«È così che ci si sente alla fine del mondo?», chiede uno. «Non lo so, è da molto tempo che è la fine del mondo», risponde l’altro. La domanda, anche fuori dallo schermo, è dunque inevitabile: come si sente Óliver Laxe alla fine del mondo? La risposta è – almeno in parte – Sirāt, sensation dell’ultimo Festival di Cannes (ha vinto il Premio della giuria), nelle sale italiane dall’8 gennaio con MUBI.
Dico almeno in parte perché il quesito resta, volutamente, irrisolto. Questo è un film più che altro esperienziale (chiedo scusa), sensoriale (e due), immersivo (e tre). Come a dire: che siamo alla fine del mondo da un pezzo lo sapete, lo sappiamo. Ognuno perciò, qui dentro, ci veda la propria.
Così fanno i protagonisti, un gruppo di raver nel deserto marocchino cui si unisce lo spagnolo Luis (Sergi López) insieme al figlio piccolo (Bruno Núñez Arjona). Cercano la figlia del primo, e sorella del secondo, missing, o almeno così crede il padre, in uno di questi raduni tra elettronica e LSD. L’uomo si mette al seguito di un sottogruppo di loro, in cerca di un altro rave (di un’altra fine del mondo?). Si vive, si muore, si prova a stare al mondo finché il mondo, appunto, non finisce, non esplode. Burning men, per davvero.
Laxe è furbo, e si vede. A Roma direbbero: è paraculo. E non è necessariamente un male, per chi vuole fare cinema oggi che il cinema non colpisce più, figurarsi se stordisce. Oggi che il cinema è finito ancora prima (ancora più) del mondo. Sirāt, a suo modo, colpisce e stordisce eccome, giocando di tensione, emozione, anche sadismo un po’ gratuito. È tutto – per usare un aggettivo antico e scivoloso – etico? Forse no, ma ci importa per davvero?
È, in fin dei conti, la fine del mondo, e se si sta a questo gioco, allora si può anche barare. Fra Zabriskie Point, Gaspar Noé e Mad Max, Laxe (anche sceneggiatore con Santiago Fillol) ci fa guardare dove solitamente l’occhio del cinema non ci porta, in questa corte dei miracoli forse più brutta sporca e cattiva di come all’inizio vuole farci, cool-escamente, credere. Potrebbe essere un effetto autogol: ma allora i rave vanno chiusi davvero!
Ma, dicevo, non è questo il punto. Se mai, è trovare il modo per raccontare questo mondo in fiamme, e Laxe scopre, intelligentemente, il suo. Tutti sono pedine, ciascuno porta solo il proprio egoismo, nessuno si salva da solo ma forse nemmeno stando insieme agli altri. Anzi, lì peggio ancora.
Del paraculismo fanno parte anche gli echi di una guerra lontana, e una certa exploitation dei profughi veri/falsi, e quel finale sul treno che non si capisce se è speranza o traghetto verso l’inferno. Ma è un cinema, appunto, che vuole forse essere solo stilizzazione, allegoria forse un po’ facile ma che va certamente a segno, costruzione di un mondo che esiste solo per quelle due ore e che però, in quel mondo, ti fa entrare con una spavalderia che poco cinema oggigiorno si può permettere.

Sergi López e Stefania Gadda in una scena del film. Foto: MUBI
Produce, tra gli altri, Almodóvar, che è stato a suo tempo alfiere di un nuovo modo di fare cinema locale parlando al mondo. Laxe ha girato finora quattro film, i precedenti (Todos vós sodes capitáns, Mimosas, O que arde) sono rimasti confinati nella cinefilia festivaliera. Non so se sarà un nuovo Pedro, certo è che con Sirāt riesce a fare un cinema vivo, personale, che si può amare o contestare, e che arriva persino ai premi mainstream (è candidato ai Golden Globe come film internazionale, lo sarà quasi sicuramente anche agli Oscar: e attenzione anche alle notevoli musiche di Kangding Ray).
Mi ha ricordato un po’ Coralie Fargeat e The Substance, altro film (sempre MUBI) che gioca – non senza consapevole paraculaggine – con il genere e con i generi, e che riesce a parlare sorprendentemente una lingua universale. E a creare coolness (scusate), hype (di nuovo), rilevanza al di fuori dell’high concept di partenza.
È quello che l’Italia e i suoi nuovi autori, a parte rarissimi casi (escludendo gli ormai assodati Sorrentino e Garrone, ultimamente solo Alice Rohrwacher e Luca Guadagnino, che però ormai gioca un campionato non più nazionale), non sanno più fare. Noi restiamo chiusi dentro i nostri confini, non ci verrebbe mai in mente di mettere un uomo dentro un furgone, spedirlo tra i fattoni nei rave del deserto, e farlo arrivare persino fino a Hollywood. E siamo anche quelli che storcono il naso e dicono «Mah, Sirāt non è poi tutto ’sto gran film», sentendoci, noi sì, davvero furbissimi, mentre continuiamo a parlare solo ai nostri quattro amici al bar.









