Obsession, realizzato dal ventiseienne Curry Barker con un budget di 750mila dollari, si avvicina ormai ai 300 milioni al box office. Ha già superato Backrooms e probabilmente supererà anche l’ultimo Star Wars, dal budget di 165 milioni. Quando i suoi numeri sono saliti di nuovo nel terzo weekend, il film ha eguagliato un record di crescita settimana su settimana che non si vedeva da E.T.: era il 1982.
Non si era mai vista una traiettoria ascendente simile per un horror, genere noto per crollare dopo il weekend di apertura. Ma oltre alla tenuta nei fine settimana, sono impressionanti anche gli incassi infrasettimanali: dopo un mese nelle sale, Obsession incassava in media oltre 4 milioni di dollari nei giorni feriali; nello stesso punto della sua corsa, Avengers: Endgame, il più grande blockbuster di sempre dopo Avatar, ne incassava la metà.
Tutto questo si è tradotto in una permanenza prolungata anche nelle sale italiane e quindi nella mia decisione, un lunedì sera libero, a oltre un mese dalla sua uscita in Italia il 14 maggio, di andare finalmente ad assistere al miracolo di cui tutti stavano parlando. E in effetti, anche di lunedì, la sala era piena. Questa è quindi un’insolita recensione tardiva, ma l’attesa ha i suoi vantaggi: permette di avere a disposizione il consenso della critica mondiale, i primi think piece scritti dopo il successo inaspettato del film e, soprattutto, mi autorizza ad andare full spoiler, dando per scontato che chi teneva a vederlo alla cieca abbia avuto il tempo di farlo.
Avevo inizialmente rimandato la visione, perché ho visto troppi horror indipendenti venuti dal nulla e salutati come nuovi pilastri del genere, poi rivelatisi quasi sempre buoni esordi, con ottime idee, una regia brillante e promettente, evidenti limiti qualitativi e un destino già scritto: essere dimenticati poco dopo l’ultimo articolo che urlava al miracolo. Quel poco che sapevo della trama di Obsession alimentava queste aspettative. Il classico tropo dello “stai attento a ciò che desideri”, una rilettura del racconto The Monkey’s Paw del 1902, che ha ispirato un episodio dei Simpson, che a sua volta ha ispirato Barker. Solo che questa volta il desiderio è quello di Bear (Michael Johnston), ragazzo introverso e impacciato, che vuole che la migliore amica Nikki (Inde Navarrette) “lo ami più di chiunque altro al mondo”. Ma non sarei qui a scriverne se Obsession si fosse limitato a confermare quelle aspettative.
La prima sorpresa è stata la luce del film. O meglio, il buio. Dall’istante in cui Nikki comincia a comportarsi in modo inquietante, smettiamo di vedere il suo volto rassicurante, che si riduce a una silhouette e a barlumi negli occhi. È un buio naturale, come lei è una persona normale, almeno all’inizio, eppure ogni scena è carica di una tensione insopportabile, come se stessimo osservando un demone senza volto invece della ragazza dolce di pochi minuti prima. Proprio perché razionalmente non ci sarebbe nulla da temere, l’ansia che si prova è inaspettata e profondamente perturbante. Raramente ho visto nell’horror, anzi nel cinema, un uso così curato ed efficace della penombra: non il buio pesto in cui si nascondono i mostri, ma quell’oscurità reale, da corridoio di notte, dove vediamo – pensiamo di vedere – che non c’è niente da temere, eppure siamo terrorizzati.
Di fronte a un controllo così preciso dell’immagine, le mie speranze si sono impennate. E diventava sempre più incredibile che un film di tale impatto visivo fosse stato realizzato con un budget così misero, soprattutto dopo essere capitato sul post virale della scenografa Sally Choi, in cui denunciava di essere stata pagata 6741 dollari per l’intero film.
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La seconda sorpresa è stata Inde Navarrette, incaricata di una performance talmente esigente, esposta e facilmente ridicola che affidarla a un’attrice fino a quel momento semisconosciuta al cinema sembrerebbe una scommessa incosciente. E invece è proprio lei a tenere in piedi l’intero film, che sarà senza dubbio il suo hard launch come scream queen. Se la paura primordiale del buio fa metà del lavoro, l’altra metà la fanno le sue inflessioni di voce e espressioni innaturali. Ancora più del box office, il vero miracolo del film è aver trovato un’attrice in grado di rendere credibile e minaccioso ciò che le viene chiesto di fare scena dopo scena. Più di una recensione l’ha paragonata alla performance epocale di Isabelle Adjani in Possession, e non lo trovo per niente iperbolico.
