‘Her Private Hell’: la recensione del film di Nicolas Winding Refn a Canne | Rolling Stone Italia
sangue e neon

Nicolas Winding Refn è tornato a Cannes, ma non è andata molto bene

A dieci anni da ‘The Neon Demon’, il regista danese porta sulla Croisette ‘Her Private Hell’. Un film eccessivo, ambizioso, ma in fondo privo di qualsiasi novità. La recensione

Nicolas Winding Refn è tornato a Cannes, ma non è andata molto bene

Sophie Thatcher in ‘Her Private Hell’ di Nicolas Winding Refn

Foto: Neon

A volte ritornano, ma non sempre come si spera. Nicolas Winding Refn, tra i cineasti più divisivi e originali del nostro tempo, è stato riaccolto al Festival di Cannes, dove ha presentato fuori concorso il suo nuovo film: Her Private Hell. Esattamente dieci anni fa era sempre qui, sulla Croisette, con quel The Neon Demon che ne confermò la visione radicale e personale, e che ne aumentò estimatori e critici in maniera esponenziale. Fu anche la sua ultima volta sul grande schermo, fino a quest’ultimo lavoro, palesemente una rivendicazione di stile e di intenti, quelli che l’hanno sempre reso divisivo. Refn ci guida in una sorta di futuro a metà tra cyberpunk, hard-boiled e action orientale, dove conferma il suo credere in un cinema fatto di eccessi, di colori saturi, violenza, ironia pungente e dialoghi criptici.

Her Private Hell è ambientato in una Tokyo perennemente avvolta dalla nebbia e illuminata dalle immancabili luci al neon, con un’estetica simile sia a Blade Runner che agli horror più importanti di Argento e Bava. La storia segue una doppia linea. La prima riguarda Elle (Sophie Thatcher), un’attrice tormentata e instabile, figlia del corrotto e oscuro Johnny Thunders (Dougray Scott) e con un rapporto ambiguo e complicato con la matrigna, Dominique (Havana Rose Liu). Sta girando un film che pare un incrocio tra Flash Gordon e Barbarella, ha fatto amicizia con l’ingenua e un po’ civettuola collega Hunter (Kristine Froseth), che si è anche trasferita nella sua casa. Lì dentro però l’atmosfera è tesa, grottesca, anche a causa di un serial killer, denominato Leather Man, che sta uccidendo in modo orribile molte donne. Intanto, il soldato Kay (Charles Melton) si aggira per quei vicoli, in cerca della figlia che gli è stata sottratta e di cui non ha più saputo nulla, scontrandosi contro la Yakuza.

HER PRIVATE HELL - Official Teaser - In Theaters July 24

Her Private Hell è stato accolto con grande perplessità dalla critica a Cannes. Per carità, è normale con Refn, regista che non ha mai avuto mezze misure e non si è mai troppo curato di essere conciliante. Dopo The Neon Demon si era dato a spot pubblicitari, corti, aveva diretto un episodio di Circus Maximus e ci aveva offerto due serie tv: Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy. La prima fu un disastro, la seconda invece una delle più interessanti degli ultimi anni, presentata con successo alla Mostra di Venezia. Pareva voler aspettare l’occasione o la storia giusta, e in effetti sulla carta questo Her Private Hell ha davvero tutto quello che di Refn il pubblico ha sempre amato: l’eroe solo contro il mondo, la violenza che si impone su un universo patinato abitato da corpi femminili perfetti e sensuali, assediati dall’orrore e dalla paura. Peccato però che il film ci confermi che assieme al talento, Refn ha sempre avuto un eccesso di manierismo e una mancanza di equilibrio costanti.

Questo non è un film così poco dialogato come altri suoi precedenti, il problema è che i dialoghi sono non solo inutili o malfatti, ma anche mal recitati. Refn si aggrappa alle solite luci, all’eleganza, al sesso, al neon, a una città resa palco per marionette che lui manovra a proprio piacimento. La fotografia di Magnus Nordenhof Jønck crea un gigantesco labirinto in cui Refn si diverte a perdersi e a farci perdere. Il problema però è nell’incertezza del tono, nell’eccesso con cui Refn cerca di enfatizzare momenti in fondo molto superficiali, privi di un qualsivoglia senso o pathos. Passa dall’analizzare il tema della paternità a quello della sessualità repressa, per poi decidere di virare verso lo slasher e l’action alla John Wick. Ma ne esce una narrazione contorta che non convince mai. Apprezzabile l’omaggio ai nostri maestri con le musiche di Pino Donaggio, ma è un altro espediente che non salva il film dal sembrare un’opera strozzata, priva di un’evoluzione coerente.

Vada per i personaggi stilizzati e poco approfonditi, in fondo non è mai stata una cosa a cui tenesse, ma certo fa riflettere che Refn, da imprevedibile e per certi versi follemente audace, ora sia diventato schiavo di una forma priva di un sottotesto realmente sviluppato, che sia ancora più radicalmente convinto che lo stile può supplire sempre e comunque a una narrazione meramente abbozzata. Tra tutte le sue opere, questa è la più prevedibile, la più sgraziata anche a livello di scenografie e costumi, la più artificiosa, qualcosa che da parte del principe del cinema estetico per eccellenza francamente non ci saremmo mai aspettati. Speriamo di non dover aspettare altri dieci anni per dargli un’altra chance.