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Sogni, successo, memoria: Alejandro González Iñárritu a Venezia con il suo personale poema epico

Il regista premio Oscar messicano ha presentato in concorso alla Mostra del Cinema l’ultimo film ‘Bardo, Falsa crónica de unas cuantas verdades’: la sua pellicola più personale, attraverso cui tenta di «dare un senso a cose che un senso non ce l’hanno»

Foto di Alessandra Benedetti - Corbis/Corbis via Getty Images

Non è un film semplice, Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades: da un lato per la sua maestosa lunghezza – due ore e cinquantaquattro minuti – dall’altro perché non è (volutamente) lineare ma mischia più piani temporali, narrazioni, sogno e realtà, simbolismi, temi, culture. Per il suo ritorno a Venezia dopo otto anni (correva l’anno 2015, l’anno di Birdman), Alejandro G. Iñárritu non sceglie di certo la via più facile, e presenta in concorso quello che può benissimo essere definito il suo personale poema epico, in cui tutti convogliare tutti gli elementi della mitologia inarrituiana.

Silverio (Daniel Giménez Cacho) è un giornalista e documentarista messicano di fama internazionale, risiede da anni a Los Angeles insieme alla famiglia e a un certo punto della sua carriera gli Stati Uniti decidono di tributargli un prestigioso riconoscimento in ambito giornalistico. Ciò scatenerà una serie di contraddizioni, quasi delle profonde lacerazioni, tra l’impegno civile di Silverio e il premio stesso: è giusto accettare un simile onore da parte dei gringos? Chi e cos’è, Silverio? Uno «troppo americano per i messicani e troppo messicano per gli americani, un noman’sland», come si autodefinisce il regista premio Oscar per Birdman e Revenant – Redivivo? La crisi esistenziale in cui precipita il protagonista, alimentata anche dal ritorno nel Paese natìo, porta con sé una messa in discussione della propria vita e una sorta di rilettura degli eventi che l’hanno plasmata: la perdita di un figlio a poche ore dal parto, la guerra Messico-statunitense, il successo ottenuto a volte immeritatamente, il considerarsi in prestito ovunque vada.

È impossibile non scorgere in Bardo – che uscirà nelle sale e poi su Netflix il 16 dicembre prossimo – dell’autobiografismo, o, come preferisce chiamarla Iñárritu, dell’autofiction. Silverio è anche Alejandro, o, meglio, è il tentativo di Alejandro di «identificare e dissezionare le cose che mi hanno formato negli ultimi vent’anni, ossia quando ho lasciato il Messico. Le circostanze vengono sempre interpretate personalmente da ognuno di noi, sulla base della nostra cultura, dei nostri valori, delle nostre idee, delle nostre emozioni: in tal senso, la memoria non ha in sé la verità. Per questo ho cercato di dare un senso a cose che un senso e una logica non ce l’hanno».

E se il film una coerenza nel senso stretto e letterale del termine non ce l’ha «esattamente come i sogni, perché il cinema e i sogni condividono la medesima natura», non lesina affatto in quanto a sense of humour: nero, tagliente, sottile, che non risparmia nulla e nessuno, perché d’altronde «i ricordi, pure quelli legati alla guerra, non devono per forza continuare a essere amari». Per Iñárritu, il bardo del film è quello buddhista, una specie di limbo cattolico «dove vai quando muori, e finisci in questo spazio prima di andare in Paradiso, per i cattolici, o di rinascere. Il bardo è il luogo in cui è prigioniero Silverio, anzi, un non-luogo di idee e ricordi che si stanno trasformando, in cui non si riesce a capire da che parte stare». Il non-luogo, insomma, in cui giace perennemente chi emigra: «che non mai è dentro al bicchiere, ma cammina sul bordo e può vedere in basso e può vedere al di fuori, senza però essere né dentro, né fuori».

Alejandro González Iñárritu e Daniel Giménez Cacho sul set di ‘Bardo, Falsa crónica de unas cuantas verdades’; Foto: Netflix

Bardo non prende mai posizioni nette, e per centottanta minuti porta all’estremo la sensazione del protagonista del sentirsi in bilico, diviso tra le mille contraddittorietà dell’esistenza, incluso il successo. «Il successo ha sempre un sapore dolceamaro: ci si ritrova in una posizione privilegiata, ma allo stesso tempo caricati di obblighi, aspettative, opinioni, dubbi. Si vuole andare fino in fondo, eppure la sensazione è che quel “fino in fondo” non sia mai abbastanza; il successo ha un costo, nel senso che costringe le persone a dedicarcisi completamente a livello fisico e mentale, rinunciando al proprio tempo e alla “presenza”, come per esempio i momenti in cui si è al cento per cento con la famiglia, con la testa e col corpo. La vita inizia a essere secondaria rispetto al lavoro, e questo è un mio enorme rimpianto».

C’è, infine, un sottile filo rosso che collega Riggan Thomson, il Birdman interpretato da Michael Keaton, e il Silverio di Daniel Giménez Cacho: due uomini in lotta col proprio ego e, specialmente il secondo, con la tanto dibattuta sindrome dell’impostore; due uomini nati in due fasi differenti della vita di Iñárritu – il primo al compimento dei cinquant’anni, il secondo dei sessanta. «Sono arrivato a un punto in cui riesco a guardare la realtà diversamente, e la svolta è avvenuta nel 2012 quando ho cominciato a meditare: questa cosa mi ha insegnato a vedere i miei pensieri in maniera più chiara e in un certo qual modo a “liberarmi” dal loro peso, permettendomi di imparare a ridere di me stesso, delle mie convinzioni e delle mie certezze, e soprattutto a condividerle con onestà. Silverio a differenza del personaggio di Michael Keaton non reagisce, ma osserva e risponde, non ha la verità in tasca».

E in un’epoca in cui vogliamo avere tutti ragione, a urlare e a scannarci, incuranti della sofferenza che possiamo causare nel prossimo, Silverio Gama rappresenta forse la maturità di coloro che scelgono di stare sul bordo e soppesare ogni istanza con uno sguardo più critico. Il che non è che non porti sofferenza, sia chiaro, ma fa decisamente meno frastuono.

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