Se volete scoprire il futuro dell'horror, non andate a vedere 'Midsommar' | Rolling Stone Italia
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Se volete scoprire il futuro dell’horror, non andate a vedere ‘Midsommar’

Nonostante il promettente esordio di 'Hereditary', il secondo film di Ari Aster si perde in una trafila di inquadrature autoreferenziali. Più che un horror, l'incubo della festa pagana di 'Midsommar' sembra una commedia degli equivoci

Florence Pugh in una scena di 'Midsommar'. Foto: Eagle Pictures

Oh, Ari, Ari (Ari Aster), perché hai fatto questo?

Avevi la tavola apparecchiata tutta per te, Ari, la convergenza cosmica degli eventi puntava tutto sul tuo Midsommar, il film giusto al momento giusto e l’occasione perfetta per consacrarti come nuovo maestro dell’orrore o quantomeno per giocare nella stessa categoria di un Jordan Peele o una Jennifer Kent.

C’era l’onda lunga di Hereditary, primo lungometraggio del regista americano (la smetto con il giochino del parlare direttamente a lui perché ha stufato alla seconda riga), secondo alcuni un capolavoro, secondo altri un pasticcio senza direzione e a tratti involontariamente comico, secondo tutti comunque un’opera interessante e soprattutto promettente.

C’era che è un periodo favorevole per l’horror in generale e per quello macchiato di folk in particolare: il revival l’ha cominciato Ben Wheatley con Kill List e A Field in England, poi The Vvitch più di tutti ha tracciato la strada per un recupero di certe atmosfere e certe suggestioni antropologiche che nascono negli anni Settanta con The Wicker Man e La pelle di Satana, e da allora abbiamo avuto The Ritual, Apostle, con un po’ di sforzo arriverei a tirare in ballo anche American Gods.

C’era poi che l’estate è tradizionalmente dedicata all’orrore più classico, quello delle notti senza luna e delle case buie, e l’idea di arrivare a gamba tesa in questo panorama con un film su un culto pagano (quasi) sempre illuminato a giorno e pieno di bei colori potere dei fiori che bello è vincente, o almeno sarebbe dovuta essere vincente.

Invece Ari Aster, troppo impegnato a dimostrare al mondo il suo immenso gusto per la composizione delle inquadrature, si è dimenticato di scriverci un film intorno, e arriva in sala con un pastrocchio autoreferenziale e vuoto come un tupperware dimenticato in frigo, traballante e disordinato, tenuto in piedi a malapena da una protagonista in stato di grazia e pieno, ma proprio strapieno, di splendide cornici.

Midsommar dura due ore e venti, che di per sé non è un problema né una condanna ma serve come indicazione della quantità industriale di spunti che Aster ci ha buttato dentro, spesso dimenticandosene un paio di scene dopo. È un film che parla di culti pagani e sacrifici umani ma anche di salute mentale, tossicità maschile, relazioni fallimentari e riflessioni sul significato di “famiglia”. Si presenta con piglio quasi documentaristico – e con grande attenzione ad alcuni dettagli: colonna sonora e sound design da soli bastano quasi a scusare tutto il resto –, salvo poi mettere al centro della vicenda i più classici bro americani che in quanto tali sono convinti di essere immuni a tutto e approcciano la questione del vivere in mezzo ai boschi e officiare riti secolari con la serietà con cui visiterebbero un luna park. Aster vorrebbe parlare di incomunicabilità e graduale sgretolamento dei rapporti umani ma lo fa senza alcuna parvenza di ritmo e senso del racconto, limitandosi a infilare una vignetta dietro l’altra in una costante altalena di toni che vanno dal volontariamente comico all’involontariamente comico per eccesso di dramma.

