Storia ‘diversa’ del cinema: Lo stato delle cose… in Germania – Parte II | Rolling Stone Italia
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Storia ‘diversa’ del cinema: Lo stato delle cose… in Germania – Parte II

Dopo Wim Wenders, la rinascita della produzione tedesca passa da Rainer Werner Fassbinder. Uno degli autori più liberi e sperimentali del secondo Novecento. Un genio

Rainer Werner Fassbinder dirige Hanna Schygulla sul set del ‘Matrimonio di Maria Braun’ (1978)

Foto: Istvan Bajzat/Picture Alliance via Getty Images

Una personalità fortissima del cinema tedesco degli anni Settanta e Ottanta, per certi versi omologa di quella di Wim Wenders, è Rainer Werner Fassbinder. La vita e il cinema di Wenders, pur nel quadro di una “normale” imprevedibilità, mostrano un percorso comunque di coerenza e di riconoscibilità, un destino. Fassbinder è un talento naturale, senza contorni e senza regole, e con un preciso intento di disordine e di maledizione. Il denominatore è la creatività estrema che può senz’altro tracimare verso la definizione successiva, il genio: una corrente forte la pensa così. Anche Fassbinder, come Wenders, dà la percezione di un’attesa compressa, di un silenzio affaticato e scalpitante, in attesa che la cultura generale facesse pagare alla Germania il debito pesante assunto dal nazismo. “Ecco, scontato abbiamo scontato, l’esperienza ci è servita e noi la trasformeremo in arte e proposte, guardando avanti più che indietro”: è un po’ il comandamento di quei due talenti nati nel 1945, giusto alla fine del conflitto. Un altro comandamento di Fassbinder è “sperimentare”.

Anche nel privato, se è vero che lui, omosessuale, ancora adolescente sposa un’attrice. Matrimonio fulminante, inutile dirlo. La sua attitudine trasgressiva lo porta a non essere ammesso alla Scuola di cinema di Berlino. Ma, visto che il cinema sembra, al momento, respingerlo, a ventidue anni entra a far parte dell’Action-Theater di Monaco dove agisce un gruppo attivo e irrequieto, con programmi d’avanguardia. Werner torna a toccare il cinema nel modo meno complicato e accessibile, i corti. Come il suo omologo Wenders, anche Fassbinder non può prescindere dal cinema americano. Dal mare magnum di tutti i generi l’artista tedesco estrae Douglas Sirk, il profeta del mélo patinato: tutti quei film con Rock Hudson. Applicando cultura e sentimento tedeschi a quei tratti americani, Fassbinder individua il cuore di quella che sarà la sua poetica (si veda La paura mangia l’anima, del 1974). Con una differenza fondamentale fra le due culture, il finale: lieto nei film hollywoodiani, tragico in quelli di Fassbinder.

Il linguaggio del regista è fortemente estetico. Il piacere dell’immagine, nella costruzione, nel contrasto, nell’eccesso del tratto e della pittura, finisce spesso per stare al fianco o sopra i contenuti. E sempre tutto nella giurisdizione del disordine e del “momento”. Fassbinder non è autore che rimanga rigido sulle sceneggiature. Improvvisa, cambia idea, rifà tutto. Nel 1969, a ventiquattro anni, firma il suo primo lungometraggio, nello stesso anno ne seguiranno altri tre. Temi e rappresentazioni sempre estreme: il quotidiano, il dolore, la pazzia, il sesso e l’amore sempre portatori di infelicità, magari di suicidio. Almeno cinque titoli di Fassbinder fanno parte del cinema nobile, dell’arte generale: Il matrimonio di Maria Braun (1978), protagonista Hanna Schygulla, grande amica del regista, una sorta di sua alter ego sullo schermo. La determinazione di Maria è semplicemente quella della Germania che, dopo aver preso atto della tragedia nazista e della giusta espiazione, trova idee e forze per ricostruire la propria identità.

Fra l’80 e l’82 Fassbinder firma Lili Marleen, Lola, Veronika Voss. Sono i soliti temi e dolori, donne che cercano di vivere e sopravvivere in un tempo e in un sociale che è sempre nemico. Magari la premessa è buona, magari si intravedono speranze, ma il finale è sempre quello congenito dell’autore, è sempre la tragedia. Nell’82 Fassbinder porta sullo schermo il romanzo di Genet Querelle de Brest. È fin troppo evidente, è decisamente dichiarato, che sarà il suo ultimo film. È la storia disperata di un magnaccia (“Querelle” appunto) omosessuale, ladro, assassino, che va verso un destino inevitabile. Querelle, creatività esplosiva, estetica che fa testo, è un culto storico di quel cinema e di tutto il cinema. Rainer Werner Fassbinder morì appena terminato il montaggio, di overdose. Inevitabile.

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