‘Rustin’: la recensione del film Netflix con Colman Domingo | Rolling Stone Italia
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‘Rustin’: finalmente Hollywood celebra un grande eroe americano dimenticato

Un biopic classico che più classico non si può mette al centro una figura rimasta nell’ombra, nonostante il suo ruolo cruciale all’interno del Movimento per i diritti civili USA. E dà a Colman Domingo quello che è di Colman Domingo: un ruolo da protagonista (e da Oscar)

‘Rustin’: finalmente Hollywood celebra un grande eroe americano dimenticato

Colman Domingo è Bayard Rustin

Foto: Parrish Lewis/Netflix

La marcia su Washington del 1963 non si è svolta da sola per un capriccio. Ci sono voluti anni di strategie, di pianificazione, di costruzione di coalizioni, di aggiramento di ostacoli burocratici e di oppositori sia all’interno che all’esterno del nascente Movimento per i diritti civili. Studenti e attivisti hanno operato per mesi al telefono, hanno tenuto conto di tutti i dettagli (quanti bagni ci servono? quante ne possiamo avere?) e hanno cercato alleati di ogni tipo in tutto il Paese. Quello che è successo in quella calda giornata del 28 agosto nel Columbia District è dovuto allo sforzo congiunto di decine di persone che si sono unite per una causa comune. Tuttavia, non è inesatto dire che è stata una persona in particolare a contribuire a trasformare la manifestazione nella capitale della nazione da una serie di idee teoriche scritte su una lavagna bianca in un evento di portata mondiale. Perché Bayard Rustin aveva un sogno. E grazie ai suoi sforzi, il sogno di un raduno pacifico di massa che chiedeva la libertà divenne finalmente realtà.

Rustin, il nuovo film del regista George C. Wolfe (Ma Rainey’s Black Bottom) su Netflix dal 17 novembre, è abbastanza educato da distribuire il merito di quel momento cruciale della Storia americana. Ci sono diverse scene ambientate in appartamenti modesti e affollatissimi in cui le infinite discussioni sul modo corretto di mettere in atto le proteste di resistenza passiva sono trattate come momenti di “eureka!” collettivi. Per ogni sequenza in cui Rustin stesso suggerisce le modalità per organizzare questa enorme impresa, ce ne sono il doppio che coinvolgono i leader dei diritti civili che giungono a decisioni consensuali, anche se discusse in modo conflittuale, uffici pieni di gente che lavora al telefono, volontari che fanno opera di sensibilizzazione in lungo e in largo. (L’idea di una marcia su Washington non era nuova: sia Rustin che il suo compagno di disobbedienza civile, A. Philip Randolph, l’avevano quasi realizzata negli anni Quaranta prima che l’FDR staccasse la spina, e la loro collaborazione viene presentata come un fattore chiave per il successo del raduno del 1963. L’intero film potrebbe quasi passare per un manuale su come organizzare azioni politiche di base in senso lato.)

Ma c’è un motivo per cui questo film si intitola Rustin e non, ad esempio, March o Freedom. Wolfe ha dichiarato di odiare il concetto di biopic. Tuttavia, ne ha realizzato uno molto classico, che fotografa un breve periodo della vita di Rustin – quando organizzò la marcia – per raccontare l’intera vita dell’uomo e la sua eredità politica e morale. Il film si apre con una carrellata di dichiarazioni contro i razzisti del Sud, e fin dalla prima inquadratura urla “State guardando un film importante” anche se non sapete chi fosse Bayard Rustin. (Non è una coincidenza che questo film arrivi in streaming proprio quando la Awards Season inizia a schiarirsi la voce.) Il film dà al suo protagonista il rispetto e la riverenza che merita: anche non privo di difetti, è stato colui che è riuscito a piegare, con la sua forza morale, la storia della giustizia americana. La rosa di grandi attori che interpretano personaggi di spicco è molto ampia: Glynn Turman interpreta Randolph, Jeffrey Wright ha il ruolo di Adam Clayton Powell Jr., Chris Rock la parte di Roy Wilkins, CCH Pounder è la dottoressa Anna Hedgeman, Audra McDonald è Anna Baker (con tanto di monologo da Oscar) e Da’Vine Joy Randolph veste i panni di Mahalia Jackson.

Wolfe sa anche di avere un asso decisivo nella manica, e che tutto il film non avrebbe la stessa forza se non avesse quella carta da mettere sul tavolo. Colman Domingo è sempre stato uno di quegli attori non protagonisti che si ama veder apparire sullo schermo, sia che interpreti un pappone (Zola), un pastore (Senza rimorso), un preside di scuola (Assassination Nation), uno dei buoni (Selma – La strada per la libertà), uno dei dei cattivi (Fear the Walking Dead), un padre (Se la strada potesse parlare) o una figura che “fa” da padre (l’ultima stagione di Euphoria). La sua versatilità è fuori scala, eppure raramente gli sono stati affidati ruoli di primo piano al di fuori del teatro.

