Lunga vita a Spider-Man, l’unico supereroe che ci ha sempre rappresentati | Rolling Stone Italia
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Lunga vita a Spider-Man, l’unico supereroe che ci ha sempre rappresentati

'Brand New Day' è il film della maturità, della profondità, quello che ci ricorda perché Spidey è sempre stato diverso da ogni altro personaggio Marvel, con il suo parlarci di problemi che tutti dobbiamo combattere

Lunga vita a Spider-Man, l’unico supereroe che ci ha sempre rappresentati

Tom Holland in 'Spider-Man: Brand New Day'

Foto: Sony Pictures

Spider-Man: Brand New Day, il quarto capitolo della nuova saga dedicata al supereroe di quartiere, arriva come uno dei grandissimi protagonisti di questa stagione cinematografica. Lo fa mettendo sul piatto uno sviluppo totalmente nuovo, rivoluzionario dal punto di vista delle tematiche, dell’evoluzione di un personaggio che, da quando era stato oggetto di un reboot totale nel 2017, aveva subito dei profondi cambiamenti, non tutti graditi onestamente. Peter Parker, dagli inizi su carta nel 1962 fino al dominio del grande e piccolo schermo, ha potuto rivendicare lo status di personaggio più profondo, più articolato e di maggior complessità umana nella Marvel. Quando Sam Raimi, nel 2002, lo rese l’apripista del cinecomic moderno, Spider-Man diventò il simbolo stesso delle varie problematiche e difficoltà che le diverse generazioni hanno dovuto affrontare nel mondo reale.

SPIDER-MAN: BRAND NEW DAY – New Trailer (4K)

Succede anche in questo episodio (qui l’intervista al regista Destin Daniel Cretton), dove dopo gli eventi intercorsi in Spider-Man: No Way Home, Peter Parker è completamente solo. Ha dovuto cancellarsi dalla memoria di tutti, anche di MJ (Zendaya) e Ned (Jacob Batalon), aveva già perso Zia May, prima ancora il suo mentore Tony Stark. Ora è solo, veramente solo, un po’ come il Punitore (Jon Bernthal) che, come lui, cerca di dare una ripulita alla Grande Mela infestata di criminali, a modo suo ovviamente. Quando una misteriosa nemesi, dotata di poteri telepatici, comincia a seminare il caos in città, anche i suoi amici finiscono nel mirino. Con MJ e Ned non ci ha più parlato, li segue solo sui social, sono come fantasmi di una vita passata, non sa che fare. Come se non bastasse, anche il suo corpo comincia a cambiare, violentemente, senza che lui riesca a fare nulla a riguardo.

Tom Holland (Spider-Man) e il Punitore (Jon Bernthal) in ‘Spider-Man: Brand New Day’. Foto: Jay Maidment/Sony Pictures

Spider-Man: Brand New Day si pone quindi come un capitolo di svolta radicale, dove isolamento, emarginazione, sacrificio e dubbio tornano a dominare. Proprio questo insieme di temi era forse mancato in passato, fin da quando Tom Holland era stato scelto e si era immediatamente differenziato da Tobey Maguire e Andrew Garfield. Stan Lee aveva coniato l’espressione “supereroi con super problemi”, l’aveva applicata a Spider-Man, ai Fantastici 4 e agli X-Men. Nessuno come Spidey vi è stato tanto connesso, a dispetto della sua natura di personaggio legato soprattutto al concetto di coming of age, di racconto giovanile. Il nuovo corso, coinciso con la saga degli Avengers, lo vedeva privo di difficoltà economiche, scevro da bullismo, emarginazione, da quella terribile infelicità sempre in agguato nelle prime due saghe. Sam Raimi nei primi tre film ci aveva mostrato un ragazzo disagiato, inseguito dal dramma, dall’infelicità, dal sacrificio in senso quasi biblico.

Era assediato da datori di lavoro iniqui, una fidanzata a dir poco complicata, un miglior amico diventato poi nemico e da profondi sensi di colpa. Nei due Amazing Spider-Man, Andrew Garfield ci donò un Peter Parker meno eroico, connesso all’elaborazione della perdita, al senso di colpa, in una perenne gara contro il tempo e contro la morte. Il mondo gli infliggeva ferite devastanti, la testa gli diceva che non aveva fatto abbastanza, non era abbastanza. Fu uno Spider-Man non così apprezzato come meritava, Andrew Garfield lo rese sarcastico, evitante, malinconico. Entrambi erano connessi alla Generazione Millennial, quella che ha dovuto sorbirsi l’11 settembre, la crisi economica del 2008, il terrorismo, il decadimento delle garanzie economiche, della vita sociale e della promessa di realizzazione esistenziale. Lottavano contro nemici che rappresentavano gli errori del sistema, delle generazioni passate.

Zendaya e Tom Holland sul set di ‘Spider-Man: Brand New Day’. Foto: Jay Maidment/Sony Pictures

Tom Holland? Questo quarto capitolo va in perfetta antitesi rispetto ai precedenti, in cui era stato il suo rapporto con Tony Stark a dominare. Fu qualcosa di strano, ma perfettamente connesso alla Generazione Z, quella della vita digitale, veloce, quella a cui è stata data in pasto una nuova versione dell’eccezionalismo americano individualista. Era di fatto uno stagista nell’impresa Avengers, tutto impegnato a compiacere il CEO-Guru Tony Stark, di fatto una versione eroica di Elon Musk (ve lo ricordate il cameo?), quando ancora era considerato un Leonardo Da Vinci 2.0 o simili. Poi la disillusione, in una società tecnocratica, feudale, classista, con il ritorno della ghettizzazione e del rifiuto del diverso. Spider-Man: Brand New Day lo rende immagine dell’uomo in crisi del nostro tempo, quello che ha solo il lavoro, non ha vita sociale, affettiva, vive di sogni spezzati, del passato dorato dei vent’anni che stanno svanendo.

Tom Holland in ‘Spider-Man: Brand New Day’. Foto: Sony Pictures

Basta e avanza per rendere l’iter di questo Spider-Man di Tom Holland non meno profondo o meno intrigante dei precedenti. Il tutto senza scordarci del magnifico Miles Morales, dell’incredibile saga animata, con la decostruzione appunto dell’eccezionalismo. Tutti possono essere Spider-Man, ce ne sono di infiniti, non esiste il destino precostituito, sta alle nostre scelte capire chi possiamo o vogliamo essere. Miles come antitesi al normie Peter Parker? Anche, perché no? Ma entrambi hanno saputo parlarci del cambiamento, pure traumatico, violento, che la vita porta con sé, della necessità di reagire. Anche la Generazione Z ormai si sta confrontando con promesse non mantenute, ma anche con la vita digitale che schiaccia quella reale, con la perdita di quel controllo che gli era stata data per certa.

L’imprevisto, ci ha sempre detto Spider-Man, è inevitabile come il tempo che passa, i parenti o amici o fidanzate che se ne vanno, i sogni di gioventù che devono fare i conti con la realtà. Ecco perché Spidey è il supereroe più amato di sempre, per la sua vulnerabilità, il suo doversi confrontare non tanto con super cattivi, ma soprattutto con la vita, quella di tutti i giorni. Peter Parker è sempre stato in fondo semplicemente il ragazzo della porta accanto, lo specchio dentro cui guardare la nostra esistenza, da quando speravi di diventare grande in fretta, a quando ti sei reso conto che non sapevi davvero di cosa stavi parlando.