‘Odissea’: la recensione del film di Christopher Nolan | Rolling Stone Italia
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‘Odissea’ di Christopher Nolan è una grande epopea che lascia il cuore un po’ al largo

Con un gigantesco Matt Damon alla guida di un cast fin troppo stellare, l'auteur canalizza Omero e gira il suo film più ambizioso e costoso. Il risultato è monumentale e riconoscibilissimo nella sua coolness, nel bene e nel male

‘Odissea’ di Christopher Nolan è una grande epopea che lascia il cuore un po’ al largo

Matt Damon (Odisseo) in 'The Odyssey'

Foto: Universal Studios

I nolaniani di ferro vi diranno che l’Odissea è un capolavoro, i detrattori l’avevano già seppellito prima ancora che uscisse, e da ridire ne avranno ancora per mesi. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. L’Odissea di Christopher Nolan è tutto quello che l’Odissea di Christopher Nolan avrebbe dovuto e potuto essere: il viaggio, il tempo (perduto e frammentato), il destino, il padre e il figlio. Con il solito, almeno per me, filtro Nolan: quella coolness che nella sua accezione più negativa è una sorta di distacco elegante e calcolato, una specie di controllo che però tiene un po’ troppo a bada il timone dell’emotività prima che scivoli nella commozione (ok, sono pronta per la lapidazione, ma tant’è).

La grandeur del regista che film dopo film ha costruito l’idea di blockbuster d’autore si confronta con il mito fondativo dell’Occidente, quello da cui nasce il concetto stesso di viaggio dell’eroe e ovviamente lo intellettualizza e lo contemporaneizza, pur non perdendo un millimetro di filologia (vedi anche la colonna sonora di Ludwig Göransson: qua e là ho pensato che la mia prof. di greco del liceo classico avrebbe approvato) nonostante una inevitabile, viste le origini di Nolan e il pubblico di riferimento, celticizzazione. Anche la struttura non lineare, a scatti avanti e indietro nel tempo, autentica firma nolaniana, qui è lontana dall’essere una supercazzola autoriale (sì, parlo di te, Tenet), perché è quello che fa Omero stesso, il primo auteur della storia (questione omerica permettendo, ma che ne sanno gli americani, e forse pure gli inglesi), che comincia il poema in medias res, con Odisseo bloccato sull’isola di Calipso a viaggio quasi finito, e affida ciclopi, sirene e Circe a un lungo flashback che l’eroe stesso racconta alla corte dei Feaci. Certo, qui i flashback sono moltissimi (troppi?), frammentati, di Odisseo, di Telemaco, di Penelope, di Eumeo, persino di Menelao, che nella risoluzione del conflitto ci vede un trionfo, mentre Odisseo la sconfitta di una civiltà (ci torniamo).

The Odyssey | Official Trailer

Dopo aver vinto (?) la guerra di Troia grazie allo stratagemma del cavallo, “l’uomo ricco d’astuzie” (dalla traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, di nuovo il classico, pardon) cerca di tornare a casa, ostacolato da tutto e da tutti. Lo anticipo: nella versione italiana lo chiamano Ulisse, ma qui, coerentemente con la filologia che il film stesso rivendica, sarà Odisseo, alla greca. Per una volta non c’è da preoccuparsi degli spoiler e della trama non vi sto a ripetere altro, ché noi, in quanto europei cresciuti a pane e miti greci, non abbiamo bisogno di carousel Instagram à la “di cosa parla l’Odissea“, “che libri leggere prima di vedere l’Odissea” (libri!), “10 curiosità su Omero che non sapevi” (e nemmeno lui). Alzi la mano chi aveva la versione per bambini di Dami Editore: eccola.

Solo che il nostos di Nolan (scusate la cacofonia, meglio homecoming?) è soprattutto il percorso di ravvedimento di una coscienza che si racconta a ritroso, una resa dei conti con sé stessi, prima di poter andare avanti: siamo quello che abbiamo lasciato indietro (i vivi, ma pure i morti: da brividi la scena dell’Ade), siamo le promesse che non abbiamo mantenuto, e quelle promesse tornano a tormentarci come il canto delle sirene (è una delle suggestioni in assoluto più belle, peccato duri pochissimo), bisogna abbandonarsi alla tempesta e accettare di perdere il controllo per tornare davvero a casa, che è soprattutto un luogo dell’anima.

