Una donna in pericolo, una baita nel bosco, una forza malvagia in agguato nell’ombra: questi sono gli elementi fondamentali dell’horror moderno, i mattoni più riconoscibili di un sottogenere che si basa su fughe nel fine settimana che si trasformano in massacri. Keeper – L’eletta di Osgood Perkins (nelle sale dal 12 marzo) vuole aggiungere qualche novità a questo vecchio cavallo di battaglia. Che ne dite di: una torta? Un cugino idiota? Immagini casuali a tema acquatico? Un montaggio di varie donne di tutte le epoche, che diventano sempre più irritate fino a quando le immagini dei loro volti urlanti e sporchi di sangue sfrecciano in un lampo? Una persona con un sacchetto di plastica sulla testa, che fa il gesto a forma di cuore con le dita? Alcuni ragazzi con i moschetti nella vecchia America? Abbiamo già detto che c’è anche una torta?
Perkins ha iniziato la sua carriera di regista con una solida conoscenza di ciò che fa rabbrividire la psiche e un senso del gusto da fan esperto: sia The Blackcoat’s Daughter (2015) che Sono la bella creatura che vive in questa casa (2016) giocano con elementi gotici e presenze spettrali in un modo che sembra familiare ma allo stesso tempo fresco. Ora è diventato il maestro del macabro di Neon, realizzando tre film in meno di due anni (e un altro in arrivo). Il suo thriller sui serial killer Longlegs è il film più redditizio della società fino ad oggi, mentre The Monkey trasforma un racconto breve di Stephen King in una sorta di farsa splatter. Perkins non realizza tanto film horror quanto mixtape horror alternativi e commerciabili, usando molte convenzioni e lasciando che si scontrino tra loro. I risultati sono pieni di elementi decisamente riconoscibli. Quanto al fatto che siano “originali”, be’…
Keeper porta avanti questa tradizione, applicando la consueta atmosfera criptica e inquietante da incubo del regista a una premessa semplice e aggiungendo una serie di elementi disparati, insieme a una buona dose di confusione. O forse si tratta di “ambiguità”: sta a voi decidere, lettori. Liz (Tatiana Maslany) e Malcolm (Rossif Sutherland) stanno insieme da un anno. Lui ha organizzato un viaggio nella casa di campagna della sua famiglia, situata proprio accanto a un fiume che scorre in una foresta. A prima vista il loro rapporto sembra solido, anche se la migliore amica di Liz continua a tormentarla con domande sulla loro relazione. Hanno mai parlato di figli? Lui le nasconde qualcosa? Cosa significa il cardigan beige che le ha comprato come regalo? Chi compra vestiti beige per qualcuno?!
Non appena la coppia arriva in questa pittoresca baita nel bosco, inizi a sentire un certo disagio. Malcolm si comporta in modo strano fin dall’inizio. C’è una misteriosa torta in una scatola macchiata, che lui sostiene essere un regalo del custode del posto. Inoltre, sembra aver volutamente dimenticato di menzionare che il suo cugino stronzo (Burkett Turton) vive nella dépendance proprio di fronte. Quando il suddetto stronzo si presenta inaspettatamente a tarda notte, con una modella dell’Europa dell’Est (Eden Weiss) al seguito, l’uomo porta Malcolm da parte per una conversazione privata e poi se ne va. Ma non prima che la sua accompagnatrice abbia detto di sfuggita che la torta “ha un sapore di merda”. Hmmm…
Dopo che se ne sono andati, Malcolm inizia a spingere Liz a mangiare un po’ di torta. Liz non la vuole. Mangiane solo un boccone, insiste lui. È al cioccolato, e a Liz non piace il cioccolato. Ma è una torta buona, si lamenta Malcolm. (Dobbiamo notare che questo fidanzato è un piagnucolone di prima categoria, oltre che un nervoso love bomber con un ego facilmente feribile e che sembra anche sedere su un serbatoio di rabbia inespressa; complimenti a Sutherland per aver interpretato bene i diversi livelli del personaggio). No, grazie, la torta non mi va, dice Liz. Per favore, mangiala, risponde Malcolm, avvicinando una forchetta piena di quel dolce bagnaticcio alle labbra di Liz. Alla fine, Liz assaggia un boccone di torta. Vuole davvero essere una buona compagna. Ascoltando attentamente, si potrebbe giurare di sentire Malcolm sospirare di sollievo.
Fin qui è tutto perfettamente normale e tranquillo, giusto? Non c’è nulla di cui preoccuparsi. Lo stesso vale per il fatto che nessuna delle porte della casa si chiude a chiave, tranne quella del bagno. O che un cuore appare misteriosamente disegnato nel vapore dietro la testa di Liz quando fa il bagno, e lì con lei non c’è nessun altro. O che il giorno dopo Malcolm, che è un medico, debba improvvisamente andarsene perché un paziente è, ehm, in coma e, insomma, deve proprio andare! Il che significa che Liz rimane sola in una casa in cui le ombre sembrano muoversi di tanto in tanto sulle pareti di loro spontanea volontà. Capite dove voglio arrivare.
O forse no? Qualcuno, compresi i creatori di questa combinazione decisamente suggestiva di inquietudine soprannaturale, detriti folk-horror vari, scherzetti da film slasher, vaghi tentativi di politica di genere e palese cakesploitation, ci ha capito qualcosa? Perkins è specializzato nel creare un senso generale di terrore e nell’inventare immagini allucinatorie che funzionano meglio come generatori di paura fini a sé stessi che come pezzi di un puzzle progettati per completare un quadro più ampio. Si passa gran parte di Keeper a formulare teorie su ciò che sta accadendo, setacciando attentamente gli indizi nella speranza di trovare possibili risposte. Una volta che tutto viene rivelato, però, si vorrebbe tornare all’ignoranza dell’inizio, che ora sembra uno stato di beatitudine.
Dire che Tatiana Maslany è la salvezza di questo film è ovvio, dato che ha salvato diversi progetti dal disastro totale. Questo è il tipo di ruolo che non sempre permette sottigliezze o sfumature, e l’attrice canadese sa esattamente come interpretare una persona che cerca di placare potenziali predatori senza cedere, o lasciare che il pubblico veda il suo terrore mentre lo nasconde davanti a chi la terrorizza. È davvero una risorsa preziosa. Il film in sé? Il verdetto è ancora in sospeso.










