Storia ‘diversa’ del cinema: I grandi narratori | Rolling Stone Italia
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Storia ‘diversa’ del cinema: I grandi narratori

Dopo il neorealismo di De Sica e Rossellini, il dopoguerra lancia la stagione d’oro della nostra commedia. Due nomi la cambieranno per sempre: Mario Monicelli e Dino Risi. Che, con la complicità di Gassman e Sordi, riscrivono (letteralmente) l’Italia

Vittorio Gassman, Totò e Renato Salvatori nei ‘Soliti ignoti’ di Mario Monicelli (1956)

Foto: Hulton Archive/Getty Images

Quando si scrive di movimenti del cinema e si circoscrive un periodo occorre sempre considerare i margini. Alcuni esempi: i grandi maestri, che cito ancora una volta, De Sica, Visconti, Rossellini, non solo registi, ma artisti tout-court, sono attivi, vitali, inventori, in un periodo circoscritto al dopoguerra, dalla metà dei Quaranta ai Cinquanta. Certo, quei registi continuarono anche nelle epoche successive, firmando sempre opere di qualità, ma la grande identità, l’invenzione buona per il mondo, rimane in quel primo periodo. Vale anche per Antonioni e Fellini, “artisti” nei Sessanta e Settanta, “registi” fino agli anni Novanta, certo, con energia minore.

Il cinema italiano del realismo valeva anche in virtù di una ragione storica, la condizione del nostro Paese a ridosso della guerra. Dunque gente umile, ferita, tesa alla sopravvivenza, strade percorse da ciclisti più che da macchine, quartieri diroccati, giacche e pantaloni sgualciti. Con la giurisdizione, totale, del bianco e nero. Quando la situazione cominciò a migliorare e prima qualcuno, poi molti, poterono permettersi la Vespa e poi la Cinquecento, e quando i giovani ricominciarono a frequentare le sale da ballo e a fare progetti, e le famiglie ed andare al cinema e al mare, ecco che il cinema ritenne di doversi adeguare. Si poteva ricominciare a sorridere, e a far sorridere nei film. Incombevano gli anni Sessanta, il Paese era stato in parte ricostruito, fra poco lo sarebbe stato del tutto.

I nomi fondamentali del nuovo grande cinema all’italiana furono: Monicelli, Risi, Comencini, registi; Gassman, Sordi, Mastroianni, Manfredi, Tognazzi, attori. Merita una citazione una coppia di scrittori, Age e Scarpelli, che intesero e rappresentarono quell’epoca meglio di chiunque, meglio anche dei grandi nomi della letteratura nobile. Tutto questo nasce da qualcosa di impossibile e paradossale, un’intuizione di Mario Monicelli, che nel ’58 si accorge che il più grande attore drammatico italiano, in teatro, è in realtà il più grande attore comico in cinema. Vittorio Gassman naturalmente ha già fatto molti film, ruoli diversi, persino ambigui, dall’eroe di cappa e spada (Il cavaliere misterioso) al criminale antagonista (Riso amaro), al nobile corrotto nel colosso Guerra e pace, e molto altro. E in teatro è stato… tutto, da Oreste ad Amleto e Otello, a Kowalski ad Adelchi. Insomma il repertorio classico e moderno più nobile. Monicelli sorpassa tutto questo e dà a Gassman il ruolo di Peppe, il semidiota balbuziente, uno dei “professionisti” dei Soliti ignoti. È un film straordinario, che inaugura il filone della nostra commedia, quella che si farà notare nel mondo, troverà adepti e imitatori.

Monicelli firma altri due titoli eroici del genere, La grande guerra e L’armata Brancaleone. Il regista toscano prende in mano una storia e la racconta al meglio. È un grande narratore. I suoi predecessori “artisti” davano alle loro opere impronte e stili precisi, ponevano firme riconoscibili. Avevano, lo ribadisco, inventato estetiche e correnti. Monicelli –  tecnica, linguaggio, gusto e conoscenza umana perfetti – si preoccupa che la storia emerga, che la regia non vada a prevalere. Anche in questo caso il confine può non essere così netto. La grande guerra presenta una vera pittura senza colore. Quei fotogrammi, studiati con applicazione maniacale sulle immagini dell’epoca, sono piccole singole opere d’arte, ma a prevalere è il racconto, con episodi che si alternano, uno comico e uno drammatico, in un insieme ancora oggi, a mezzo secolo di distanza, perfetto per vedibilità. L’armata Brancaleone è il prototipo di un genere che avrebbe prodotto una serie infinita di emanazioni non all’altezza. Monicelli e Gassman studiarono la lingua medievale trovando un compromesso, a tratti persino in rima, spurio e grottesco, ma irresistibile. Siamo sempre nell’ordine delle cinque stelle. Sei, se esistesse quella misura.

Dino Risi assunse senz’altro l’indicazione di Monicelli rispetto alla trasformazione di Gassman. E così impiegò l’attore ligure in ruoli comici senza… soluzione di continuità. Gassman poteva essere diretto da uno o dall’altro, e sarebbe sempre stato Gassman. E poi Sordi, naturalmente, che non va inquadrato in nessun genere, è trasversale nei decenni. Insieme a Gassman dà comunque nobiltà altissima alla nostra commedia. Nel ’62 Risi firma un capolavoro, Il sorpasso, con Gassman. La formula è quella del “dramma divertente”. Il sorpasso diventa un culto perenne: linguaggio, storia, attori, qualità non definibile, tutto perfetto, compresa la vedibilità postuma. Rispetto al Realismo, la Commedia rileva e rappresenta al meglio i caratteri. I modelli di quei film sono semplicemente l’istantanea, creativa, della gente italiana. La cifra narrativa, ribadisco, è perfetta nel tempo. E, in quella chiave, sorpassa le opere d’arte del dopoguerra, che alla distanza pagano qualcosa in termini di vedibilità.

Nel ’61, scritto da Sonego, Risi aveva girato Una vita difficile, altro caposaldo del genere, altro film perfetto. Sordi è un partigiano un po’ maldestro, alla sua maniera, un comunista che vive le più importanti vicende politiche fino ad allora: il referendum del 2 giugno (con la leggendaria scena della cena in casa dei principi), le decisive elezioni del 18 aprile ’48, l’attentato a Togliatti del luglio dello stesso anno. Sta dalla parte di Sordi anche chi non è… comunista. Erano le indicazioni di Risi, e anche di Monicelli, gente di sinistra, di quella di allora, vera, onesta e solidale. I mostri di Risi (’64) è una collana impietosa di racconti italiani. La parte peggiore di noi: la mania della televisione (già allora), il pugile suonato che deve fare comunque spettacolo, la gente di cinema che sfrutta una vecchietta malata, un padre che insegna cinismo al suo bambino, e poi l’episodio La musa, dove Gassman è “la” titolare di un premio letterario che fa vincere un analfabeta solo perché vuole sedurlo. Gassman che fa la donna, con la scollatura su quella schiena di un metro quadrato, è a mio giudizio la più grande performance d’attore di quella stagione. Davvero grandi autori, e davvero grandi film.