Lee Chang-dong e Kore-eda, questa è la vita (e nessuno la filma così) | Rolling Stone Italia
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Lee Chang-dong e Kore-eda, questa è la vita (e nessuno la filma così)

A Venezia 83 'Possible Love' è un galateo della disuguaglianza tra una coppia ricca e una proletaria, 'Look Back' il coming of age di due ragazzine che si giocano l'adolescenza per diventare mangaka. E hanno qualcosa in comune

Lee Chang-dong e Kore-eda, questa è la vita (e nessuno la filma così)

'Possible Love' (dal 6 novembre su Netflix) e 'Look Back' (a novembre in sala)

Foto: Netflix; Lucky Red/BIM

Oltre la metà di Possible Love, la moglie dell’operaio licenziato si guarda intorno nella villa sul mare dei coniugi ricchi ed esclama: «Sembra un posto da romanzo». Il marito la prende in giro, perché chissà quand’è l’ultima volta che Mi-ok ha letto un libro, e lei ribatte impassibile: «Va bene, allora. Sembra un posto da un romanzo che non ho letto». Eccola lì la differenza di classe, in una battuta.

Lee Chang-dong torna a otto anni dal meraviglioso Burning e piazza due coppie ai lati opposti della frattura sociale che dopo Bong Joon-ho poteva pure non avere più niente da dire: ne ricava un galateo della disuguaglianza, silenziosamente crudele, dolente e precisissimo. Mi-ok (favolosa Jeon Do-yeon, che con Lee non lavorava da Secret Sunshine, il film che le valse il premio per la migliore interpretazione femminile a Cannes 2007, prima coreana a vincerne uno) non ha certo il tempo di leggere romanzi, è troppo occupata a lavorare in una piccola cartiera e a tenere in piedi Ho-seok (Sul Kyung-gu, terza volta con Lee dopo Peppermint Candy e Oasis), che ha perso il posto due anni fa in una grande fabbrica metallurgica, dopo uno sciopero represso con la forza. Mi-ok perde l’anello nuziale in un parcheggio perché è dimagrita, e a recuperarlo sotto un’auto è un signore belloccio ed elegante che accende i fari della sua Porsche. È il marito di Ye-ji (Cho Yeo-jeong, variazione sul tema della signora Park di Parasite), documentarista alla sua prima opera, che vuole girare un film sul costo umano dei licenziamenti con camicette fin troppo à la page per il compito e i fondi gentilmente offerti dal consorte.

Possible Love | Trailer ufficiale | Netflix Italia

Due ore e quarantaquattro (sì, è lungo, ma non pesa) di cortesie per gli ospiti, cene, bevute, weekend nella casa al mare, in cui Lee lascia sobbollire malumori e sentimenti a fuoco lentissimo. Ye-ji fa amicizia con Mi-ok e riesce a filmarla on duty, per poi decidere che il lavoro vero è troppo noioso, meglio le storie private. Il marito chiama tutto questo «method acting», lei si offende: «Sto cercando di amare queste persone». C’è la condizione dei lavoratori, c’è il cinema che si mangia chi decide di raccontare, ma è tutto di un naturalismo così tenace, di un’eleganza talmente effortless che non sembra nemmeno scritto, e invece ovviamente è scritto al millimetro (con Oh Jung-mi).

C’è Mi-ok che si siede sul pavimento della cucina per bere insieme a Ho-seok, perché da quando il marito ha cominciato a consolarsi con l’alcool lei ha deciso che non voleva, che non poteva lasciarlo solo. E in giardino c’è il tavolo di marmo con le panche che Ho-seok aveva costruito con le sue mani nei tempi buoni, per le feste con amici che non sono mai venuti. Al mare Mi-ok subisce il fascino sbagliato dell’uomo ricco, e Lee lascia che la tensione sessuale resti un sintomo di classe più che di desiderio. Non a caso Possible Love è dedicato a Decalogo 10 di Kieślowski, il comandamento che vieta di desiderare la roba d’altri: un peccato che si commette tutto con la testa.

