‘Oppenheimer’ di Christopher Nolan è la quintessenza del blockbuster intellò ‘Oppenheimer’, la recensione del nuovo film di Christopher NolanRolling Stone Italia
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‘Oppenheimer’ di Christopher Nolan è la quintessenza del blockbuster intellò

Non è un film perfetto, ma è un grande film. E non è nemmeno un film intrinsecamente popolare, è un'opera d'auteur totale. Ma è anche quello di cui il Cinema ha bisogno oggi

Cillian Murphy è J. Robert Oppenheimer

Cillian Murphy è J. Robert Oppenheimer

Foto: Universal Pictures

Unpopular opinion: penso che Interstellar sia un tantino sopravvalutato (soprattutto rispetto alle sue ambizioni, leggi Kubrick) e che invece Dunkirk sia davvero il miglior Nolan possibile. Sulla grandezza della trilogia del Cavaliere Oscuro siamo tutti d’accordo – credo –, così come sull’imprescindibilità di Memento, che di fatto ha creato il mito del regista, e su Inception, aka quell’inafferrabile rompicapo d’assunto scespiriano che lo ha reso cult una volta per tutte. Per Tenet, be’, meglio sorvolare.

Che Christopher Nolan abbia reso “d’autore” praticamente ogni genere con cui abbia sperimentato – il cinecomic! Joker ringrazia – invece opinion non è. E che, più di chiunque altro sia riuscito a unire i dettami mainstream con la sensibilità colta, costruendo film dopo film l’idea di blockbuster d’autore, nemmeno. Ma se i blockbuster d’autore quest’anno hanno salvato il cinema dalla crisi (finanziaria ed esistenziale), vedi il secondo Avatar by James Cameron e, ancora di più, Barbie di Greta Gerwig, Nolan non si poteva fermare semplicemente a questo (come fosse poca cosa) e fa un passo ancora più in là: Oppenheimer è la quintessenza del blockbuster intellò (ci torneremo).

Ed è anche tutto quello di cui il Cinema (così, con la C maiuscola) ha bisogno adesso (è la frasetta che ho scritto a caldo all’uscita della proiezione, quando chiedono ai giornalisti una prima impressione, ma sottoscrivo). Non solo il Cinema, ma proprio la sala, il grande schermo. E più grande è lo schermo per Nolan, meglio è. Lo scrivo: ho visto Oppenheimer in 70 mm con un’impianto audio da Oscar (e se potete, fatelo pure voi), ipnotizzata dai colori saturi che si alternavano a un bianco e nero nettissimo, dagli occhi di ghiaccio di Cillian Murphy in primissimo piano, paralizzata da un silenzio che a volte diventava devastante e galvanizzata dalle poltrone che tremavano sotto i boom assordanti.

Oppenheimer è più di un biopic sul “padre della bomba atomica”. È un’esperienza nolanianissima, perché il regista non si limita a raccontare il personaggio, non sarebbe stato abbastanza pionieristico (again): ci fa entrare nella testa del genio che voleva cambiare il mondo e ha finito in qualche modo per distruggerlo, dove vediamo particelle che si muovono alla velocità della luce, molecole che ruotano, atomi che si dividono. Esplosioni di immagini astratte. E in 70 mm fa un certo effetto.

Poi ci sono le “solite” linee temporali – ne ho contate almeno quattro – che si incrociano, un cast da far tremare i polsi (ancora, ci torneremo), ma è attraverso l’uso del suono e della visione che siamo costantemente dentro: alla testa di Oppie, a Los Alamos, al progetto Manhattan, persino dentro a una testata nucleare. E sono proprio quelle inquadrature, che a volte bloccano bruscamente dei dialoghi e altre ci accompagnano da una sequenza all’altra, a fare la differenza. Basti una scena per tutte: il Trinity, si chiama così il test di detonazione condotto nel deserto del New Mexico prima di affidare l’arma all’esercito. 10 minuti concitatissimi, che viviamo da diverse postazioni (Dunkirk!) fino al big bang che, intelligentemente, è tutta luce e nemmeno un accenno di audio. Ché Nolan riesce a dare un senso pure a quell’ossimoro abusassimo: silenzio assordante.

Subito dopo, vediamo Oppie parlare ai colleghi scienziati del risultato dell’esperimento tormentato da visioni di un bianco diffuso ed accecante, cadaveri bruciati e sedie vuote. È il culmine del film, sì, ma è anche il momento in cui scoprirete che manca un’altra ora alla fine. Classic Nolan, pure questo.

Christopher Nolan sul set con Cillian Murphy. Foto: Melinda Sue Gordon/Universal Pictures

Già, per una figura complessa come quella di Oppenheimer bisognava andare oltre. Ed è qui che (ancora una volta) Nolan manipola il tempo e trasforma il biopic in un thriller politico, confermando quanto sia anche un ottimo regista di attori: Robert Downey Jr. piazza uno dei migliori lavori della sua carriera con il personaggio Lewis Strauss, il presidente della Commissione per l’energia atomica, che trasforma uno sfottò estemporaneo in una vendetta macchinosa contro Oppenheimer. Assistiamo infatti al processo del 1954 sul rinnovo dell’autorizzazione di sicurezza del fisico e a un’udienza del Congresso del 1959 sul tentativo di Strauss di entrare nel gabinetto del presidente Eisenhower. Ed è tutto un flashback della carriera di Oppie prima di Los Alamos, della sua permanenza alla UC Berkeley, del suo matrimonio con Kitty (Emily Blunt), della sua relazione con la psichiatra comunista Jean Tatlock (una Florence Pugh che ruba la scena, anche se le sequenze di sesso non sono decisamente il forte di Nolan)…

A proposito di cast: Nolan ha detto che voleva usare volti riconoscibili in modo che il pubblico potesse tenere traccia di “chi è chi” più facilmente. E allora ecco Pugh e Blunt, Benny Safdie, Josh Hartnett, Rami Malek, Kenneth Branagh, Casey Affleck, Jason Clarke, Matthew Modine, Olivia Thirlby, Dane DeHaan, Alden Ehrenreich e un gigantesco Gary Oldman nei panni di Harry S. Truman, che in un solo momento ci restituisce il ritratto di uno presidente stronzo come non mai. E poi, vabbè, un Matt Damon tutto baffoni e distintivo, alias il generale Leslie Groves, referente militare del progetto Manhattan. I suoi duetti con l’Oppie di Murphy sono magnifici.

Matt Damon e Cillian Murphy in 'Oppenheimer'

Foto: Melinda Sue Gordon/Universal Pictures

Non è un film perfetto Oppenheimer, ma è un grande film. E non è nemmeno un film intrinsecamente popolare: è un blockbuster, l’abbiamo scritto, intellò. Nel senso migliore e peggiore del termine: ovviamente è un’opera alta, che non teme mai di entrare nelle pieghe, nelle sfumature ed è la dimostrazione che portare sullo schermo la storia recente è davvero un’impresa titanica, per la quale tre ore – sì, TRE ORE – sono troppe ma anche troppo poche. Per il pubblico però è anche un film ostico, a tratti perfino respingente e freddo: serve sapere tutto del progetto Manhattan per seguire la trama al meglio? Be’, avere un’idea anche piuttosto precisa aiuta parecchio. È un film totale, Oppenheimer, che racchiude il senso del cinema di un autore totale, Christopher Nolan, starring un attore totale, Cillian Murphy che, dopo Peaky Blinders e per la prima volta sul grande schermo, trova un ruolo totale. Se questo non è Cinema.

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