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‘Povere creature!’, Emma Stone è la Barbie punk di Yorgos Lanthimos

Più che la versione femminile di Frankenstein, quella raccontata dal regista greco è una figura sovversiva sulla via di un’emancipazione estrema, di un "fuck you" al patriarcato ancora più urlato e sì, (letteralmente) goduto

Emma Stone in 'Poor Things'. Foto: Yorgos Lanthimos/ Searchlight Pictures

O lo ami o lo odi, Yorgos Lanthimos: in ogni caso, il suo Poor Things (in italiano Povere creature!, dal 25 gennaio al cinema) è il film più chiacchierato (e anche decisamente uno dei migliori, la butto lì: Leone d’oro?) visti finora al festival. Di Venezia, il regista greco è una creatura (pardon): dopo l’esordio a Cannes con Dogtooth, è stato il Lido a consacrarlo Autore, prima con Alps e, ancora di più, con La favorita. Ecco, di quel selvaggio threesome al femminile, l’adattamento del romanzo dello scozzese Alasdair Gray ha la stessa energia scabrosa, lo stesso black humour estremo, lo stesso mood barocco. Non è un caso che anche lo sceneggiatore sia appunto lo stesso, cioè Tony McNamara, aka il nuovo MVP della commedia nerissima in costume (vedere The Great per credere).

Se in quel caso però Emma Stone lasciava onori e oneri a Olivia Colman, qui si prende tutto. Fa pipì sul pavimento, abbaia, lancia piatti e, complice una mela, rischia di far impallidire il Timothée Chalamet di Chiamami col tuo nome e la sua pesca. Dopo il Pinochet vampiro di Larraín, c’è un altro “mostro” in Mostra. Ma più che la versione femminile di Frankenstein, quella di Poor Things è una Barbie punk sulla via di un’emancipazione estrema, di un fuck you al patriarcato ancora più urlato e sì, – letteralmente – goduto.

A differenza della bambola di Margot Robbie, infatti, Bella Baxter è un essere sessualissimo, una giovane donna incinta che si getta dal Tower Bridge di Londra e viene “salvata” dall’anatomista pazzo Godwin (per gli amici God) di Willem Dafoe, diventandone l’esperimento preferito. All’inizio ha l’età mentale di una bambina nel corpo di un’adulta, sta imparando a camminare e a parlare, fa i capricci. Poi arriva lo spring awakening, di cui approfitta l’avvocato libertino e narcisista (Mark Ruffalo, un perfetto Ken vittoriano), che la porta via dalla mansion londinese dello scienziato per un Triangle of Sexiness, un Grand Tour europeo di erotismo e avventure che – ehm – la plasmerà. Per dirla con le parole di Yorgos Lanthimos: «La sua mente può ricominciare da capo, libera, senza vergogna e pregiudizi, per sperimentare il mondo ai suoi termini». In pratica: si fa chi vuole, quando vuole, se non è impegnata a sprofondare nei libri che le presta l’Hanna Schygulla di Fassbinder (!). Evviva.

Emma Stone e Mark Ruffalo. Foto: Atsushi Nishijima/Searchlight Pictures

Dentro ci sono Terry Gilliam, Wes Anderson, David Lynch, Werner Herzog, Lars von Trier, ma c’è soprattutto Lanthimos, un virtuoso del bizzarro e del destabilizzante che per questo romanzo gotico dalla vibe steampunk-retrofuturista (i costumi!) crea un mondo straordinario, artificiale, contorto, che parte dal bianco e nero per poi divertirsi con toni ricchi e saturi. E a volte abusa del grandangolo.

Yorgos Lanthimos ed Emma Stone sul set. Foto: Atsushi Nishijima/Searchlight Pictures

Quasi tutta la storia deriva direttamente dal fumetto di Gray, ma il regista e McNamara hanno aggiunto parecchie scene e dettagli, comprese molte imprecazioni, e si sono concentrati sulla vita sessuale di Bella. Emma Stone si conferma sempre più musa e partner in crime di Lanthimos, usando corpo, volto, occhi, tra punte comicissime, commedia slapstick, ma anche momenti teneri e tragici: è probabilmente la miglior interpretazione della sua carriera, e l’Academy di certo se ne accorgerà. Ma quale mostro di Frankenstein: Poor Things è il viaggio di un’eroina che vuole studiare medicina lei stessa, una figura romantica e sovversiva che decide di essere chi desidera. E un bel dito medio a tutto il resto.

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