‘Minotaur’, la Russia di oggi wasn’t built in a day | Rolling Stone Italia
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‘Minotaur’, la Russia di oggi wasn’t built in a day

Il sontuoso film di Andrey Zvyagintsev, Grand Prix a Cannes e rappresentante della Francia agli Oscar, è un ritratto di un tradimento privato (ispirato a Chabrol) che racconta il pubblico. Compresa una guerra ancora in corso

‘Minotaur’, la Russia di oggi wasn’t built in a day

‘Minotaur – Nel labirinto del potere’ di Andrey Zvyagintsev

Foto: Bim Distribuzione

Citando il sempre citabilissimo Tolstoj, «per noi posteri, che non siamo storici e del pari non siamo condizionati dal gusto della ricerca e perciò contempliamo l’avvenimento con serenità di giudizio, le sue cause [della guerra] ci si prospettano diverse e copiose. Quanto più ci inoltriamo nella ricerca delle cause, tante più ne scopriamo. E ogni causa considerata separatamente, o anche un’intera serie di cause ci appaiono giuste di per sé stesse e del pari false per la loro inconsistenza, se raffrontate all’immensità dell’avvenimento: false per la loro inadeguatezza (senza l’intervento di tutte le altre cause coincidenti) a produrre l’evento che allora si compì». Può un adulterio immaginario essere (con)causa di una guerra vera (e ancora in corso)? Andrey Zvyagintsev ci dice di sì, e avvalora la tesi delle righe precedenti.

Il sontuoso Minotaur – Nel labirinto del potere (Grand Prix della giuria all’ultimo Festival di Cannes, nelle sale italiane dal 29 ottobre) è tante cose insieme. È il remake (molto libero) di Stéphane, una moglie infedele di Claude Chabrol (era il 1969). È una masterclass in regia. È il racconto forse definitivo del putinismo (almeno al pari del Mago del Cremlino: ma il romanzo di da Empoli, non l’adattamento un po’ inerte di Assayas). È un film classico e un film d’attualità. È una riflessione potentissima, e involontariamente (?) tolstojana, sulle cause che hanno portato la Russia (di ieri) ad essere la Russia (di oggi), quella che invade i Paesi vicini, che si isola dall’Occidente, che nel nuovo consumismo consuma prima di tutto sé stessa e la sua morale.

Come nei suoi capolavori precedenti (Il ritorno, Leviathan, Loveless), a Zvyagintsev in fondo non importa granché della storia al centro del film, al punto che però gli importa moltissimo. Il modo in cui mette in scena il matrimonio tra Gleb (eccezionale l’ordinary man Dmitrij Mazurov), amministratore di un’azienda di spedizioni fuori Mosca, e Galina (Iris Lebedeva), casalinga disperatissima, e il tradimento di lei con un fotografo giovane e biondo, è così rigoroso che tradisce il suo vero fine: lo illustra così precisamente per dirci, in realtà, tutt’altro.

Variety scrive che Chabrol è forse l’unico autore in grado di generare due remake completamente diversi di uno stesso film: prima L’amore infedele – Unfaithful (2002), divertentissimo mélo erotico-patinato firmato dallo specialista Adrian Lyne e starring Diane Lane e Richard Gere; ora questo Minotaur, che è, appunto, un’altra cosa. È un ritratto di una cultura che, dalle piccole cose (e case), ha portato all’adesione sistemica a un modello di potere (maschile) che travolge tutto, il privato e il pubblico, la famiglia e la società, il lavoro e la guerra.

Il campo per Zvyagintsev inevitabilmente si allarga: ci sono gli operai chiamati sul fronte ucraino da (corrottissimi) governi locali, metonimia di quello centrale; ci sono i carri armati per strada e i manifesti dei caduti sostituiti come se fossero pubblicità di auto di lusso; ci sono i sotterfugi per nascondere gli scheletri personali che riverberano in ciò che è (dovrebbe essere) collettivo; ci sono tantissime fotografie, forse intese a fissare un momento che non esiste più, che viene spazzato via in continuazione.

Ma Zvyagintsev, dicevo, è anche un maestro di regia, e fa del suo film un thriller di piccoli dettagli da godere anche solamente in quanto tale. A un certo punto c’è un omicidio (non vi dico chi muore, se avete visto l’originale o il primo remake lo sapete), e la scena in cui l’assassino ripulisce la scena del delitto è una lezione di cinema. C’è una precisione analitica, estenuante, eccitante, quasi hitchcockiana, che però parla direttamente col labirinto (simbolico, reale) in cui tutta questa storia a poco a poco precipita.

Per Zvyagintsev non c’è più giurisdizione nel suo Paese natale, e dunque questa storia russissima (ma girata in Lettonia) è stata prodotta con capitali principalmente francesi, e per la Francia correrà per gli Oscar, categoria miglior film internazionale (esattamente come Un semplice incidente dell’iraniano Jafar Panahi un anno fa). La concorrenza quest’anno è particolarmente spietata (Fjord, La bola negra), meriterebbero tutti una statuetta per come mettono il pubblico nel privato, e viceversa. Ci vorrebbe un grande premio collettivo, intanto l’importante è vederli, uno dopo l’altro, al cinema.