La scossa di (quasi) fine Mostra era attesa ed è arrivata. Ma senza clamore. NAZA (24 minuti di applausi ieri sera in Sala Grande, un record) è l’ultimo film del concorso annunciato. L’hanno diretto gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, che nel 2025 con No Other Land hanno vinto l’Oscar (insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal) per il miglior documentario. Dico senza clamore perché quello vuole essere quest’altro film: un lavoro che documenta quanto la guerra di Israele contro la Palestina sia un fatto, oggi, del tutto normale, se si permette l’impropria parola. Anche – ed è il dato più atroce – per noi che guardiamo.
«Molte rivelazioni sono già state pubblicate, sono risapute, le hanno diffuse tanti giornalisti presenti a Gaza», ha detto Szor in conferenza stampa. «Ma crediamo che sia importante metterle in un film, perché è diverso sentire le persone che hanno progettato quei sistemi e far vedere la città di Tel Aviv dove quegli ufficiali vivono». Aggiunge Abraham: «Ascoltare le testimonianze di chi ha progettato e messo in atto questi sistemi rende più difficile negarli: l’uccisione di civili a Gaza continua, anche questa settimana, proprio mentre c’è la Mostra del Cinema è stata uccisa una bambina di sette anni. Quello che mostra il film va avanti, perciò abbiamo sentito la necessità di renderlo sempre più difficile da negare».
Se No Other Land era un film-reportage realizzato sul campo, NAZA ne è quasi il negativo, fotograficamente parlando. Un notturno israeliano – siamo a Tel Aviv a partire dal 2023, «ci sono voluti tre anni per realizzarlo», dice Yuval Abraham – in cui proprio Abraham, su una terrazza sopra la quale ogni tanto passa un caccia o un drone, incontra ventiquattro ufficiali dell’esercito israeliano (rimasti ovviamente anonimi) che raccontano come è cominciata la guerra a Gaza dopo i tragici attentati del 7 ottobre del 2023.
La parola “NAZA” riecheggia simbolicamente altre storie, altra Storia, ma nel gergo dell’esercito israeliano sono “solo” (molte virgolette) le casualties of war, i danni collaterali, i civili rimasti sul campo, quasi sempre consapevolmente. E la guerra – qui sta il punto del film – è stata progettata, fin dall’inizio, come un «videogame» (parola utilizzata da uno dei soldati intervistati), un sistema operato da algoritmi e intelligenza artificiale, che, se non annulla, quantomeno riparametra le responsabilità di ciascuno – o almeno di molti fra quelli che parlano.
Gli ufficiali interpellati non sono pentiti, non tutti almeno, ed è l’altro punto di forza del film. Sono parte (certo colpevole) di un meccanismo che richiede l’autoconservazione: se lo domanda il sistema (parafraso quello che dicono in molti), allora lo faccio. Perché lo devo fare. «Siamo considerati l’élite, ragazzi di sinistra, colti, che hanno il posto che molti sognano», si sente dire. Ovvero un lavoro d’ufficio in un palazzo di Tel Aviv per intercettare chiamate, decidere quali palazzi colpire, uccidere civili in coda per un pezzo di pane – e «dopo il bombardamento, siamo usciti sul balcone, io e un mio collega, a fumarci una sigaretta».
Prodotto tra gli altri dal Guardian e Jonathan Glazer (Oscar per La zona d’interesse), NAZA è un film pulito, asciutto, che non urla: come dice la co-regista, abbiamo già visto tutto, sappiamo già tutto. Ma non avevamo mai ascoltato le parole dirette, altrettanto asciutte, come se appunto fossero normali. È anche un film che ragiona col cinema – la sua missione ancora etica, oltre che estetica – e che di tracce di cinema è pieno: gli ufficiali che dicono che durante l’addestramento gli fanno vedere Eye in the Sky (da noi ancora più inquietantemente tradotto Il diritto di uccidere) con Helen Mirren e Aaron Paul; la retrospettiva dedicata a Claude Lanzmann nei giorni della memoria della Shoah («ma se oggi i nazisti fossimo noi che facciamo tutto questo e poi torniamo a casa con la nostra laurea in Psicologia clinica?», dice uno dei soldati); il programma di intercettazione e ascolto delle chiamate che puntano a stanare i membri di Hamas (colpendo spesso chi non c’entra nulla) ribattezzato Homeland.
NAZA è la stessa cosa e però il contrario della Voce di Hind Rajab, la scossa veneziana dell’altr’anno, tornato dal Lido con il Leone d’argento. Un film che non vuole drammatizzare ma se mai togliere, lasciando solo la testimonianza di chi ha visto, di chi ha fatto. Con tutto il mondo fuori che guarda. Mentre i soldati parlano con il regista, vediamo la vita notturna di Tel Aviv continuare. Spiamo dentro le finestre gente che si prepara per uscire, che fa yoga, che leva le briciole da tavola dopo cena, che stira una camicia, che guarda incessantemente il telegiornale. La vita continua, e continua anche la nostra usciti dalla sala, quando l’unico pensiero, di fronte a questa ormai tragica normalità che facciamo finta non ci riguardi, sarà: a pranzo spaghetti alle vongole o baccalà mantecato?
