Non è tutto un disastro: al centro della scena c’è Dani, un’eccezionale Florence Pugh che si carica sulle spalle fin dall’inizio tutto il peso emotivo del film e che per 140 minuti sfodera tutto il repertorio di una alla quale è stato detto “fai quello che vuoi purché funzioni” – un po’ il ruolo che aveva Toni Collette in Hereditary, qui coadiuvato da una notevole quantità di droga. Dani è depressa, prende psicofarmaci ed è reduce dall’omicidio-suicidio della sorella bipolare che si è portata dietro i genitori (bisognerebbe spiegare ad Ari Aster che le persone bipolari hanno raramente se non mai pulsioni omicide, e tendenzialmente non sono pericolose se non per loro stesse, ma OK); Dani sta anche con Centosettantagrammi Di Bontà Inoliodoliva, un tonno insuperabile interpretato da Jack Reynor al quale viene assegnato d’ufficio il ruolo di maschio tossico: Christian, così si chiama (capito? Christian che va nel villaggio dei pagani!), è un tizio anaffettivo che sottovaluta la condizione della fidanzata e la tratta come una palla al piede – nel senso che è il tipo di maschio che al telefono le dice “ti amo” poi mette giù e ride con gli amici di quanto sia una rottura di coglioni questa tipa. Il rapporto tra i due scricchiola ormai da anni, e l’occasione per provare a ricucirlo è… un viaggione in Svezia con la cricca degli antropologi amici di Christian, diretti verso una comune/villaggio nei boschi/posto del paganesimo che si accinge a celebrare una festa che ricorre ogni novant’anni e che prevede svariati giorni di baccanali, canti rituali, orge e altre tipiche amenità locali.

È chiaro che il modello è il sempiterno The Wicker Man: prendi un branco di cristiani e sbattili in un contesto pagano, e lascia che impazziscano. Aster, ed è forse l’intuizione più brillante di Midsommar, declina la materia nel modo più amichevole e inquietante possibile: il classico “sembrano tutti simpatici finché non scopri che sono pazzi” viene messo da parte in favore dell’approccio “sono effettivamente tutti simpatici, anche dopo che hai scoperto che sono pazzi”. L’idea, credo, sarebbe quella di mettere in discussione il nostro modello culturale invece di puntare il dito sull’assurdità di quello dei pagan-hippie: gli amici di Dani, gli antropologi, vedono nel villaggio di Hårga poco più che uno spunto perfetto per la loro tesi di laurea, e in quanto yankee non ne azzeccano una – fotografano di nascosto libri sacri, pisciano sull’albero degli antenati, provano a fuggire prima della fine delle celebrazioni. Il risultato purtroppo è una non si capisce quanto volontaria commedia degli equivoci che alterna momenti di grande solennità a sprazzi di ilarità pura che sembrano fare il possibile per strappare lo spettatore dal film e giocare con lui a sfottere gli scemi americani e i pazzi svedesi.

Il vero problema di Midsommar, però, è che questo arcobaleno di spunti e toni differenti è incorniciato da un tizio che ha occhio solo per il suo ombelico. Non che Aster non abbia talento, anzi, a tratti sembra comprendere alla perfezione come far funzionare un horror, né gli manca il coraggio di spingersi in territori splatter in stile primo Peter Jackson quando vuole far passare un concetto. No, il problema si riassume nella famosa citazione dei Dialoghi di Seneca: «Anche meno». Aster ha la foga di rendere ogni inquadratura, ogni momento, qualcosa di memorabile o perfettamente simmetrico o straniante e colorato o comunque infinitamente screenshottabile e inseribile in un portfolio dal titolo “Guarda come sono bravo”. Il risultato è prevedibile, è il solito discorso del “se sono tutte scene madre non ci sono scene madre”: Aster gioca così spesso e con così tanto gusto con l’immagine e il suono che arriva a far evaporare la storia che sta raccontando; ed è talmente concentrato sull’ennesima figata di regia che si dimentica di dirigere gli attori, che in gran parte si aggirano spaesati sul set e cambiano umore e personalità a seconda delle necessità contingenti. La stessa Florence Pugh sul finale si ritrova costretta a venderci la conclusione del suo arco narrativo a colpi di faccette, perché non supportata dal resto della macchina creativa, troppo impegnata a ballare con i fiori nei capelli e la droga nelle vene.

Resto comunque convinto che da qualche parte qui sotto ci sia un buon film, e che se tenuto a bada Ari Aster abbia nelle sue corde almeno un paio di capolavori – perché OK sarà anche un fighetto di merda ma si vede che ha studiato. Certo, il fatto che abbia già dichiarato che il suo prossimo film sarà una pazza commedia delle risate mette un po’ in prospettiva tutto Midsommar e ci fa anche sentire un po’ usati, a noi fan dell’horror alla costante ricerca del nuovo vate. Quantomeno un pensiero ce lo siamo tolto: non era Aster.

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