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Sui generi(s): Il Grande West – Parte III

Dopo il mito fondato da DeMille e Gary Cooper, con James Stewart e altri volti il cinema western entra nella sua fase critica e politica. Ma mantenendo intatta la leggenda

Foto: 20th Century-Fox/Getty Images

Il western presenta delle vere e proprie ditte, collaborazioni fra autori e attori. Sono pochissimi i registi americani, e non solo, che non hanno firmato dei western. Ma le combinazioni, le ditte che si distinguono, che hanno fatto la storia del genere scremando l’essenziale, sono queste: DeMille-Cooper, Ford-Wayne, Hawks-Wayne, Mann-Stewart, Walsh-Flynn, Daves-Ladd. I temi quasi sempre coincidevano, cambiavano linguaggio, stile ed estetiche. DeMille e Cooper rappresentavano la Frontiera nella chiave epica dell’iperbole, come quando avevano messo insieme tutti i miti dell’Ovest nella Conquista del West, di cui ho già detto.

Un altro western di grande impatto, del tutto “demilliano”, è Gli invincibili (1946). È il titolo della dichiarazione della bellissima Virginia Gray a Gary Cooper: “Se ti guardo negli occhi vedo montagne…”. Siamo nell’Ohio della metà del ’700, davvero agli albori di una nazione. Cooper viene a sapere che la sua amata, Virginia Gray appunto, ha sposato suo fratello, ricco e tranquillo proprietario di piantagioni. Non ci pensa un secondo, fa fermare la barca che li sta trasportando, è notte, prende un fucile e una bisaccia e scende a terra. Si inoltrerà nei boschi e fra i monti, nel buio misterioso e pericoloso come le avventure che lo attendono, andrà dove c’è bisogno di lui, eroe di una Frontiera che deve essere ancora definita. Cooper, uno degli uomini più belli di Hollywood, occhi azzurri, snello, vicino ai due metri, il vero eroe-semidio, era perfetto per il cinema di DeMille, che ricostruiva tutto in studio e tutto era magnificamente finto e troppo bello, patinato. Ma, come ho già avuto modo di dire, era un grande cinema.

Ma Cooper nel ’52 si prestò per un film diverso, un bianco e nero rigoroso, un western “europeo”, e infatti era diretto da un grande viennese, Fred Zinnemann, il titolo era Mezzogiorno di fuoco. Non c’era Frontiera, non c’erano indiani o grandi spazi, ma una città che lascia solo il suo rappresentante della legge ad affrontare quattro assassini. Western adulto e con altre implicazioni. Era la stagione del maccartismo e molti videro Gary Cooper, nella parte dello sceriffo Kane, come il modello dell’uomo giusto abbandonato da tutti, sostenuto solo dalla giovane moglie. Cooper ebbe il suo secondo Oscar. Era un evento per un titolo western. Il sistema hollywoodiano, che pure considerava il western come la più fulgida divisa americana, era sempre stato prudente, quasi impaurito nell’attribuzione del massimo riconoscimento del cinema del mondo a qualcosa di così squisitamente autoctono. E ci vollero 63 edizioni prima che la giuria dell’Academy attribuisse il premio assoluto a un western: Balla coi lupi di Kevin Costner. E era il 1990.

Nei primi anni cinquanta la Universal ristrutturò il genere producendo una serie di film con James Stewart diretti da Anthony Mann. Fra questi almeno tre capolavori del genere: Là dove scende il fiume, Terra lontana e Winchester ’73. Una delle caratteristiche erano gli esterni. La storia vive quasi soltanto in esterni. La natura è protagonista più degli attori: il bosco infido, le rocce impervie, i fiumi cattivi. Stewart è un eroe dolente, esegue il suo compito, ma con perdite gravi. A volte è un bandito redento, a volte un mandriano con pochi scrupoli, a volte cerca vendetta. Ma alla fine il sentimento del western, della Frontiera e della nazione non gli permette di non ravvedersi. Stewart dava corpo e volto a un westerner adulto e pensante, con contraddizioni, che riusciva a sciogliere con un impegno estremo e doloroso. Nell’Amante indiana (1950) di Delmer Daves, altro grande autore dell’Ovest, Stewart è il bianco dalla parte degli indiani. Diventa amico di Kociss e sposa una giovane indiana, mettendosi contro tutta comunità bianca. Un film prodotto dalla Fox dalla parte dei rossi: non era roba da poco, ed era la prima volta. Forse.

“Forse” perché alla Metro, informati di quell’iniziativa tanto anomala ma che avrebbe potuto rivelarsi importante e utile, organizzarono subito la produzione del Passo del diavolo, con Robert Taylor. Era la storia di un capo indiano, ricco proprietario terriero, divenuto eroe della guerra di civile con tanto di medaglia d’onore del Congresso che, tornato a casa, deve affrontare la discriminazione e l’ostilità dei bianchi. Nel film l’eroe è lui. Dunque, due titoli contemporanei con gli stessi sentimenti e indicazioni. I due titoli uscirono nelle sale contemporaneamente. Hollywood, attenta ai momenti e alle evoluzioni, sapeva gestirsi con sapienza e, com’è nello spirito americano, non disdegnava la competizione.

Raoul Walsh era un magnifico narratore. Gli interessava il racconto nella sua agilità e velocità. Non era quello che si dice un autore, gli altri nomi detti sopra potevano ritenersi anche autori. Walsh e la Warner scelsero per i western un modello strepitoso per avvenenza e dinamica, uno che non chiacchierava molto, agiva. “Andava dove tuona il cannone”, come dice proprio Flynn nella parte di Custer in La storia del generale Custer. Anche Errol era un perfetto corpo da western, occhi azzurri e tutto il resto, con in più l’appeal complice del corsaro e l’eleganza sfrontata dell’emigrato irlandese. Flynn/Custer in testa al 7° cavalleggeri, con la sua giacca di pelle chiara a frange, è il più bel disegno di cavaliere di tutto il libro del West. E quel Custer era l’eroe primo, vero/non vero, nemico degli indiani cattivi e poi ucciso dagli indiani cattivi.

Flynn/Custer e gli indiani saranno una delle misure dell’evoluzione del West. Perché poi arrivò il momento, come ho già raccontato, in cui gli indiani divennero i buoni sterminati e Custer lo sterminatore. Nel Piccolo grande uomo di Arthur Penn, con Dustin Hoffman, Custer è uno psicopatico autentico che uccide indiani per diventare Presidente degli Stati Uniti. È molto probabile che il Custer vero fosse più vicino a Penn che a Walsh, ma se Custer è nel corpo, nel volto e… nel cavallo di Flynn, ebbene noi non stiamo con la storia ma col cinema, e lo consideriamo un eroe.

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