Storia ‘diversa’ del cinema: Il rinascimento popolare francese – Parte II | Rolling Stone Italia
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Storia ‘diversa’ del cinema: Il rinascimento popolare francese – Parte II

Dopo Marcel Carné, l’altro “eroe” della rivoluzione del cinema d’Oltralpe anni ’30 e ’40 è Jean Renoir, il figlio del grande pittore impressionista che con ‘La grande illusione’ e ‘La regola del gioco’ firma due capolavori assoluti

Pierre Fresnay (il capitano de Boëldieu) e Jean Gabin (il tenente Maréchal) nella ‘Grande illusione’ di Jean Renoir (1937)

Foto: Sunset Boulevard/Getty Images

Definendo “da Rinascimento” la qualità di certo cinema francese fra gli anni ’30 e ’40, intendo dargli un certificato assoluto di nobiltà. È il cinema che riusciva a combinare l’immagine alla poesia, entrambe altissime, le più alte. Il porto delle nebbie, di cui ho scritto nella puntata precedente, è una delle opere fondamentali di quell’espressione. E ora mi riservo un’omologazione assolutamente arbitraria, ma efficace, sempre abusando delle licenze che comunque il cinema, arte imperfetta e sfuggente ai codici, ti offre. Un confronto fra “rinascimenti”: Il porto delle nebbie può valere una Vergine delle rocce. Un altro titolo di Carné, cinema e arte purissima, è Les enfants du paradis. Opera di poesia a sua volta purissima, visto che l’autore, Prévert, non dovette neppure confrontarsi con un romanzo, come aveva fatto nel Porto delle nebbie. Il poeta&poeta, senza briglia, sostenuto da un regista che sapeva tenergli testa nel suo genio disordinato, scrisse una storia articolata, fra amore, citazioni letterarie di Hugo e Balzac, pura estetica, in una Parigi casa d’arte ideale, coi bistrot, le fontane, i monumenti, le fiere, i saltimbanchi e i mimi: tutto gestito da quelle intelligenze senza regole. Ogni amore non si chiude, si chiudono invece le tragedie. Alcune sequenze, come quella di Jean-Louis Barrault che mima un furto, sono alta arte figurativa mossa. E tutti che parlano come poeti colti o poeti grezzi. Il racconto mobile e composto, come un affresco su una tela lunga tenuta ferma a fatica, può rimandare alla Scuola di Atene delle Stanze vaticane.

Il cinema di pittura e poesia di Carné si integra con quello sociale e anticipatore di Renoir. Sono aspetti diversi della cultura francese, che in quella stagione prevaleva in Europa. Jean Renoir era figlio d’arte, anzi, figlio di grande arte: suo padre Auguste era stato uno dei maggiori maestri dell’impressionismo, sappiamo. Nel 1937 il regista firmava La grande illusione. Film semplicemente perfetto, per verità, realismo e contenuti. Si può dire che Renoir, rispetto a Carné, si vale di minore poesia, ma di maggiore verità, appunto. Si racconta la vicenda di due aviatori, un tenente, Marechal (Gabin), e un capitano, il nobile de Boëldieu, che si trovano prigionieri del barone Rauffenstein. Il film è uno straordinario manifesto pacifista. Stralcio una parte della recensione dal Farinotti: «Molte le sequenze cardine, che successivamente il cinema ha ripreso: i preparativi per l’evasione, lo spettacolo organizzato dai detenuti, l’esplosione del canto della Marseillaise alla notizia di una vittoria francese. La storia, scritta dallo stesso Renoir e Charles Spaak, è intrisa dunque di dolore privato e generale. Erano gli anni in cui gli artisti francesi erano conquistati dalla filosofia comunista. Renoir, come tutti gli autori illuminati (di cinema e non), si sforzava di essere equidistante, non schierato e senza pregiudizi. Aderiva a quello che sembrava il nuovo destino populista dell’umanità ma conosceva e non riusciva a disprezzare il mondo aristocratico, con la sua educazione e cultura. Ecco un passo del dialogo. D.B.: “Permettete una domanda? Perché avete fatto di me un’eccezione ricevendomi qui?”. V.R.: “Perché voi vi chiamate de Boëldieu, ufficiale di carriera dell’esercito francese e io von Rauffenstein, ufficiale di carriera dell’esercito imperiale germanico”. D.B.: “I miei camerati sono ottimi ufficiali”. V.R.: “Sono i regali della rivoluzione francese”. D.B.: “Credo che né io né voi si possa arrestare la marcia del tempo”. V.R.: “Io non so come andrà a finire questa guerra, ma sarà la fine di gente come noi”. D.B.: “Forse il mondo non ha più bisogno di noi”. V.R.: “E non trovate che sia un peccato?”».

A tanti anni di distanza, La grande illusione ha mantenuta quasi intatta la sua vedibilità. Due anni dopo Renoir presentava La regola del gioco. Un catalogo di sentimenti borghesi, decadenti, descritti in chiave da commedia. Intrecci amorosi che arrivano a una soluzione imprevedibile com’erano le regole di quel cinema e di quella cultura. Ma nelle vicende amorose, nei discorsi minimi e convenzionali in superficie, Renoir trasmette una grande paura, una tensione tangibile, semplicemente la paura della guerra che ancora non c’era ma che l’autore presentiva. E che sarebbe scoppiata. Carné e Renoir, e chi li ispirava, sono eroi legislatori di cinema. Il porto delle nebbie, Les enfants du paradis, La grande illusione, La regola del gioco sono il pacchetto perfetto di cinema. Un altro così non c’è.

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