E come se l’Odisseo di Nolan volesse scontare il suo peccato e allo stesso tempo darci una lettura politica inaspettata: Troia, nei suoi occhi, assomiglia terribilmente a una città contemporanea rasa al suolo (Gaza, l’Ucraina… pick your fighter) per l’inganno di uno e la guerra di un altro, “eravamo la civiltà dei palazzi, dei commerci, del linguaggio, e non ne abbiamo mai visto la bellezza, l’abbiamo distrutta”, dice. È come se qui Nolan rispondesse alle domande sulla natura umana, sulla sofferenza e sulla guerra che aveva sollevato in Oppenheimer: il cavallo, in sostanza, è l’atomica di Odisseo. È uno dei messaggi contro i conflitti più netti che io abbia sentito in un blockbuster, e non è un caso che arrivi proprio da chi quella distruzione l’ha architettata con l’inganno tradendo la xenia, la legge di Zeus: il senso di colpa di Odisseo, qui, non è ancora l’hybris che lo spingerà, secoli dopo, nella versione dantesca, a sfidare gli dèi “per seguir virtute e canoscenza”. L’Odisseo di Nolan, molto più modestamente, chiede scusa. Una crisi quasi religiosa, riscritta apposta per un pubblico che con gli dèi ha smesso di avere a che fare da un pezzo, o che li usa per le proprie, di guerre.

Un fotogramma di ‘Odissea’. Foto: Universal Studios

È forse per questo che, dietro la macchina da presa, Nolan si comporta come l’esatto contrario del suo protagonista: dove lui non ha saputo vedere la bellezza che aveva davanti e l’ha ridotta in macerie, Nolan quella bellezza la insegue fino all’ultimo dettaglio e si rifiuta di riprodurla digitalmente. “In un’era di apparente magia”, si legge all’inizio del film. È (anche) l’incanto, rigorosamente artigianale, del cinema, perché quella è la cifra di tutto il lungometraggio: un’ossessione feroce per il non simulato, vedi Polifemo aka un animatronic alto 6 metri, ciao ciao AI.

Prima pellicola nella storia del cinema girata dall’inizio alla fine interamente in IMAX 70mm blablabla, macchine da presa così enormi e rumorose che è stato necessario progettarne di nuove pur di portarle su una scogliera vera. Per l’imbarcazione principale di Odisseo hanno usato il Draken, una nave vera lunga trentacinque metri, con un equipaggio vero su cui gli attori si sono allenati finché non sono stati in grado di remare per ore, sul serio. Anche il cavallo di Troia è stato ripensato lontano dal solito monumento di legno lucido: qui è una struttura consunta, quasi uno scafo, che si confonde con le macerie della guerra invece di ergersi sopra di esse. Duecentocinquanta milioni di dollari, il film più costoso mai fatto da Nolan, e il budget si vede tutto, fotogramma per fotogramma (la fotografia di Hoyte van Hoytema!). Se non lo fa lui, questo tipo di Cinema, non lo fa più nessuno.

Christopher Nolan con il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, sul set di ‘Odissea’. Foto: Universal Studios

Solo che, e uso un’iperbole per rendere l’idea, Nolan si commuove un po’ con la precisione millimetrica di un ingegnere navale. Ha ancorato la sceneggiatura alla traduzione di Emily Wilson del 2017, la prima versione inglese dell’Odissea firmata da una donna, quella che ha tolto di mezzo il romanticismo vittoriano e restituito un Odisseo non più superuomo muscoloso ma stratega, uomo che pensa prima di menare le mani. Gli dèi non brillano e nemmeno tuonano: Poseidone è nella tempesta che, quando arriva, è tra le cose più belle che Nolan abbia mai girato, acqua vera che sbatte contro una nave verissima, non un’onda di pixel. Atena agisce come forza psicologica, come grillo parlante del protagonista, mai entità cosmica da fantasy generico. Nolan l’ha spiegato bene in un’intervista, dicendo che non gli interessava il realismo in sé quanto restituire lo sguardo con cui questi personaggi avrebbero davvero visto degli dèi. Di nuovo, è una direzione filologica, ché questo non è Troy. Ma è anche, va detto, una scelta che raffredda tutto: un dio che diventa metafora psicologica smette di essere un dio, e con lui se ne va anche un po’ di meraviglia.

