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Storia ‘diversa’ del cinema: Lo stato delle cose… in Germania – Parte III

Dopo gli excursus su Wenders e Fassbinder, l’ultima grande triade che ha cambiato la produzione tedesca: Volker Schlöndorff, Alexander Kluge e Werner Herzog. Tre maestri

Foto: Jean-Louis Atlan/Sygma via Getty Images

Lo straordinario movimento del cinema tedesco dei decenni ’70 e ’80 presenta altri tre nomi decisivi: Volker Schlöndorff, Alexander Kluge, Werner Herzog. L’attitudine artistica di Schlöndorff (1939) nasce naturalmente dalla cultura tedesca del Novecento, ma la sua bussola giovanile punta altrove. Mentre Wenders e Fassbinder si interessano soprattutto agli americani, Schlöndorff guarda ai francesi. Si iscrive a Parigi all’IDHEC, Institut des Hautes Études Cinématographiques. È una scuola di eccellenza ma non basta, è dunque decisivo l’incontro con Tavernier, che introduce il futuro regista negli ambienti della Nouvelle Vague. Un altro passo avanti, importante, Schlöndorff lo compie quando il grande Louis Malle lo sceglie come suo aiuto-regista. Schlöndorff è dunque pronto per agire autonomamente. Nel ’65, a 26 anni, si applica a un progetto ambizioso, non facile: fare un film da uno dei più importanti romanzi della prima parte del Novecento, I turbamenti del giovane Törless di Robert Musil, il grande scrittore austriaco. La vicenda dello studente figlio di rigorosa famiglia borghese che scopre, in collegio, che la realtà non è quella “sepolta” che credeva di conoscere, ma è cattiva e ambigua così come può esserlo l’animo umano, è un tema perfetto in cui muoversi e magari “sporcarsi”. La metafora che Schlöndorff estrae dal racconto di un autore comunque di cultura tedesca è, ancora una volta, tradotta dall’omosessualità, dunque l’ambiguità, dunque la conoscenza non definita di sé stessi. Emerge sempre lo spettro nascosto nazista. Così come sarebbe emerso più tardi, in termini diversi ma nella medesima sostanza, nel già citato Querelle de Brest di Fassbinder.

L’attitudine letteraria di Schlöndorff riemerge nel 1979, quando il regista firma il suo capolavoro e uno dei titoli assoluti di quel Nuovo Cinema Tedesco e di tutto il cinema: Il tamburo di latta. Lo scrittore è Günter Grass, altro maestro di letteratura, che ha scritto il romanzo nel 1959. Si racconta di Oskar che, rinchiuso in manicomio, ricorda la propria vita. Arrivato all’adolescenza, decide di non crescere più. Si oppone al nazismo, poi lo accetta. Arrivato verso i trent’anni, decide di riprendere a crescere e diventa un compositore, agendo dentro e fuori dal manicomio. Una somma di simboli che ancora una volta partono dalla zona scura del nazismo, col finale trionfale ma solo parzialmente. Animo e cultura tedesca. Il tamburo di latta è uno dei titoli più riconosciuti e… titolati. A Grass è valso niente meno che il premio Nobel, a Schlöndorff la Palma d’oro e l’Oscar. I più grandi riconoscimenti del mondo, semplicemente.

All’inizio degli anni Ottanta, il regista è attivo in America. E, ancora una volta, la sua attitudine letteraria lo volge verso un altro maestro, il commediografo Arthur Miller. Il titolo è Morte di un commesso viaggiatore. Storia triste, poi disperata, di un uomo medio illuso dalla speranza del sogno americano che, per lasciare un minimo di sicurezza alla famiglia, si uccide per l’assicurazione. La cultura tedesca, sempre derivata dalla magnifica corrente di Weimar e dell’espressionismo, si integrava con quella americana. Schlöndorff continuava a percorrere la via dei suoi grandi predecessori di lingua tedesca, come Lang, Wilder e Lubitsch.

Ma intendo dare spazio all’impegno del regista nel suo film del 2014, Diplomacy – Una notte per salvare Parigi. Opera di grade qualità e di “autocoscienza”, con l’immancabile germe nazista. Produco la scheda dal dizionario Farinotti: “Notte fra il 24 e il 25 agosto 1944: gli alleati stanno per liberare Parigi, ma il Führer ha deciso che distruggerà la città. Le mine sono piazzate sotto Notre-Dame, la torre Eiffel, il Louvre, l’Opera, l’Arco di Trionfo, e nei punti strategici della Senna che serviranno a inondare gran parte della città. Manca solo l’ordine definitivo, che verrà dato all’alba dal generale Dietrich von Choltitz, capo del quartier generale tedesco a Parigi. Ma entra in scena Raoul Nordling, console svedese ‘nato e cresciuto a Parigi’, che cerca di dissuaderlo dal confermare quell’ordine fatale. Tratto dalla pièce Diplomatie di Cyril Gely. La battuta decisiva del diplomatico al nazista: ‘Lei vorrà essere ricordato come colui che ha salvato Parigi o che l’ha distrutta?’. Il generale decide di salvarla”.

Alexander Kluge, classe 1932, è il più anziano del gruppo. L’anagrafe in un certo senso lo favorisce, perché gli permette, nel 1958, di essere assistente di Fritz Lang. Kluge è un tedesco autarchico. Naturalmente non ignora il grande cinema dei Paesi evoluti, ma si interessa soprattutto alla storia e alla cultura del proprio Paese. Del resto è l’unico, sempre per anagrafe, che abbia toccato la guerra e il nazismo. E il nazismo è sempre una potente ispirazione di cinema. Così Kluge, nel ’66, dirige Una ragazza senza storia, coi temi conosciuti, la difficoltà di liberarsi del passato e di recepire nuove indicazioni. Il regista è inoltre uno dei precursori nell’uso della macchina a mano. Il film, presentato a Venezia, ottiene il Leone d’argento. Il Leone diventa d’oro due anni dopo con Artisti sotto la tenda del circo: perplessi. La rappresentazione della triste condizione umana di quella società. Nelle parti fiction del racconto, Kluge inserisce momenti di documentario. Gli stili spezzati saranno sempre una delle caratteristiche del suo linguaggio.

Il quinto elemento del grande gruppo è Werner Herzog (1942). Iscritto all’Università di Monaco, facoltà di lettere, lascia gli studi per fare il cinema. Lavora in fabbrica per procurarsi i soldi per le sue prime piccole produzioni. Dopo una stagione che si potrebbe definire di esperimenti, nel ’72 dirige Aguirre, furore di Dio. Il tema messo a fuoco, che sarà quello prevalente durante tutto il suo percorso, è quello dell’uomo in lotta contro gli elementi naturali. Un tema che, in automatico, lo porta a privilegiare l’estetica. “Estetica” è Nosferatu, il principe della notte (’78), remake del grande classico horror di Murnau che si rifà, appunto, al linguaggio del grande cinema espressionista dell’età dell’oro. “Estetica e sogno” è Fitzcarraldo (’81), che sogna di portare il grande Caruso a cantare in mezzo ai fiumi e alle foreste dell’Amazzonia. Anche Herzog ha vissuto la sua breve stagione americana. Nel ’77 aveva firmato La ballata di Stroszek, che raccontava il disagio di un tedesco trapiantato negli Stati Uniti che deve adattare i propri sentimenti e cultura a quel Paese non facile. Wenders, Fassbinder, Schlöndorff, Kluge, Herzog: il grande Nuovo Cinema Tedesco, un momento artistico fondamentale del secolo scorso.

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