ovviamente non solo. Ogni tanto in quella casa compare Ava May, cioè Sarandon, vecchia cantante à la Faithfull con voce arrochita di sigaretta con cui lui sta lavorando a un nuovo album (belle canzoni originali di Clément Ducol, già Oscar per Emilia Pérez, ed Émilie Gassin).

Luca Marinelli e Susan Sarandon in una scena del film. Foto: Indigo Film

L’appartamento che li trattiene e li separa è la camera dell’eco dove la propria voce spesso rimbalza su sé stessa. Cos’è vero, cos’è immaginato? Chi c’è davvero, chi è soltanto un’eco? È una zona franca che contiene tutto l’amore e tutto il dolore, un luogo smarginato ma plastico, tangibile, grandissimo (è sempre l’illusione di Bertolucci, che creava spazio anche dentro quattro pareti, soprattutto dentro quattro pareti). Pure quando quello spazio resta vuoto, e suona solo una canzone (non vi anticipo una scena bellissima e straziante, con soltanto uno stereo che va, per nessuno o per chi passerà da quelle stanze).

The Echo Chamber è un film elegante ma non raggelato, studiato ma mai di maniera, indefinito ma non confuso. Il merito è delle parole di chi l’ha scritto, e dei tre che gli danno voce: Marinelli-Vikander-Sarandon sono il trio strafigo, strabravo, stratutto che non sapevamo mancasse al cinema. Ed è anche di chi questo film l’ha diretto. Pure Pallaoro riesce a creare spazio dentro una casa, aggirando la (nostra) claustrofobia. Ma davanti all’inevitabile confronto col maestro dei carrelli, dei dolly, delle novecentesche pianure e dei deserti reali e immaginati, prosegue per la sua strada, cioè il 4:3. Ma senza soffocare (e soffocarci), se mai usandolo come cassa armonica che fa risuonare tutto.

Il finale fa già parlare (e meno male): è troppo? Troppo melodrammatico, troppo sfacciato, troppo sbilanciato rispetto al resto. Sì, no, chissenefrega. È una delle strade possibili di quella storia, di quell’amore, di quel dolore. Senza svelare niente, dico solo che ha anche a che fare con l’infermità dell’ultimo Bertolucci. Che è stata, pure quella, gioiosa, vitale.

Dice Sarandon nel film che dei morti possiamo avere paura, trattarli come fantasmi; oppure possiamo accoglierli come presenze che ci stanno accanto solo in modo diverso. Noi continuiamo ad accogliere Bertolucci e quel che ha lasciato (eredità è una brutta parola) perché è anima viva, è cinema sempre e per sempre, è una canzone rock che non smette di suonare anche in una stanza vuota.