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‘Siccità’, Virzì e ’sta cosa che c’abbiamo dentro

Un ‘Altman a San Lorenzo’ cupissimo, ampissimo, coralissimo (da Mastandrea a Orlando, da Bellucci a Fanelli) per raccontare, da propheta in patria qual è il regista livornese, le miserie ambientali e sociali di oggi. La nostra recensione da Venezia 79

Valerio Mastandrea in ‘Siccità’ di Paolo Virzì

Foto: Vision Distribution

«Quanto deve durare ’sta cosa che c’ho dentro? Quand’è che se ne va?», urla in macchina Emanuela Fanelli dopo una scena che credereste uscita da un film di Neri Parenti, se non fosse così dolce e struggente. È lì che capisci che Siccità di Paolo Virzì, fuori concorso a Venezia 79 e poi in sala a fine mese, è un film su quella cosa che c’ho dentro, che c’abbiamo dentro tutti da un pezzo, e che non se ne va.

È un mondo «di vanitosi e mitomani», taglia corto la diva interpretata dalla diva Monica Bellucci (e un film che mette nello stesso cast Fanelli e Bellucci va subito celebrato), ed entrambe le categorie sono qui ottimamente rappresentate. Ma è quel malessere diffuso, singolo e collettivo, il tratto principale di tutti i caratteri, di cui sono svelate le piccinerie che ci riguardano uno per uno.

Nell’estate in cui, come ogni estate elettorale che dio manda in terra, si ripresentano le ferie d’agosto virziniane profeticamente messe in scena a berlusconismo appena avviato (venticinque anni dopo, muoiono le regine – sigh – ma non cadono i presidenti), Siccità racconta sì di crisi ambientale, pandemia, classi sociali, inflazione, (dis)integrazione e (dis)informazione; ma dice, più di tutto, che la pioggia che c’aspettiamo è quella che può lavare via il macigno che ci portiamo addosso per, appunto, mitomania e narcisismo, o anche per solitudine, ignoranza, stanchezza, distrazione, ingenuità.

La Roma mortificata (è un aggettivo usato da un amico romano che ormai riuso sempre anch’io) di questi tempi è la Roma di questo film. Una Roma cupissima, prosciugata (grandiose scene ed effetti visivi), piena di blatte, ratti, monnezza e sterpaglie. È una Roma in cui sono tutti variamente e teneramente orrendi, e dove sembrano venire fuori, insieme agli scarafaggi, tutti quelli che solitamente non piacciono al cinema romano dei loft e dei pubblicitari (ma dove?!), e cioè una nuova città popolata di assassini, ladri, carcerati, barboni, stronzi da poco, tutti piccoli piccoli, solo i giovani si salvano (forse).

È Roma e siamo tutti noi, che stiamo lì a contare i cuoricini (immenso Tommaso Ragno), a infamare il prossimo sui social, a scambiare i selfie per amore, il furto per merito (l’orologio d’oro che diventa MacGuffin politico e sociale), la disperazione per destino a cui non ci si può opporre, contro cui non si può mai scegliere – e invece si sceglie sempre, anche di, letteralmente, inaridirsi.

Un cast enorme (son tutti bravissimi: ci sono anche Orlando, Mastandrea, Pandolfi, Lietti, Marchioni, Serraiocco, Montesi, Tortora, Ribon, più tanti piccoli personaggini čechoviani solo apparentemente di contorno) è l’impalcatura di questo Altman a San Lorenzo che prende consapevolmente tantissime strade, perde qualcuno e poi lo riacciuffa, divaga per tenere sempre il centro. Per dirci che ’sta cosa che c’abbiamo dentro se ne va davvero solo quando qualcuno, qualcosa, ci scoppia dentro al cuore all’improvviso (cit.). E questi tempi, quest’Italia di oggi, forse è ancora troppo brutta e troppo storta per farcelo anche solo sognare.