‘Spacetime Chronicles’ è una piccola grande odissea introspettiva | Rolling Stone Italia
dal milano film fest

‘Spacetime Chronicles’ è una piccola grande odissea introspettiva

Stefano Bertelli arriva al Milano Film Fest con un’opera d’animazione originalissima, capace di creare un’esperienza cinematografica armata di concetti universali

‘Spacetime Chronicles’ è una piccola grande odissea introspettiva

‘Spacetime Chronicles’ di Stefano Bertelli

Foto courtesy Milano Film Fest

Il cinema d’animazione parla anche italiano in questo 2026, e lo fa con un’opera capace di andare oltre la dimensione commerciale, quella schiava di algoritmi e ripetitività, del già visto e già sentito. Spacetime Chronicles di Stefano Bertelli, presentato fuori concorso nella sezione Controcampo del Milano Film Fest ora in corso, è quello che fa per voi, se state cercando un racconto che abbia la capacità di portarvi verso un altrove, di farvi sentire parte di qualcosa di nuovo e allo stesso tempo di profondamente familiare, vostro. Lo si potrebbe anche definire un trip cerebrale in cartoncino e colla, che prende le paranoie strutturali della generazione sfigata per eccellenza, quella Millennial, e le frulla senza pietà con i paradossi della fisica quantistica.

Tutto è nato da un corto lungo 24 minuti, preceduto dal primo film animato di Bertelli, Acid Space, datato 2014. Prima e dopo, una lunga carriera nel mondo dei videoclip di ogni possibile natura ed estetica, con artisti di fama internazionale. Spacetime Chronicles ha già fatto il giro di mezzo mondo in alcuni dei festival più importanti del settore, dopo il Milano Film Fest sarà al Festival d’animazione di Annecy. Il motivo di tanto e tale interesse è semplice: unisce la libertà più totale a un’estetica low-cost da stop-motion su carta geniale per concezione e sviluppo, creata assieme a Riccardo Orlandi.

Il protagonista della storia è Fred, di fatto il ritratto sputato del perfetto Millennial: un giovane adulto perennemente fuori sincrono, un po’ sognatore e un po’ perdigiorno, bloccato in un limbo emotivo e schiacciato dal peso di aspettative eccessive e non sue. Spacetime Chronicles si apre con un aereo che precipita, poi ecco che spunta una sorta di buco nero, prima di vedere Fred su un autobus, pronto per finire in classe. Neppure il tempo di sedersi ed è in bagno a vomitare uno strano liquido verde, che travolge tutto e tutti nell’edificio. Anche i più profani della settima arte ci troveranno già solo in questi pochi frammenti dei chiari omaggi a titoli mitologici come Donnie Darko, Shining e una bella fetta di teen movie anni ’90. Non può mancare naturalmente l’incontro fortuito con una ragazza, un misterioso libro a fare da guida e l’invincibile voglia di intraprendere una fuga disperata verso Tokyo per reincontrarla. Ma il destino (o i destini) sono in agguato.

SPACETIME CHRONICLES | Stefano BERTELLI | Anima 2026 • Trailer

Spacetime Chronicles non è un film lineare, questo va detto subito. Si tratta del suo più grande pregio o del suo più grande difetto, dipende dal punto di vista. Non c’è nulla che segua una direzione chiara, “normale” per così dire. Il che poi è coerente con l’intenzione (più o meno palese) di Bertelli di creare sì un racconto autobiografico squisitamente derivativo e nerd, ma anche di parlarci di noi, dei Millennial e del sogno che abbiamo cullato per buona parte della nostra vita: dell’ossessiva e illusoria volontà di un controllo totale della nostra esistenza. Siamo la generazione cresciuta con la promessa che, incastrando perfettamente ogni pezzo del puzzle (studio, lavoro, relazioni), restando giovani e folli, avremmo dominato il nostro destino. Stefano Bertelli demolisce questa certezza, costringendo Fred a fare i conti con le entropie di Stephen Hawking, i buchi neri, la Teoria del Caos, distopie fuori controllo, le teorie di Einstein e molto altro. Il tutto con al suo fianco un gatto parlante (Freud, che altro nome poteva avere?) che rappresenta la sua coscienza e il suo inconscio e lo mette nei casini. La vita non si pianifica, si subisce pare dirci Spacetime Chronicles, e ogni tentativo di Fred di trovare un senso nel caos si rivela un fallimento matematico.

Ci sono altri omaggi oltre a quelli già citati, si va da Collodi e il suo Pinocchio all’animazione sfrontata di Matt Groening, lo stile narrativo sincopato che rese South Park un mito assoluto. Ma qui dentro c’è anche Michel Gondry e il suo Se mi lasci ti cancello. Come allora, anche in Spacetime Chronicles il viaggio è in realtà nella scatola cranica del protagonista, con un continuo e disperato tentativo di fare pulizia dei propri traumi e paure che si scontra i limiti dell’esperienza umana. Questa malinconia nerd, filtrata da un cinismo pungente e surreale, è un gioiellino di esistenzialismo sgangherato, ma assieme anche una confessione molto personale e intima. Macro e micro appunto, il suo e il nostro, alto e basso, realtà e immaginazione, tutti esempi di due lati della stessa medaglia, della stessa illusione.

Visivamente l’impatto è sbalorditivo pur nella sua semplicità, tra accelerazioni e slow motion, piccoli trucchi pirotecnici e un’ironia pungente. Non servono i milioni della CGI moderna per creare qualcosa di vero, di potente. La vecchia e cara stop-motion non morirà mai, pare dirci Spacetime Chronicles, perché essa è fatta della stessa materialità spigolosa ed essenziale di cui sono fatti i nostri sogni. Poi ecco arrivare Tokyo, altro sogno mai avveratosi dei Millennial, la sua essenza cinematografica immutabile e assieme fantascientifica. Ecco i cabinati arcade del mondo che fu, i simulatori di volo alle giostre, la scoperta del sushi, il mondo che era ancora enorme e ti ci potevi perdere dentro. Spacetime Chronicles non è armato di certezze, solo di un’osservazione costante che Stefano Bertelli fa di sé stesso, del suo passato che è anche il nostro, sparito troppo velocemente e senza poterlo veramente controllare. Ecco perché i dialoghi così essenziali e misteriosi, perché il suo scappare ogni volta da qualcosa di prestabilito, il suo essere criptico, un folle affresco jazz in carta e colla, straniante, anche inquietante magari per certi versi, perché no? Ma è un inno alla libertà, questo Spacetime Chronicles. È sperimentazione pura, è ciò che il nostro cinema deve ricominciare a offrire a piene mani.