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Safdie vs Safdie, storia di una separazione

Josh e Benny. Due (almeno) filmoni insieme: ‘Good Time’ e ‘Diamanti grezzi’. Ora due progetti in solitaria: ‘Marty Supreme’ e ‘The Smashing Machine’. Un’unica storia: perché anche adesso restano più simili di quanto si creda

Foto: Nina Westervelt/Variety via Getty Images

Una volta domandai ai fratelli Dardenne, che a dispetto di quel che può far credere il loro cinema sono due simpaticissimi signori con cui è molto piacevole passare una serata, se si fossero divisi le due Palme d’oro vinte: una p’ me, una p’ te. Risposero che, già dalla prima, avevano deciso di chiuderle dentro una vetrinetta in un ufficio condiviso, così da non doversele litigare. Mi sembrò una risposta ragionevole, quindi passammo a parlare di una famosa attrice francese che, mi svelarono maliziosamente loro, accettava qualsiasi ingaggio perché i soldi non le bastavano mai.

Il cinema è iniziato con due fratelli, e fino a Stranger Things (lo metto generosamente nella categoria “cinema”) è sembrato andare tutto senza intoppi o quasi. Tante coppie sono rimaste salde finché morte non le ha separate (anche da noi: i Taviani, i Vanzina, anche se questi ultimi si dividevano regia e scrittura), tante hanno vinto premi importanti (le Palme dei Dardenne ma anche, tra gli altri, gli Oscar dei Coen), una è nella Top 10 dei film più visti di sempre con due titoli (i Russo Brothers di Avengers), una ha condiviso un processo di transizione (le sorelle Wachowski). Ultimamente, è anche spuntata qualche coppia di registi gemelli: dall’Australia i Philippou di Talk to Me e Bring Her Back, da Tor Bella Monaca i D’Innocenzo.

Raramente questi bros si sono separati. Negli ultimi anni, i Coen hanno preso strade diverse. All’inizio scrivevano insieme e a firmare la regia era solo Joel; da Ladykillers (2004) hanno formalmente preso a co-dirigere. L’ultimo film insieme è del 2018: il sottovalutato La ballata di Buster Scruggs, premio per la miglior sceneggiatura a Venezia. Poi Joel ha scritto e diretto da solo un gravoso adattamento del Macbeth scespiriano con Denzel Washington; Ethan, dopo il doc Jerry Lee Lewis: Trouble in Mind (2022), ha debuttato in solitaria nella regia di un lungometraggio di finzione con Drive-Away Dolls (2024), scritto con la moglie Tricia Cooke e seguito l’anno successivo da Honey Don’t!, più riuscito del precedente. Andava meglio quando stavano insieme? Forse sì, ma sono affaracci (di famiglia) loro.

In questa stagione è però avvenuta la separazione forse più curiosa di sempre. Safdie vs Safdie, Josh contro Benny, o forse non è un caso di fratelli coltelli come a molti può sembrare, ma è inevitabile pensarlo. Alla première newyorkese del film avvolto da über-hype (cioè Marty Supreme) del primo, il secondo, stando quantomeno alle gallery su Instagram che sappiamo non essere sempre veritiere, alzava il calice di champagne in apparente moto di supporto; sempre lui, del resto, era tornato dall’ultima Mostra di Venezia con il Leone d’argento per la regia (di The Smashing Machine). Dovevano essere entrambi molto contenti, per sé stessi e per l’altra metà della (ex) coppia, e probabilmente lo sono.

Benny Safdie gira una scena di ‘The Smashing Machine’. Foto: A24

Ma volendo fare del pettegolezzo cinéphile, è ovvio che il caso  merita una piccola analisi. The Smashing Machine e Marty Supreme sono due film in fondo apparentati anche loro, che nascono secondo lo spirito indie dei loro autori (e dello Studio che li ha prodotti entrambi: A24) e che raccontano due vere/false storie di sport secondo direttrici analoghe: non la narrazione celebrativa tipica degli sports movie, ma uno sguardo laterale che punta a smontare medaglie, miti, sogni americani.

