Oscar 2022: il meglio e il peggio della serata | Rolling Stone Italia
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Oscar 2022: il meglio e il peggio della serata

Da un Will Smith scatenato alle statuette italiane mancate

Will Smith con l'Oscar come miglior attore protagonista per 'Una famiglia vincente – King Richard'

Foto: Neilson Barnard/Getty Images

Meglio: La prima volta di Beyoncé

Beyoncé candidata per la prima volta all’Oscar (spoiler: non ha vinto). È già un evento di per sé, e in più sappiamo che, se evento non è, la signora Carter non si scomoda a presentarsi. Famole dunque aprire lo show. Ma quella che sembra una sboronata (per quanto meritata) si rivela la solita performance epica. Dal campo di tennis di Compton, dove Venus e Serena Williams hanno giocato le loro prime partite, Queen Bey intona Be Alive, scritta per il biopic sulle due icone/amiche (meglio: sul loro padre-mentore, interpretato da Will Smith). Regia da kolossal (vedi l’inizio a cavallo), orchestrona, corpo di ballo e solito numero vocale mastodontico. Ah, Beyoncé riesce persino a rendere cool il giallo pallina da tennis, il monocolore che “veste” tutti, lei compresa (che però ha anche una giarrettiera di brillocchi). Game, set, match.

Ci provano fortissimo Amy Schumer, Regina Hall e Wanda Sykes, a imbastire un monologo di apertura all’altezza. Tentano pure di spuntare tutte le caselline: «Quest’anno hanno preso tre donne perché costa meno che ingaggiare un uomo», attacca subito la prima. E anche nel 2022 la pratica parità ce la siamo tolta delle palle. Poi tocca alla questione black: «Noi rappresentiamo le donne nere che fanno troppo chiasso». Risposta: «Io sono quella che rappresenta le donne insopportabili che chiamano la polizia quando voi fate troppo chiasso». Andiamo avanti veloce: «Sono due anni che non possiamo fare una cerimonia “normale”, guardate com’è cresciuto Timothée…». La battuta infelice tocca a Regina Hall: «Ma sapete cosa? Io me lo farei ancora lo stesso». Si spara pure sulla Croce Rossa, e arriva la stoccata ai premi della stampa straniera a Hollywood: «Sapere cosa c’è nel segmento di In Memoriam? I Golden Globe». Fra «Ho visto tre volte Il potere del cane e sono a metà» e una gag che sfotte il “Don’t Say Gay Bill” della Florida (dopo il numero by Kate McKinnon al SNL), il risultato è davvero scarsino. Si riprende un po’ Schumer in solitaria: «Sono Amy Schumer o, come mi chiamano a Hollywood, Melissa-McCarthy-ha-detto-no. Non sono qui come modella, ma come madre: non male per essere a un anno dal parto, vero? Ehm, in realtà sono due anni». E anche la body positivity ce l’abbiamo. Poi di nuovo con la rappresentanza femminile: «Dopo anni ad ignorare le donne, quest’anno finalmente un film che onora il padre delle sorelle Williams». L’Oscar di assatanata invece va a Regina Hall, che continua sulla sua linea chiamando sul palco Bradley Cooper, Chalamet & C. con l’obiettivo di slinguazzarli per verificare se il loro Covid test è davvero negativo. Vabbè.

Meglio: Youn Yuh-jung e Troy Kotsur best couple

Dopo che l’anno scorso aveva trionfato e fatto coppia con Brad Pitt, Youn Yuh-jung (aka la nonna scatenata di Minari) è tornata ad annunciare il vincitore dell’Oscar 2022 come miglior attore non protagonista. E ha tirato fuori un altro momento top: «Mi sono lamentata perché la pronuncia del mio nome era sbagliata. Ecco, quest’anno mi scuso io in anticipo con tutti i candidati per come pronuncerò i loro nomi». In una cerimonia piena di gruppetti finti messi lì un po’ a casaccio (vedi le principesse della situa Lily James and friends), miglior presenter a mani basse. Si emoziona pure quando legge sul cartellino il nome di Troy Kotsur, l’attore non udente che interpreta il padre della famiglia di I segni del cuore – CODA. Il pubblico si alza in piedi, Youn gli consegna il premio e non ci pensa nemmeno a schiodarsi, mentre l’attore pronuncia il discorso con il linguaggio dei segni: lui ha più senso dell’humor di mezza Hollywood e la sua storia è incredibile: «Alla comunità dei non udenti, è il nostro momento», chiude. Youn lo aspetta paziente e lo accompagna fieramente dietro le quinte. Adorabili. Altro che Zendaya e Timothée.