Quindi, nella tecnica e nella recitazione, cioè nei territori in cui gli indie solitamente arrancano, Obsession fa un fuoricampo. Ma la sorpresa più grande è che proprio dove non serve budget, dove un film può davvero brillare nonostante i mezzi limitati, cioè nel contenuto della mente torbida del regista, nella sua capacità di concepire e realizzare orrori che i grandi studios non oserebbero toccare, Obsession si svuota.
Tutto il potenziale della premessa e della realizzazione scivola tra le mani di Barker, che evita le direzioni più spaventose e fertili offerte dalla sua stessa idea per dirigersi a tutta velocità verso la narrazione e il finale più ottusi e prevedibili. La dinamica coercitiva involontaria avrebbe potuto aprire a un orrore legato a tensioni sociali reali: il “good guy”, l’incel, il consenso, le relazioni codipendenti, tutte filtrate attraverso il concetto infernale di essere impotenti nel proprio corpo e usati dal proprio migliore amico. Barker ha trovato il linguaggio visivo e l’attrice perfetti per incarnare questo orrore specifico, inedito e fin troppo reale. Invece fa della vittima un veicolo per inanellare un jumpscare dopo l’altro, mentre l’ossessa del titolo diventa sempre più folle per ingozzarci di shock value.
La penombra che basta a rendere insopportabili le situazioni più normali manca del tutto a una trama fatta di bianchi e neri netti, dove ogni sfumatura di grigio sembra più una lacuna della sceneggiatura che un’ambiguità voluta. Il peccato originale di Bear, esprimere il desiderio, è troppo innocente e innocuo per renderlo davvero responsabile; allo stesso tempo, Nikki diventa troppo immediatamente fuori controllo perché lui possa credere al suo nuovo amore o approfittarsene in modo credibile. Letteralmente il giorno dopo l’incantesimo, Nikki riesuma la gatta morta di Bear e le allestisce un altarino per fargli un regalo. Più avanti, la riesuma di nuovo e la cucina, per darla da mangiare all’amato. La follia gratuita annulla qualsiasi climax tematico: dall’incredulità per l’amore ricambiato alla consapevolezza dello sfruttamento, dall’ignoranza alla colpevolezza. L’unico climax che interessa a Barker è quello verso momenti sempre più cruenti, sempre meno sensati e sempre meno efficaci, fino al prevedibile bagno di sangue finale.
Barker si premura di non sporcarsi le mani con il nodo delicato del consenso. Bear viene raccontato in due soli modi: terrorizzato dal comportamento di Nikki e costretto dalle sue pressioni, come nel primo rapporto tra i due, oppure immerso con lei in una relazione apparentemente idilliaca, con tanto di banale montaggio da coppia felice da pubblicità. Poi, tutto a un tratto, la vera Nikki riesce a parlargli mentre il corpo posseduto dorme. Lo prega di ucciderla e far finire l’incubo, al che lui le chiede: “Cosa c’è di così male nello stare con me?”. Lei mormora: “Non sono mai stata con te”, e allora Bear ignora le sue suppliche e se ne va. È una scena tanto forte quanto totalmente fuori personaggio.
Ma proprio perché introduce una malizia che il film fino a quel momento ha evitato accuratamente, è anche una piega improvvisamente interessante: il good guy, di fronte alla prova definitiva che si sta approfittando della ragazza dei suoi sogni, mette al primo posto il proprio orgoglio ferito. Forse chi stavamo osservando nascondeva a noi, come a se stesso, la consapevolezza di ciò che stava facendo. Di nuovo, una storia fin troppo reale. Ma come quella malizia era fuori luogo prima, lo sarà anche dopo, perché viene immediatamente abbandonata. Subito dopo quella scena ricominciano i jumpscare e Bear torna a essere la vittima.
In un’intervista, parlando proprio di questo passaggio, che sembra riferirsi a un tipo di entitlement maschile sempre più familiare online, Barker rassicura: «Non l’ho pensato in quel modo quando l’ho scritto. Lui prende solo alcune pessime decisioni, ma penso che parta da un luogo davvero innocente». Allora in che modo l’ha scritto? In quella scena lei gli dice esplicitamente che, fino a quel momento, lui l’ha stuprata, e lui, offeso, se ne va. Bear oscilla tra la mancanza di potere decisionale di una vittima e l’assurdità del personaggio horror che non chiede aiuto né scappa davanti al pericolo, con un solo momento di meschinità maschile che non influisce in alcun modo sulla storia. Da questa confusione emerge soltanto che non è un personaggio credibile. E soprattutto che non è interessante.
