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Questa falsa storia di Hollywood è la più vera che c’è

Critico, regista, soprattutto feticista. Il Filmmaker Festival celebra Mark Rappaport con una retrospettiva dei suoi mockumentary (e non solo) che raccontano il cinema come nessuno aveva mai fatto. A partire dalla vita segreta (ma non troppo) di Rock Hudson

Rock Hudson

Foto: Bettmann/Getty Images

Avete in mente quel mestiere ora estinto, quel mestiere che si occupava principalmente di quelle cose che si vedevano in quelle sale buie? Sì, lo so, quelle cose esistono ancora, le sale buie però sempre meno. In ogni caso, nessun bambino oggi vi dirà che vuol fare quel mestiere – se mai, il divulgatore su Instagram, qualunque cosa significhi. In quest’epoca di definitiva estinzione del ‘900, Mark Rappaport è un magnifico dinosauro.

Nel vasto programma del milanese Filmmaker Festival 2022 (qui c’è tutto), la deliziosa retrospettiva dal delizioso titolo Mark Rappaport: il cinema tra parentesi è il gioiello. Rappaport è critico, appunto, ma pure storyteller (non nell’accezione odierna), regista che probabilmente non si definirebbe mai così, autore di mockumentary più veri dei veri doc.

Rappoport mette mano alla storia di Hollywood da fan, anche se ammette che la parola non gli piace, e soprattutto da feticista. Di più: da archeologo. E il cinema diventa una Wunderkammer in cui scovare, dentro cassetti lasciati chiusi, piccoli tesori. Qualche esempio. Il volto, dimenticatissimo, di Turhan Bay, second’attore anni ’40, è il pretesto per porsi la metafisica domanda “dove vanno a finire tutti i primi piani del cinema?” (si comincia, in The Stendhal Syndrome or My Dinner with Turhan Bey, da quello chiaroscuratissimo di Joan Crawford in Perdutamente).

E ancora. Il cinema di Douglas Sirk è riletto attraverso tutte le scene ambientate davanti alle tolette delle sue primedonne (The Vanity Tables of Douglas Sirk). Il riciclo – vedi, anche se non c’entra, la sontuosa mostra Recycling Beauty appena inaugurata alla Fondazione Prada di Milano – dei soliti fondali e oggetti di scena è il modo migliore per raccontare svariati decenni di Hollywood e della sua, letterale, fabbricazione (Two for the Opera Box).

Ma la cosa migliore, il genere vero e proprio da lui codificato, sono le false/vere biografie, anzi autobiografie. I, Dalio è la confessione di Marcel Dalio, caratterista francese (La grande illusione, La regola del gioco, Il bandito della Casbah) accolto nella libera California dopo la fuga dall’Europa nazista, dov’era schedato come pericoloso ebreo persino sui manifesti di propaganda (si veda anche, sul tema, L’année dernière à Dachau). 

Ma il capolavoro è Rock Hudson’s Home Movies, anno 1992, forse uno dei film su Hollywood più belli mai realizzati. La storia di Rock Hudson la sapete. Divissimo della rom-com anni ’50, era omosessuale senza ovviamente poterlo confessare, anzi costretto a fare il maschio etero perfetto, l’emblema della American manhood, il compagno di letto, il marito da predare. Lo sapevamo già, ma Rappaport mette in fila tutti gli indizi che già nei film si potevano rintracciare – tanto che, raccontava l’attore nell’autobiografia in cui rivelava d’essere malato di AIDS (che poi l’ha ucciso), lui stesso organizzava festini con gli amici gay per ridacchiare insieme su quei film pienissimi di sottotesti che la platea generalista di certo non ravvisava.

Rappaport parte da quel libro ma fa del suo piccolo film una grande storia del cinema americano, un saggio sulla censura e lo sberleffo (di chi si prestava al gioco ma, in fondo, suggeriva, a buon intenditore, il suo coming out). Negli Home Movies immaginati e verissimi di Hudson/Rappaport lo schermo non è più velato. C’è la paura – dei suoi personaggi, e di lui stesso – di sposarsi con la Doris Day di turno, e gli occhi degli altri ragazzi sui suoi muscoli, e l’amicizia molto (troppo) affettuosa col consueto best buddy Tony Randall, e il colpo di genio che ha contrappuntato la sua intera carriera: il kissing interruptus, cioè i baci mai dati fino in fondo, o almeno non sullo schermo, non alle donne.

Nessuno farà più il critico cinematografico, forse. Per tutti quelli che amano l’era giurassica e i mestieri che magari un giorno risalteranno fuori quando si scaverà per la metropolitana, (l’amore per) il cinema di Mark Rappaport è imprescindibile.