Peggio: Gli Oscar italiani mancati

Dopo l’exploit Europei, Olimpiadi, Eurovision, in questi giorni sono tornati i tempi duri per i nostri all’estero. Luca di Enrico Casarosa, che è stato superato dall’adoratissimo (fin troppo, si può dire?) Encanto come miglior cartoon. Paolo Sorrentino con È stata la mano di Dio, battuto (come previsto, purtroppo) dal giapponese Hamaguchi con Drive My Car nella categoria film internazionale (si sa, dopo Parasite a Hollywood l’asian va di moda). Massimo Cantini Parrini e i suoi costumi per il Cyrano starring Peter Dinklage che non hanno avuto la meglio su Jenny Beavan, al suo terzo Oscar per Crudelia (gli altri due erano per Camera con vista e Mad Max: Fury Road), che l’orchestra dell’Academy ha dovuto fermare con un giro di note sennò facevamo pomeriggio. «Come va, va, è già una vittoria», diceva Paolo da LA. Peccato davvero però, perché ci saremmo meritati un altro discorso da Oscar di Sorrentino.

Meglio: Momento tre tenori, aka il scìnema

E a un certo punto arrivano anche i tre tenori. Perdonateci, Coppola-De Niro-Pacino, triade leggendaria (introdotta da Diddy!) giunta a sorpresa sul palco a omaggiare i cinquant’anni del Padrino. Al, come noi, non vede l’ora che quel siparietto finisca, Bob abbozza, Francis è quello che prende la parola per levare tutti d’impaccio: sembrava davvero un Nessun dorma piazzato lì per svegliare la platea. E infatti standing ovation, ça va sans dire. Non un momento “best” in sé, ma fortuna che ogni tanto, nella Hollywood delle quote, ci si ricorda cos’è stato (e cos’è ancora) il Cinema. (E, per una volta, ce l’ha ricordato anche un segmento In Memoriam finalmente dinamico e davvero commovente, col coro gospel scatenato e il tenero ricordo di, tra gli altri, Ivan Reitman da parte di Bill Murray e Betty White secondo Jamie Lee Curtis. E il suo cagnolino! Molti cuori.)

Peggio: Le scalette ubriache

La linea narrativa, questa sconosciuta. Nell’epoca in cui ci si riempie la bocca con la parola storytelling, agli Oscar 2022 manca proprio questo: una coerenza di racconto che giustifichi la solita durata monstre. E dire che ci avevano promesso di sveltire, accorciare, farci andare a letto presto (seh, vabbè). Si passa da diciotto canzoni di Encanto (ABBIAMO CAPITO) al sacrosanto momento di silenzio per l’Ucraina, dalla reunion di Juno just because ai BTS che ci spiegano quanto è bello Coco (no: non è stata un’allucinazione da coma profondo). Queste scalette ubriache le conosciamo da sempre, d’accordo: ma quest’anno ci avevano illusi che qualcosa sarebbe cambiato, anche solo per il fatto che una cerimonia di premiazione di quasi tre ore e mezza, nell’epoca in cui bastano tre fotine su Instagram, non la vede più nessuno (e infatti). Dopo lo sciopero degli sceneggiatori che colpì Hollywood quindici anni fa, ora pare arrivato pure quello degli autori tv.

Meglio: Will Smith scatenato e il Black Lives Matter

Dopo le premiazioni forse fin troppo “forzate” del passato, ecco un Black Lives Matter più intimo e meno gridato. Sì, ci sono due donne black come host: Regina Hall e Wanda Sykes. Ma soprattutto c’è la commozione di Questlove quando ritira l’Oscar per Summer of Soul come miglior doc: «Non si tratta di me. Parliamo delle persone emarginate a Harlem che hanno bisogno di guarire da tutto quel dolore». Lacrime per tutto il Dolby Theatre, a partire da Sua Maestà Beyoncé. È Will Smith però, dato come sicuro vincitore della statuetta al miglior attore, il vero protagonista della serata (“E i Grammy erano preoccupati per Kanye West”, commenta qualcuno su Twitter). «Richard Williams ha sempre difeso la sua famiglia»: ha attaccato così nel suo (lunghissimo) Oscar speech, riferendosi ovviamente anche allo scontro con Chris Rock di pochi attimi prima (aka IL momento Oscar 2022, a seguito di una battuta non gradita del comico sulla moglie Jada Pinkett) e motivando la sua reazione con il paragone con il suo personaggio in Una famiglia vincente – King Richard. Tanto, tantissimo pathos per le “Black lives” che “matter”: quelle che racconta, ma anche la sua. E che vanno difese e protette (forse con troppa violenza?).

Peggio: Oscar del pubblico? No grazie

È da tempo che si dibatte sull’“Oscar del pubblico” (o “Oscar popolare”), e qualche anno fa ci hanno pure provato ad aggiungerlo, fallendo: del resto, cosa poteva andare storto? Soprattutto quando non ci si mette d’accordo su quel che significa “popolarità” e su chi o cosa la stabilisce (soltanto gli incassi?). Quest’anno hanno pensato di fare la furbata: facciamo votare una statuetta immaginaria su Twitter! Cosa poteva andare storto (aridaje)? I titoli scelti – tra gli altri: il pasticciaccio Netflix Army of the Dead, Cinderella versione Camila Cabello e lo stracultissimo Minamata con Johnny Depp – sembrano una specie di supercazzola dei social-nerd nei confronti dell’Academy. Dopo le clip che annunciavano i (si fa per dire) vincitori, nemmeno un commento ufficiale dal palco: forse l’Oscar del pubblico non lo facciamo neanche stavolta.

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