Marty Mauser è inarrestabile. Non lo fermerà nessuno. Questo ragazzo con gli occhiali spessi come fondi di bottiglia, il viso butterato e il fisico minuto potrebbe essere una delle otto milioni di storie che popolano la città conosciuta come Manhattan nel 1952. Ma Mauser rifiuta di essere solo un altro sfigato che lavora in un negozio di scarpe. Ha un piano. Il suo obiettivo è diventare il più grande giocatore di ping pong che il mondo abbia mai visto. È disposto a mendicare, chiedere in prestito o rubare (soprattutto quest’ultima cosa) pur di arrivare a Londra per i campionati mondiali di questo sport; ha la sicurezza necessaria per farsi strada nel torneo una volta arrivato lì e il talento per andare fino in fondo. Mauser ha una possibilità concreta di vincere il titolo. È il più grande fan di sé stesso. Se solo quell’eterno sfigato non fosse anche il suo peggior nemico…
Immaginate Rocky sostituendo però il pugilato con il ping pong, Alexander Portnoy con Stallone e un egocentrico stronzo con un adorabile perdente. Otterreste qualcosa di simile a Marty Supreme (nelle sale italiane dal 22 gennaio, ndt), il maniacale character study di Josh Safdie che funge anche da storia di successo americana sui generis. Mauser può essere vagamente – e sottolineiamo vagamente – ispirato al cinque volte campione del mondo Marty Reisman, ma ha molto più in comune con la solita galleria di truffatori, furfanti, criminali e idioti del regista. Sia da solo (vedi il suo debutto nel 2008 con The Pleasure of Being Robbed) che in coppia con suo fratello Benny (Daddy Longlegs, Good Time, Diamanti grezzi), Safdie è specializzato nel mettere sotto i riflettori personaggi tristi e sfortunati mantenendo uno stile crudo, grezzo e frenetico. Il personaggio che ha ideato insieme al co-sceneggiatore, co-montatore e collaboratore di lunga data Ronald Bronstein è forse il perdente più “accessibile” e carismatico che abbia mai creato. Mauser riconosce di essere straordinario; sta solo aspettando che anche tutti gli altri se ne accorgano.
Naturalmente, aiuta il fatto che Safdie abbia al suo fianco molti talenti eccezionali: il direttore della fotografia Darius Khondji (Seven), lo scenografo Jack Fisk (I giorni del cielo, Il petroliere), la costumista Miyako Bellizzi, il compositore Daniel “Oneohtrix Point Never” Lopatin. Sono tutti leggende nel loro campo. La colonna sonora è una playlist che comprende brani appropriati al periodo, New Wave anni Ottanta e post-punk (Les Paul e Mary Ford, vi presento i Tears for Fears!). Come al solito, lo sceneggiatore-regista mescola non professionisti che sembrano usciti direttamente da un portfolio di Weegee con un cast di supporto che si direbbe assemblato tramite Mad Libs (un popolare gioco di parole, ndt). Sul serio, nominate un altro ensemble che vanta Fran Drescher, Tyler, the Creator, Penn Jillette, il regista cult Abel Ferrara, il membro della Hall of Fame dell’NBA George Gervin e Kevin O’Leary di Shark Tank.
C’è però una persona che incarna davvero l’ossessione di Safdie per il grindset e che spicca nettamente sugli altri. Timothée Chalamet ha interpretato rubacuori e sociopatici, cioccolatieri e cannibali, figure messianiche e ragazzi prodigio dal cuore spezzato. Non penseresti che un idiota chiacchierone che è in realtà il Michael Jordan del ping pong sarebbe un ruolo su misura per la giovane star, eppure il ruolo gli calza a pennello come una tuta a schiena nuda customizzata. Non è difficile credere che il suo Mauser possa convincere un collega venditore di scarpe ad aprire la cassaforte del negozio più facilmente con le sue chiacchiere che con la pistola che ha in mano; la parlantina di Marty è ancora più aggressiva del suo servizio. Il ragazzo è un aspirante atleta professionista, ma anche un truffatore professionista che ridà fiducia nel termine “truffatore”.
Naturalmente questo tipo insignificante con i baffetti da topo riuscirà a farsi strada sia al Ritz che nella lingerie di una star del cinema ormai sul viale del tramonto (Gwyneth Paltrow, che ci ricorda quanto fosse brava prima che Goop diventasse il suo lavoro a tempo pieno), la seduzione definitiva grazie alla sua sfrontatezza. Ovviamente conquisterà i giornalisti con citazioni provocatorie: “Farò a Klutsky quello che Auschwitz non è riuscito a fare!”, esclama riferendosi a un rivale ungherese; ma va bene così, dice Mauser, perché anche lui è ebreo dunque “il peggior incubo di Hitler” – e farà incazzare i potenti. Ovviamente rifiuterà di inchinarsi davanti al magnate delle penne stilografiche (O’Leary), alias il marito dell’attrice, per poi umiliarsi davanti al tycoon al fine di raggiungere i propri obiettivi. Ovviamente metterà incinta la sua vicina sposata (Odessa A’zion di I Love LA), per poi coinvolgerla nei suoi piani. Ovviamente trufferà i bifolchi di Long Island con l’aiuto di un altro asso del ping pong (Tyler) e trasformerà un disastro alberghiero che coinvolge un gangster (Ferrara) e un cane scomparso in un piano di estorsione. Conoscete la favola dello scorpione e della rana? Marty è quello con il pungiglione. Tutti gli altri stanno semplicemente aspettando di essere punti.
Una scena di ‘Marty Supreme’. Foto: A24
Chalamet non si limita a sfruttare le qualità non proprio eccellenti di Marty, ma le trasforma in punti di forza, presentandole come parte del DNA che permetterà a Mauser di mettere in scena qualcosa di simile a una rivincita. Si percepisce che parte del bagaglio reputazionale della star di A Complete Unknown viene qui sfruttato a proprio vantaggio: non solo la sicurezza intrinseca che a volte viene scambiata per arroganza, ma anche l’impegno, il bisogno costante di mettersi alla prova, l’atteggiamento schietto che porta l’artista precedentemente noto come Lil’ Timmy Tim a desiderare pubblicamente di diventare “uno dei grandi”. L’ironia è che questo ruolo, traboccante di un desiderio altrettanto palese, lo avvicina molto di più a dimostrare perché potrebbe realizzare quel desiderio. È il tipo di interpretazione che ricorda quella dei primi Al Pacino o Dustin Hoffman, tutta spasmi e vibrazioni, che sembra in costante movimento anche quando è fermo. E si fonde così bene con ciò che noi spettatori pensiamo di sapere su Chalamet che sfuma i confini tra finzione e realtà nel miglior modo possibile.
In altre parole, Marty Supreme è una testimonianza degli uomini che vorrebbero essere re, sia quelli immaginari che quelli reali. Il vero sovrano qui, tuttavia, è quello che prende effettivamente le decisioni. Josh Safdie probabilmente ammetterebbe di identificarsi con Mauser fin troppo bene; di solito i grandi riconoscono i propri simili. Dire che Marty Supreme è autobiografico sarebbe esagerato, ma il modo in cui il regista presta il suo stile cinematografico altamente nervoso a questa narrazione altamente energetica è estremamente empatico. Bisogna essere un imbroglione per realizzare un film come questo nell’era dell’intelligenza artificiale e della proprietà intellettuale, anche quelli con vere star del cinema. È nel DNA di Safdie tanto quanto in quello di Marty. Entrambi finiscono per essere campioni a modo loro, e siamo noi quelli che alla fine vincono.
