La prima volta il brividino mi è venuto quando Barry Keoghan dice: “Per ordine dei Peaky Blinders” (ci torniamo), la seconda in un montaggio alternato mozzafiato sotto la pioggia che è il motore di tutto. E poi quella scena totally Peaky al Garrison Pub in cui, a un soldato che chiede “Chi cazzo è Tommy Shelby?”, il Rom Baro in persona risponde mettendogli una granata nella camicia. Vado avanti in ordine più o meno cronologico: padre e figlio che combattono nel fango, la confessione di Tommy all’obitorio (“Tutti morti, tranne uno. L’unico che avrebbe voluto esserlo”). Di nuovo Tommy (e chi sennò) che attraversa le strade di Birmingham in sella a un cavallo nero sulle note di Red Right Hand registrata nuovamente da Nick Cave oggi, con quella voce lì.
The Immortal Man ritrova Tommy in un luogo mentale, e non solo, che la serie aveva solo sfiorato: la resa. Non la sconfitta (sarà che è appena morto Chuck Norris, ma… Tommy Shelby non viene sconfitto: sceglie lui quando finirla, il che tecnicamente è ancora vincere), ma la stanchezza di chi ha vinto troppe volte e non sa più cosa farsene delle vittorie. Vive in un maniero in rovina, fuma oppio, batte a macchina le sue memorie, è circondato dai fantasmi nel senso più letterale: la figlia Ruby, il fratello Arthur, la zia Polly che compare in una foto appesa come una reliquia. Knight usa la guerra (quella fuori, e cioè le bombe tedesche su Birmingham) come specchio del suo conflitto interiore: “Ho una guerra tutta mia dentro la testa”, dice Tommy a un certo punto ad Ada.
Il film chiude l’arco di uno dei migliori personaggi della serialità con una certa grazia, Cillian Murphy è come sempre fuori categoria, perché riesce a trovare nuovo materiale emotivo nel suo protagonista anche dopo 13 anni e 36 episodi. Nel mezzo ha vinto un Oscar per Oppenheimer, eppure riesce ancora a trovare qualcosa di nuovo in un personaggio che, per ogni logica narrativa, avrebbe dovuto esaurirsi molto tempo fa. Il Tommy del film è stanco in un modo che va oltre la recitazione: Murphy lo porta nel corpo, nel passo più lento, nei capelli ingrigiti, negli occhi che hanno smesso di calcolare e hanno cominciato a ricordare. È al suo meglio quando non fa quasi nulla (uno sguardo che si sposta appena, una smorfia quasi impercettibile) e in quei momenti è chiaro perché è diventato quello che è diventato nella cultura pop degli ultimi dieci anni.
La decisione di ambientare tutto nel 1940 poi, con la Blitz in sottofondo e i nazisti come antagonisti, dà al film una scala che la serie televisiva non aveva mai davvero tentato. D’altronde Peaky Blinders è sempre stato Cinema e nel formato film funziona (solita menzione speciale per la fotografia inclusa). A coronare tutto, di nuovo, Nick Cave torna in studio a 32 anni dall’originale e registra Red Right Hand (Immortal) apposta per il film. Ci sono anche Grian Chatten dei Fontaines D.C. con cinque brani originali, Lankum, Amy Taylor degli Amyl and the Sniffers, due cover dei Massive Attack. Una colonna sonora che come sempre in Peaky è l’anima della storia (qui l’intervista a Cillian Murphy e ad Antony Genn).
E c’è Barry Keoghan nei panni del figlio Duke, che entra a gamba tesa nei Peaky Blinders come se i personaggi di Steven Knight li avesse nel sangue, perché in un certo senso è così. Keoghan è fatto di quella stessa materia tagliente e fragilissima che ha reso Tommy un’icona (pardon, ma uno che la gente si tatua addosso come lo chiami?). Duke è un personaggio che in altre mani sarebbe diventato una macchietta, in quelle di Keoghan è un uomo che non sa ancora come definirsi, che recita il padre che non ha avuto usando come copione le storie che gli hanno raccontato su di lui. La sequenza nel fango in mezzo ai maiali, papà contro figlio, da sola vale il “biglietto”. Una resa dei conti edipica con la pioggia addosso, due uomini che si guardano e si riconoscono nel peggio l’uno dell’altro.

Barry Keoghan (Duke) e Cillian Murphy (Tommy) in ‘Peaky Blinders: The Immortal Man’. Foto: Netflix
Il problema è che la trama è più lineare di quanto Peaky abbia mai osato essere e cerca scorciatoie narrative che la serie non si sarebbe mai permessa. Lo show viveva di ambiguità morale, di scelte sbagliate prese per ragioni comprensibili. Qui il bene e il male sono nettamente distinguibili, c’è un manicheismo che è comprensibilmente “cinematografico”, ma va contro tutto quello che Peaky aveva costruito finora, e questo provoca un certo straniamento. Sophie Rundle, che in sei stagioni aveva costruito un’Ada Shelby di ferro, ha pochissimo da fare. Stephen Graham praticamente saluta e sparisce. E dov’è Alfie Solomons?! È il costo del formato: due ore non bastano a contenere un universo. Un approccio seriale (e lo dico contro di me, ché ultimamente faccio fatica con la serializzazione di tutto) al “finalone” avrebbe potuto permettersi più respiro, più sfumature, più tempo per lasciar sedimentare le cose e per essere davvero pronti a lasciare andare. Un film di due ore porta tutto in superficie, e a volte la superficie è abbastanza, ma non qui. Non per la serie che ha fatto della complessità e dell’imprevedibilità a ogni livello il suo baluardo.
Steven Knight ha costruito un film che funziona esattamente come un nuovo pilot. E infatti stanno già girando la serie sequel, ambientata nel 1953, Birmingham che si ricostruisce dalle macerie con gli Shelby nel mezzo come sempre. Le riprese sono già iniziate: Duke (pare) tornerà, Cillian Murphy è a bordo come produttore esecutivo. Knight ci ha dato un finale che in realtà è un inizio per una nuova generazione di Peaky, ma la verità è che non riesce a smettere di guardare Tommy Shelby e nemmeno noi: “Date il mio vino al Garrison Pub, i miei proiettili a qualcuno che non abbia nomi da scriverci sopra e le mie pistole a qualcuno che non sappia cosa farci”. La lacrimuccia scende inesorabile, come la domanda: ma quella chiusura del cerchio non meritava una settima stagione? Sì, è una domanda retorica.
















