Non serve aver passato innumerevoli ore a giocare a Resident Evil (né alla sua legione di sequel, spin-off, versioni in prima o terza persona) per capire subito che il contributo di Zach Cregger alla saga di questo franchise multimediale nato come videogioco è diverso da tutto il resto. Sì, il film del regista di Weapons si sbarazza di una mitologia metastatizzata che ha infettato tanto il celebre titolo PlayStation quanto quelle sciagurate trasposizioni sul grande schermo, e che ha mutato quello che un tempo era uno sparatutto survival horror rivoluzionario per l’industria in un’altra proprietà intellettuale condannata ai rendimenti decrescenti. I reboot fanno quello che devono fare, anche se ripartire da zero e/o buttare la canonicità dalla finestra non garantisce automaticamente un upgrade. I bravi ragazzi dietro la saga ci avevano già provato una volta, e be’… ci scusiamo per averlo tirato fuori. Tornate pure a dimenticarvene.
Ciò che rende questa un’interpretazione di un vecchio cavallo di battaglia nuova non è solo un approccio essenziale, che pure c’è: un unico protagonista che arranca da un luogo all’altro, risolve enigmi e massacra mostri. Ci si aspetta quasi che il film si fermi a un certo punto per chiedere se si vuole salvare quanto fatto finora. Piuttosto, sta nel fatto che Cregger non si limiti a prendere la materia prima di una I.P. amata, i protagonisti beniamini dei fan e i riferimenti fatti con l’occhiolino, per poi buttarli in un frullatore da blockbuster e premere il tasto “mescola tutto”. Si chiede invece: perché quei giochi funzionano così bene? Cos’è che rende quel gameplay un classico? Come si incanala lo spavento, il divertimento, la sensazione di passare ore a sparare a dannati e non-morti virtuali, e la si traduce in qualcosa che funzioni come film horror?
Dire che Cregger ha craccato quel codice sarebbe un eufemismo. Il suo Resident Evil è, senza ombra di dubbio, uno dei migliori adattamenti cinematografici da videogioco mai realizzati, eppure funziona in un modo che non sembra un adattamento, non si affida al fan service e alla caccia all’easter egg per rendere omaggio, e non lesina sulle dinamiche che hanno reso il gioco così irresistibilmente giocabile. La destinazione del nostro sfortunato eroe, un corriere (Austin Abrams, semplicemente straordinario) che deve trasportare un pacco importante tra strutture mediche, è proprio la sede centrale (decisamente residenzialmente malvagia) del gioco: Racoon City. Viene citata la “Umbrella Corporation”. E le cose andranno decisamente male dentro un laboratorio biohazard. Ma al di là di questo, il film tiene gli occhi puntati su un obiettivo più grande: fondere la doppia sensazione di giocare a uno sparatutto survival e di essere immersi in un film di genere imprevedibile. È così che si fa.
Semmai, il selvaggio e sanguinolento rifacimento del regista deve tanto al remake di La cosa di John Carpenter quanto alla saga omonima. All’inizio tutto sembra procedere secondo la routine, con il fattorino di Abrams che si imbatte in una donna in una foresta innevata e desolata, apparentemente un po’ “malata”. Il suo istinto da buon samaritano non aiuta. Presto, delle persone iniziano a saltare fuori dall’ombra mostrandosi un po’ troppo inclini a mordere per i nostri gusti. Cregger si prende i suoi tempi tra un momento d’azione e uno spavento improvviso; come nel sorprendente successo del 2022 Barbarian e nel più recente Weapons, questo Resident Evil beneficia di un uso sapiente dell’inquadratura, di un approccio da gioco di prestigio nel far sparire improvvisamente il tappeto sotto i piedi dello spettatore, e della capacità di usare l’umorismo tanto per far salire la tensione quanto per alleggerirla. Il suo ormai consolidato “marchio” di narrazione horror è un elemento di richiamo tanto quanto il titolo stesso, e qui lo dispiega con gusto e budella vere e proprie.
Poi un incontro con un cane che, diciamo così, è più di quel che sembra, inizia a introdurre elementi di trasformazioni davvero inquietanti e apertamente lovecraftiane. Mettiamola così: il fatto che si spari, si accoltelli o si prenda a bastonate qualcosa non significa che ciò che si contorce al suo interno non possa riassemblarsi in una nuova forma ibrida. Se il concetto da leggenda metropolitana del “re dei topi” vi fa venire il voltastomaco, forse è meglio evitare questo film a ogni costo.

Paul Walter Houser in ‘Resident Evil’. Foto: SONY PICTURES
Potenziali alleati e persone da salvare vanno e vengono, alcuni dei quali risulteranno familiari (entra in scena Kali Reis di True Detective: Night Country nei panni di un classico commando alla Resident Evil, esce di scena Paul Walter Hauser di I, Tonya in quelli di un dirigente d’azienda piagnucoloso e subdolo), mentre altri semplicemente iniziano a far spuntare tentacoli dal volto. In sostanza, però, si segue Abrams mentre passa da un set-piece di una missione all’altro simile, con qualcosa che gli aleggia occasionalmente alle spalle come se fosse l’avatar di un gioco di ruolo. Arrivare a quella casa inquietante in mezzo al nulla. Uscire da quel camper altrettanto inquietante, quello con gli inconfondibili suoni di un bambino che piange. Attraversare un tunnel fognario inquietante pieno di topi zombie. Arrivare al quarantottesimo piano di un ospedale inquietante, dove un laboratorio potrebbe riuscire a mettere a punto una cura per questa epidemia virale che trasforma le persone in morti che camminano, corrono, saltano e azzannano.
La maggior parte dei videogiochi costruisce la propria struttura attorno a uno scontro con il mostro finale. Questo capolavoro del cinéma du gaming ha una sua brillante variazione su quel cliché e, come la carneficina di minorenni che caratterizzava il climax del film precedente di Cregger, usa uno slancio quasi da cartone animato per continuare ad accelerare. Tutto si conclude su una nota talmente alta che si inizia a provare l’equivalente dell’ansia della domenica sera pensando a un possibile sequel, la paura che, come tanti franchise prima di lui, questa versione nuova e nettamente migliorata finisca semplicemente per autodistruggersi e disperdere ogni benevolenza guadagnata. Si spera che le lezioni apprese qui vengano usate per far salire di livello altri progetti ed eventuali seguiti. Per ora, tutti quelli dietro questo capitolo superiore del sottogenere meritano un giro di applausi. Hanno appena realizzato il miglior reboot horror dell’anno.