Ma prima di venire all’oggi, torniamo al principio. Josh e Benny, due anni di differenza (il primo è del 1984, il secondo dell’86), iniziano ciascuno per conto proprio. Il maggiore s’iscrive per primo alla facoltà di Cinema all’Università di Boston, e leggenda vuole che l’altro l’abbia seguito dopo aver visto Il posto di Olmi. A fine anni Zero Josh gira una sfilza di corti, e da lì comincia anche Benny. Il primo lungo lo girano insieme: Daddy Longlegs, del 2009, diventa un piccolo caso nel circuito indie USA. Poi altri corti stavolta co-firmati, un altro lungo (Heaven Knows What, 2014), e i due film che li impongono definitivamente su piazza globale: Good Time (2017) e Diamanti grezzi (2019). Il giubilo è unanime: sono i nuovi Cassavetes! Sono i nuovi Scorsese! Sono i Safdie e basta, e tutti sono felici di aver trovato, nel cinema d’autore, due nuovi fratelli di riferimento.

Poi, sempre spettegolando, dicono che Benny abbia fatto innervosire Josh perché sempre più incapricciato di recitazione (era il fratello di Robert Pattinson in Good Time, successivamente lo si è visto, fra gli altri, in Licorice Pizza, Oppenheimer e nella serie The Curse). Altri che ci fossero «differenze inconciliabili» sempre smentite dai due, che, se mai, hanno parlato di un «processo naturale» di separazione dovuto alla voglia di «esplorare creativamente» altro nelle rispettive carriere. Certo, per dire, un episodio di Directors on Directors di Variety in cui Josh e Benny si confrontano beatamente sui loro ultimi progetti, mettendo fine alle nostre chiacchiere, sarebbe stato bello e invece non c’è stato.

The Smashing Machine vs Marty Supreme. Così diversi, così uguali. Da una parte, la storia del vero campione (mancato) di MMA Mark Kerr interpretato da un vero (ex) campione tutto muscoli (Dwayne Johnson/The Rock) ma girata in sottrazione, in totale anti-retorica rispetto ai biopic sportivi a cui siamo abituati. Dall’altra, quella di un (aspirante) campione di ping pong solo vagamente ispirato alla realtà interpretato da un attore gracilino (Timothée Chalamet) e girata con ritmo e regia invece sì muscolari, e che ricordano più da vicino i vecchi progetti firmati insieme. Sullo sfondo, due Americhe lontane ma non dissimili: la provincia e la città, ma tutte e due popolate da bastardi senza gloria, e ricostruite con precisione antropologica e décor d’epoca (nel primo gli anni ’90, nel secondo i ’50) chirurgici.

Josh Safdie con Timothée Chalamet sul set di ‘Marty Supreme’. Foto: A24

Due film belli e imperfetti, due grandi prove d’attore nell’uno e nell’altro caso, due pari fatiche al box office anche se, per la vocazione indie di cui sopra, due operazioni così sono comunque da considerarsi un successo. Ma è come se su Marty Supreme si fosse concentrato tutta la coolness (pardon) che The Smashing Machine non ha saputo raccogliere. Marty Supreme sarà nominato questa settimana a vari Oscar, compreso miglior film, forse regia, sicuramente attore protagonista; The Smashing Machine, salutato come possibile Oscar vehicle almeno per Johnson (monumentale), ha visto la sua strada minata fin dall’uscita negli Stati Uniti lo scorso ottobre.

Questione di incassi, dicevo. Ma se quello di The Smashing Machine è unanimemente considerato un flop (e lo è stato: 11 milioni di dollari negli Stati Uniti – e 21 in totale – su 50 di budget), su Marty Supreme sembrano tutti più benevoli. Ed è vero che al momento è a 80 milioni al box office americano, ma, considerato il costo di una delle promozioni più monstre degli ultimi anni, il totale del budget potrebbe arrivare a 150, e un ampio margine di guadagno sembra difficile. (Cfr. su questo il caso Sinners, cioè I peccatori: su X in molti criticano il diverso approccio degli analisti del botteghino fra il film di Ryan Coogler – per alcuni, al momento dell’uscita, una performance modesta nonostante i 368 milioni di dollari poi incassati nel mondo – e Marty Supreme, graziato dall’effetto hype/Chalamet: black box office doesn’t matter?)

Al di là dei pettegolezzi e dei numeri, l’impressione è che The Smashing Machine e Marty Supreme siano un unico grande film, e che in ciascuno ci siano le qualità che mancano all’altro; o che avrebbero potuto essere due grandi film, se girati dai due fratelli insieme come una volta. Due film che avrebbero avuto l’umanità dell’uno e la muscolarità dell’altro, che avrebbero condiviso l’autorialità e la coolness.

Dunque i fratelli del cinema non devono dividersi mai? No, facessero quel che vogliono. Intanto però consiglio ai Safdie di comprarsi una vetrinetta dove condividere i premi vinti anche separatamente: sento che, in ogni caso, sarà meglio così.

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