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Pio e Amedeo pensano di essere Checco Zalone (al cinema). E invece…

Gennaro Nunziante, già regista di ‘Sole a catinelle’ e ‘Quo vado?’, non basta a far fare al duo comico più discusso d’Italia il salto sperato sul grande schermo. Ecco tutti i motivi per cui ‘Belli ciao’ non funziona

Foto: Vision Distribution

La trama che vuole accontentare tutti

Nel Natale che ha sancito la morte forse definitiva (anche se è stata annunciata 178 volte) del cinepanettone, il titolo comico di punta è uno solo. E cioè il ritorno da protagonisti di Pio e Amedeo sul grande schermo, dopo il film del 2014 Amici come noi (nello stesso anno c’era stato anche il corale Ma tu di che segno 6? di Neri Parenti). Sette anni – anzi, no: otto – sarebbero dovuti essere sufficienti a confezionare un soggetto all’altezza (vabbè, ci siamo capiti). E invece Belli ciao di Gennaro Nunziante, già “regista di Checco Zalone” (ma ci torneremo su), è sbagliato dal primo all’ultimo minuto – per fortuna pochi: 87 in tutto. Il punto è uno: Pio e Amedeo, oggi considerati i comici più scorretti in circolazione (vedi il loro divisivissimo, come si dice oggi, show su Canale 5), provano ad accontentare tutti. E cioè i famosi grandi e piccini che garantiscono grandi incassi (vedi, sempre, Checco nostro). Il risultato è una commediola molto più innocua del previsto su due amici che, dopo la maturità, prendono strade diverse: uno resta al paesello in Puglia col sogno di diventare un medico, l’altro – come tutti i coetanei o quasi – parte alla volta di Milano perché “al Sud non c’è lavoro”. Niente di più, niente di meno. Il resto lo potete facilmente prevedere.

Le battute ferme a vent’anni fa (no: di più)

Sarà per il discorso sui “grandi e piccini” di cui sopra, sta di fatto che l’ironia scorrettissima del duo, che ha infiammato i social tra indignazione e offesa generale, è bandita. La scelta democristiana si può anche capire. Quello che si fa fatica a comprendere è l’immaginario comico rimasto a vent’anni fa, no: di più. Il pugliese trapiantato a Milano è un compendio di umorismo trito e ritrito: la laurea in Economia all’Università Sboroni (che ridere, eh?), il mito dell’apericena (ma senza riempire troppo il piattino: quello lo fanno solo i fuori sede), la parlata “itanglish”, i “top” e gli “adoro” a raffica, la casa domotica, il sushi a domicilio, la gayezza diffusa, e via elencando. E il ritratto di quelli rimasti al Sud – “dove non è detto che si viva meglio”: sono diventati democristiani, ve l’abbiamo detto – non fa differenza: i vecchietti al bar, le collusioni delle amministrazioni con la camorra, i bamboccioni che non crescono mai. Al di là della vecchiezza del tutto (e del fatto che niente – ma NIENTE – faccia ridere manco per sbaglio), vien da pensare che ormai è meglio il contrario: il milanese che almeno si prende per il culo in proprio. Vedi Mollo tutto e apro un chiringuito, anti-cinepanettone by Il Milanese Imbruttito uscito a Sant’Ambrogio (e quando sennò) e molto più a fuoco sull’annosissima questione.

La maschera assente

Pio con Lorena Cacciatore, alias la moglie influencer Elettra. Foto: Vision Distribution

In un film come questo non ci aspettiamo di certo una recitazione scespiriana, ma non è di questo che parliamo. Qua manca proprio la maschera comica, o meglio: anche la performance da comici puri è smorzata in nome di quell’accontentiamo tutti. Se Checco Zalone (aridaje) la sua maschera non la perdeva mai, nemmeno nelle impennate più idealiste (vedi Tolo Tolo, diretto “presso sé stesso”), Pio e Amedeo non sanno proprio che maschera indossare. Vogliono fare sé stessi, per quanto romanzati? O recitare, come fossero due attori “veri”, dei personaggi meno cazzoni di quanto facciano passare? Oppure pensano che questo film sia una collezione di gag? Il resto del cast è ugualmente lasciato a sé stesso: dalla moglie di Pio, l’influencer milanese (ma l’accento non c’è) di nome Elettra interpretata da Lorena Cacciatore, alla fiamma di Amedeo, la Rosa Diletta Rossi già moglie di Filippo Nigro in Suburra – La serie che si ritrova con il personaggio ingrato della solita “innamorata a prima vista” (ma davvero? ma ancora?). Restano Saverio Raimondo e Gegia (!): ma sono solo apparizioni.

Lo scimmiottamento di modelli inarrivabili (in due parole: Checco Zalone)

E veniamo al nodo cruciale: Belli ciao è un film di Checco Zalone che non ce l’ha fatta. O, almeno, vorrebbe esserlo. E non solo perché alla regia c’è Gennaro Nunziante, che ha firmato tutti i film di Checco (Cado dalle nubi, Che bella giornata, Sole a catinelle, Quo vado?) tranne l’ultimo (Tolo Tolo, appunto), anche se ovviamente conta. Diciamo che Nunziante, anche sceneggiatore con il duo di protagonisti, fallisce nella misura in cui aveva fallito con Rovazzi, a cui era stato cucito addosso il modestissimo Il vegetale: anche in quel caso, una favoletta urbana (guarda caso sempre milanese) che ambiva a platee trans-generazionali (voi le avete viste?). Ma Rovazzi è un buono di natura, Pio e Amedeo tutt’altro. Sono, alla loro seconda prova sul grande schermo, dei wannabe Luca Medici senza però quel talento, quell’equilibrio di registri, quella capacità di essere cattivissimo e amatissimo insieme, disturbante e tenero, altissimo e popolare. Di Checco ce n’è uno solo: non c’era bisogno di Belli ciao, ma abbiamo comunque l’ennesima riconferma.

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