Vedere il suo Bayard Rustin significa pensare che sia nato per interpretare questo ruolo, o almeno questa particolare interpretazione di Bayard. Quando ci viene presentato, sta già entrando in azione, incitando Martin Luther King Jr. (Aml Ameen) a diventare il leader del movimento al di fuori del Sud: “Crea da te. Il tuo. POTERE!”. È sullo schermo solo da pochi minuti, ma il suo Rustin è immediatamente persuasivo, incredibilmente carismatico e di grande ispirazione. Questo è solo l’inizio. Domingo sa che, oltre alla responsabilità di portare in vita un autentico eroe americano, gli è stata data anche la possibilità di interpretare un personaggio che contiene moltitudini. In lui ci sono rabbia e sfida, dolore e arguzia. Quando gli viene detto che è irrilevante per la nuova generazione di giovani attivisti militanti, Rustin risponde: “È venerdì sera, mi hanno detto di peggio”. È una battuta di sicuro effetto e molto divertente, ma è il modo in cui Domingo la pronuncia a renderla memorabile. Rustin è pieno di momenti di questo tipo, in cui l’attore prende qualsiasi battuta – dichiarazioni apparentemente banali, motti di spirito o discorsi dolorosamente sinceri – e le trasforma in qualcosa di quasi trascendente.

Colman Domingo in una scena del film. Foto: Netflix

Il film inizia quando Rustin è appena stato pubblicamente denunciato dal senatore Strom Thurmond attraverso una trasmissione radiofonica, un fatto che mette in pericolo la marcia. La motivazione: Rustin cerca di convincere Martin Luther King a non lasciare che i suoi colleghi del Movimento lo mettano da parte. Questa la sua battuta decisiva: “Il giorno in cui sono nato nero, sono anche nato omosessuale. O credono nella libertà o nella giustizia per tutti, o non ci credono”. Rustin è, per molti versi, la riesumazione di un combattente per la libertà iconico ma nascosto troppo a lungo negli angoli più polverosi della Storia, e spesso trascurato pur essendo stato uno degli architetti del Movimento (particolare che sicuramente non è sfuggito a uno dei soci della casa di produzione del film, un tale di nome Barack Obama…).

Ma ciò che Wolfe e gli sceneggiatori Justin Lance Black (Milk) e Julian Breece (When They See Us) vogliono evidenziare in questa storia è l’esperienza di Rustin da uomo gay, e dare a questo un valore pari alla sua capacità di radunare le folle. Il suo atteggiamento così aperto nei confronti della sua sessualità lo ha reso una figura divisiva tra i suoi coevi, compresi i compagni di Movimento neri; e lo ha anche reso un bersaglio e una potenziale zavorra, considerati i tempi. Molti registi avrebbero potuto semplicemente fermarsi a questo tema: un altro ostacolo, un altro pregiudizio da superare sulla strada verso la vittoria. Ma Wolfe & Co. si spingono molto oltre, mostrandoci Rustin insieme al suo compagno Tom (Gus Halper) e non censurando la relazione di Rustin con un predicatore sposato (Johnny Ramey), che passa dal flirt al sesso, fino alle inevitabili conseguenze. Nulla della sua vita sentimentale viene minimizzato. Il fatto che non solo si enfatizzi questa parte del suo percorso, ma che la si integri nel racconto mostrando Rustin come una persona felice, affettuosa e che accetta sé stessa quando si tratta della propria sessualità non fa che rendere questa storia ancora più rilevante. L’“uguaglianza per tutti” non dovrebbe mai essere accompagnata da avvertenze.

Rustin finisce dove deve finire, sui gradini del Lincoln Memorial mentre I Have a Dream riecheggia e Bayard se ne sta in disparte, crogiolandosi in quel momento di trionfo. Poi, mentre il resto dei suoi compagni va a incontrare il presidente Kennedy, Rustin li lascia a celebrare la vittoria e va a raccogliere la spazzatura, perché è questo quello che fa un vero organizzatore di raduini. La musica cresce, la macchina da presa si allontana, e ci si ricorda che un biopic hollywoodiano è sempre un biopic hollywoodiano, non importa come lo si chiami.

Tuttavia, Domingo ci fa sentire come se fosse qualcosa di più ogni volta che apre la bocca, scoppia in un sorriso o si stropiccia il viso in preda alla rabbia e al disgusto. Wolfe ha fatto uscire dall’ombra e ha portato sotto i riflettori un eroe mai abbastanza celebrato, ma ciò che è davvero sorprendente è come sia riuscito a farlo due volte in una volta sola: grazie al soggetto scelto e all’attore che ha ingaggiato. E anche se Rustin ci offre solo una fetta della storia – si potrebbero fare sette film diversi sulla sua vita e le sue conquiste – ci permette di restare con la consapevolezza di chi fosse davvero Bayard Rustin. E lo stesso si può dire per Colman Domingo.

Da Rolling Stone US

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