Ed essendo la storia interamente narrata dal suo punto di vista, quindi volutamente negligente verso quello della vittima, il problema passa dalla trama al contenuto. È proprio questo che rende Lolita un capolavoro e non un romanzo abietto: l’assenza della vittima dalla storia è essa stessa l’ennesima violenza del protagonista, che cerca di impedirci di vedere il male che ha fatto. Qui, invece, è il regista a confondere le acque, ma in difesa del carnefice, non della vittima. Tant’è che, dopo l’inutile esplosione di violenza del finale, la vera Nikki torna in sé solo per ritrovarsi sfregiata e circondata dai corpi morti dei suoi amici. I titoli di coda scorrono sulle sue urla agonizzanti e sulla classica musica allegra dissonante da horror. Alla fine, la sua sofferenza è la punchline.
Di solito, gli horror recenti apprezzati dalla critica non sono graditi dal pubblico, e viceversa. Ma oltre che al box office, Obsession è una mosca bianca anche per consenso: A- nei sondaggi pubblici CinemaScore all’uscita dalle sale e 94% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, mentre Metacritic segnala 32 recensioni positive, 3 miste e una sola negativa. Quando leggo sul Guardian che Obsession riesce a «trascendere le sue radici horror e diventare più un oggetto di conversazione sociale», che tratta il proprio tropo horror «in modo più astuto e ragionato di quanto siamo abituati a vedere» e che «i suoi shock sono brutalmente efficaci», posso semplicemente non essere d’accordo. Ma quando leggo che «Barker rende la paura di oltrepassare i confini invisibili [del consenso] terrificante quanto qualsiasi jump scare o fiotto di sangue» (Slant Magazine) o che Obsession «permette un’esplorazione sfaccettata dei vari lati del desiderio ossessivo» (British Film Institute), mi chiedo se abbiamo visto lo stesso film. Quello che ho visto io faceva leva proprio su jumpscare e fiotti di sangue per evitare di esplorare il desiderio ossessivo, affidandosi a un protagonista inetto e a circostanze che agiscono al suo posto. Anche passando su Letterboxd, che non è una voce critica ma resta un efficace specchio del consenso cinefilo, la media dei quasi due milioni di voti di Obsession è di 4.1 stelle su 5, rendendolo il ventunesimo miglior horror di sempre. Per riferimento, L’esorcista è sessantaduesimo, con 3.9 stelle.
Non mi spiego questo consenso, non per un film così povero narrativamente e fuori fuoco tematicamente. Capisco che l’asticella dell’horror sia posta più in basso rispetto ad altri generi, ma che riesca a inflazionare così tanto anche il giudizio della critica è spiazzante. Sicuramente è sempre spiacevole stroncare un successo indie, soprattutto quando riporta la gente al cinema e dimostra all’intera industria che un film autoprodotto può superare uno Star Wars. Per usare le umili parole di Barker stesso: «Siamo stanchi della brodaglia. Vogliamo di nuovo bei film. La gente ha ancora fame di film originali senza una grande IP, purché la storia sia buona».
Però Obsession non è un bel film. È cattivo e codardo, che è l’accoppiata peggiore possibile. È solo un altro horror competente ma senza visione e senza audacia, l’ennesimo tentativo di un regista emergente di copiare Hereditary di Ari Aster (eroe dichiarato di Barker), infliggendo esplosioni di gore e violenza emotiva su personaggi innocenti e spettatori, ma senza la coerenza spietata che rende sensata e disturbante la sofferenza.
E se anche si tratta di un successo del cinema indipendente, per ora l’unica lezione che gli studios sembrano aver imparato è investire su Barker. Il ventiseienne ha appena concluso le riprese del suo prossimo film, Anything But Ghosts, con Aaron Paul e Bryce Dallas Howard; ha firmato per scrivere e dirigere un reboot di The Texas Chainsaw Massacre per A24; e una società gli ha persino offerto 10 milioni di dollari per letteralmente qualsiasi idea voglia proporre. Recentemente, intervistando l’altro regista ventenne prodigio del momento, l’autore di Backrooms Kane Parsons, elogiavo il suo notevole controllo di fronte alla carta bianca offerta dagli studios. Visti i presupposti, non sono altrettanto ottimista per Curry Barker. In un’intervista a Hollywood Reporter sul successo di Obsession, ha detto: «Ho capito che ora posso fare quello che voglio». Sentite una risata malvagia?










