Sì, ‘La bola negra’ merita tutto l’hype | Rolling Stone Italia
instant classic

Sì, ‘La bola negra’ merita tutto l’hype

Ed è giusto così. Il lavoro di Javier Calvo e Javier Ambrossi (in anteprima alla Festa di Roma) è un queer movie potentissimo che vuole parlare davvero a tutti. Dialogando col cinema di ieri per diventare un classico di oggi

Sì, ‘La bola negra’ merita tutto l’hype

Miguel Bernardeau e Guitarricadelafuente in ‘La bola negra’ di Javier Calvo e Javier Ambrossi

Foto: El Deseo/Movies Inspired

Sembra che gli spagnoli non abbiano mai amato, che non abbiano mai desiderato, dice a un certo punto della Bola negra Glenn Close, nel film biografa americana di spagnoli illustri, mentre presenta il suo libro su Federico García Lorca, per la prima volta ritratto com’era davvero. I campi della Spagna sono pieni di segreti che qualche aratro, ogni tanto, dissottera, dice più avanti, e più metaforicamente, lo stesso García Lorca. È il pubblico – e il politico – che ha sempre nascosto, censurato, perseguito il privato, o almeno un certo privato. Oggi bisogna solo capire cosa farne di quell’amore non detto, di quei segreti sepolti.

Dice sempre il personaggio di Glenn Close che è tipico degli spagnoli ricevere un’eredità e non sapere che farsene. Javier Calvo e Javier Ambrossi, noti anche come Los Javis (un po’ come The Daniels nel cinema USA), lo sanno benissimo. La bola negra (in anteprima italiana alla Festa di Roma, nelle sale a gennaio con Movies Inspired) non esisterebbe senza tutto il cinema che è venuto prima, quello di chi quei desideri e quei segreti li ha già dissepolti, di chi ha ritratto certe vite com’erano davvero. Ma sa essere un instant classic a sua volta, e lo si capisce fin dalla primissima sequenza.

Pedro Almodóvar produce, ed è anche citato nel film; e c’è pure la sua Penélope, magnifica sciantosa che allieta le truppe, e una certa Madrid forse oggi addomesticata ma per natura mai davvero doma. La bola negra non esisterebbe senza di lui, finanziariamente e non; non avrebbe potuto prendere vita senza il suo lascito, la sua riscrittura sociale e contemporanea del mélo, il culto globale di un autore nato (e rimasto) orgogliosamente locale. Ma c’è tantissimo altro cinema dentro questo film.

La bola negra inizia come Novecento di Bertolucci o quasi, e di un autore come Bertolucci conserva la sensualità epica, o l’epica sensuale, lo sguardo politico ma anche la vocazione popolare. Premio per la regia a Cannes ma soprattutto premio del pubblico a Toronto (e a San Sebastián), il film dei Javis vincerà con tutta probabilità – e con merito – l’Oscar come miglior film internazionale il prossimo anno. È un oggetto largo, pop, anche dichiaratamente didattico.

Citavo Novecento perché in fondo di questo si tratta (anche se c’è una coda cruciale nel nuovo secolo): è la storia dell’omosessualità in Spagna, occultata chi ha sempre negato «la fantasia del possibile», come dice il personaggio di Penélope Cruz. Ovvero il franchismo e il machismo, la cultura della guerra e del patriarcato che stava nel governo ma anche dentro le famiglie, ma pure la repressione della poesia, del teatro, dei colori (e non è un caso se l’unico momento in cui appare García Lorca è in bianco e nero).

García Lorca (di cui si riprende la pièce omonima incompiuta, insieme a La piedra oscura di Alberto Conejero, co-sceneggiatore coi registi) è presenza ed evocazione in questo film che, in fondo, è un’anti-biografia, o meglio, vuole essere la biografia di una nazione. Usa la sua commedia perduta per trovare un filo tra storie immaginate, soldati e partigiani, nonni e nipoti, nemici e amanti. Desideri e segreti dissepolti un po’ alla volta, andando avanti e indietro nel tempo, e con un terzo tempo che è quasi un Digger al contrario, cioè il teatro che diventa più vero della vita.

La bola negra è probabilmente il film con più hype dell’anno, e i suoi autori ne sono consapevoli. Compongono un quadro ruffianamente mélo, camp, queer (proprio all’inizio, la statua di San Sebastiano in pezzi dentro una chiesa bombardata), ma anche espressamente pedagogico: forse non ci salveremo noi, dicono i personaggi di questa storia, ma dire certe cose – a teatro, nella vita – serve a salvare chi verrà dopo.

La componente tecnico-estetica potentissima (fotografia di Gris Jordana, montaggio di Alberto Gutiérrez, scene di Roger Bellés, costumi di Ana López Cobos, musica di Raül Refree) non prende mai il sopravvento manierista sul resto; così come il cast (sontuoso il cantautore, esordiente al cinema, Guitarricadelafuente, che firma anche la bella canzone originale; più Miguel Bernardeau, Carlos González, Milo Quifes, il nostro Lorenzo Zurzolo, la chica di Pedro Lola Dueñas) è una miscela esplosiva.

È cinema d’autore (anzi, di due nuovi autori globali, per quanto già cult in patria e nella “comunità”, vedi le serie Paquita Salas e Veneno) con una missione: diventare appunto un classico cinéphile seduta stante, ma senza venir meno alla possibilità di parlare a tutti. Lo dico di tanti film, lo dico anche di questo: in Italia sembra impossibile poter fare, oggi, un cinema così, nonostante i desideri e i segreti sepolti anche da noi. Pure noi abbiamo ricevuto un’eredità, solo che davvero non sappiamo che farcene.