Matt Damon (Odisseo) e Zendaya (Atena) in ‘Odissea’. Foto: Universal Studios

Lo stesso corto circuito capita con gli attori, e per lo stesso motivo: il casting è giusto sulla carta (quello di Travis Scott nei panni dell’aedo è geniale), ma ci sono troppe stelle riconoscibili per essere del tutto credibili nei ruoli, con un paio di eccezioni, forse tre. Matt Damon può fare davvero qualunque cosa ed è assurdamente sottovalutato come attore (non da Nolan, vedi il suo meraviglioso generale Leslie Groves, referente militare del Progetto Manhattan in Oppenheimer, tutto baffoni e distintivo); americanazzo doc ma da sempre credibilissimo nella parte dell’uomo comune che ha a che fare con la Storia, fisico da guerriero dell’antichità e sguardo bruciato da vent’anni di guerra e di mare, un Odisseo che deve essere insieme uomo e superuomo, e ci riesce senza sforzo apparente (chissà se l’Academy se ne accorgerà). Ma è Samantha Morton, guarda caso tra i volti meno immediatamente riconoscibili, la vera rivelazione: la sua Circe è la performance in assoluto più potente del film, mai sensuale ma inquietante, manipolatrice, rivelatrice (forse più strega celtica scappata da una brughiera che maga mediterranea) in un modo che non avevamo visto da Nolan finora. Il body horror, pure quello artigianalissimo, della trasformazione in porci è puro cinema, e il femminismo latente non sembra mai retorico (ma un po’ anacronistico, quello forse sì). Lo stesso discorso sulla riconoscibilità giova a John Leguizamo nei panni di Eumeo, il porcaro ninja di Odisseo, simbolo di fedeltà silenziosa e devotissima.

Poi, in ordine sparso: la Calipso di Charlize Theron pare un incrocio fra Temptation Island e Laguna blu, Zendaya è ormai (troppo) fortissimamente Zendaya per diventare chiunque altro (e ha trasformato il press tour nel suo vero film visto che di scene ne ha forse quattro, massimo cinque), Robert Pattinson è più bravo di quanto serva per questo Antinoo dalle faccette da villain pestifero, Tom Holland as il nostro amichevole Telemaco di quartiere e Anne Hathaway, qua e là fin troppo intensa e che però lascia il segno con almeno due battute: “Gli uomini di questi tempi possono fare quello che vogliono, io faccio quello che posso”. La sua Penelope è l’unica capace di reggere il confronto con Odisseo per intelligenza. Non è la moglie sottomessa che aspetta con le mani in grembo: è lei che con l’espediente della tela tiene a bada i Proci per anni e mantiene in vita un regno che altrimenti sarebbe già caduto, fino al punto di sfogare la sua frustrazione di essere una donna in un mondo di uomini con il figlio più o meno così: “Sono vent’anni che con la mia esperienza tengo in piedi tutto, e il trono è tuo solo perché hai la peluria sul viso”. Sì, sono le donne a guidare il viaggio di Odisseo, ma era così già in Omero (non ditelo a Lupita Nyong’o). Solo che nel nostro immaginario collettivo il volto di Penelope resta quello fiero e mediterraneissimo di Irene Papas nell’Odissea Rai di Franco Rossi (1968), con Ungaretti che declamava i versi in apertura di ogni puntata, Bekim Fehmiu e Barbara Bach. Molto marino, con tante cicale e pochi effetti speciali. E quei pochi, per dire, firmati Mario Bava.

Anne Hathaway (Penelope) e Tom Holland (Telemaco) in ‘Odissea’. Foto: Universal Studios

È un sea-movie, è un dramma umano e familiare, un romanzo di formazione e insieme di riparazione di sé, è un thriller politico, è un horror, è cinema epico per definizione, (forse) un nuovo benchmark, è tantissime cose l’Odissea di Nolan, tenute insieme benissimo (il montaggio di Jennifer Lame!). Se Oppenheimer era un film di sceneggiatura, questo è un film d’azione, è spettacolo senza mettere da parte l’umanità. Ma sempre con una certa coolness, che negli occhi di ghiaccio di Cillian Murphy e nel biopic del padre dell’atomica si specchiava meravigliosamente. Qui invece lascia il cuore un po’ al largo.