Ci vuole tutto il film perché Ho-seok riesca a dire cosa gli hanno fatto il giorno in cui hanno sgomberato il presidio, per pudore, per vergogna, e quando finalmente succede, esce come un urlo. E c’è il flashback di Mi-ok ragazzina, quando la madre, che lavava macchine, le strappò di mano la pompa dell’acqua vedendola imitarla: l’idea che la figlia facesse la sua stessa vita la terrorizzava. È una storia che non dovrebbe riguardarci per niente, e invece ci riguarda da vicinissimo.

Dall’altra parte del Mar del Giappone, in Look Back, Fujino invece sa già cosa vuole diventare da grande: ha nove anni e pubblica le sue strisce sul giornalino della scuola, dove è una piccola star, finché il maestro non comincia a stampare anche i disegni di Kyomoto, una compagna che non esce mai di casa. Quelle della seconda sono le opere di una bambina che ha tutto il tempo del mondo, con sfondi minuziosi e prospettive esatte. A Fujino basta sentire a scuola che in confronto i suoi sembrano nella media per stizzirsi e insieme galvanizzarsi. Compra i manuali, obbliga i compagni a posare e finisce per abbandonare perfino le amiche. Poi si arrende, e due anni dopo l’insegnante la manda a consegnare il diploma alla rivale: in quel corridoio stracolmo di quaderni pieni abbozza una striscia sul campionato mondiale di hikikomori per prenderla in giro, e il foglietto finisce sotto la porta. Poi quella porta si apre: Kyomoto è la sua fan numero uno, la chiama «maestra Fujino» e le chiede addirittura l’autografo sul retro della giacca.

Da qui Hirokazu Kore-eda dipinge un coming of age di grazia luminosissima su due ragazzine che sognano di diventare mangaka e sono disposte a giocarsi pure l’infanzia per riuscirci. C’è la poesia e c’è l’irriverenza della fanciullezza, c’è l’educazione artistica e affettiva di due talenti fuori dal comune, che però capiscono fin da subito che c’è da faticare. Anche Look Back è, a suo modo, un film sul lavoro: le schiene chine sulla scrivania e il rumore della matita sul foglio scandiscono i giorni, i mesi, le stagioni e poi gli anni a Nikaho, nella prefettura di Akita, ventimila abitanti scarsi nel Tōhoku, il paese dove è cresciuto Tatsuki Fujimoto, l’autore del manga (quello di Chainsaw Man, per capirci).

Look Back | Official Teaser Trailer

Si alza un vento (pardon) miyazakiano che permea tutto il film, fino a quel volo insieme liberatorio e malinconico, unico momento in cui il live action si concede all’animazione: a firmarlo è Yōko Kuno, che con il rotoscopio aveva già co-diretto Ghost Cat Anzu. Ci sono i ciliegi in fiore, si mangiano angurie con il sale davanti al ventilatore, arrivano il foliage e la neve, su cui le protagoniste camminano come fosse un foglio bianco da riempire, sempre al ritmo della partitura emotiva di Yuta Bandoh. E poi la neve si scioglie, i petali dei fiori cadono ed entrano dalla finestra, mentre si va al cinema a vedere il Nosferatu di Murnau. Le bambine diventano ragazze e cambiano attrici senza che tu nemmeno te ne accorga (Furi Nanase e Rokka Okada, poi Natsuki Deguchi e Aju Makita).

La sfida in effetti poteva far paura: un manga amatissimo, un anime del 2024 già intoccabile e, di conseguenza, l’idea che nella trasposizione in live action si perdesse molto. E invece resta tutto. Kore-eda raddoppia la durata del mediometraggio di Kiyotaka Oshiyama, che di minuti ne aveva cinquanta scarsi, e, quattro mesi dopo aver presentato a Cannes la favola sci-fi Sheep in the Box, torna a fare la cosa che sa fare meglio di chiunque altro: da Nobody Knows in poi nessuno come lui sa mettere la macchina da presa all’altezza degli occhi di un bambino e restare lì, a vivere di fianco a loro.

Perché quello che succede in Possible Love e Look Back è semplicemente la vita, decisa fino al più minuscolo dettaglio eppure disinvolta in un modo che sublima tutto, überlocal e insieme di un’universalità totale. In Lee, la frustrazione dell’operaio licenziato e l’ottimismo della moglie che prova a resistere, ma anche il menefreghismo e l’autoreferenzialità cortese di Ye-ji e marito. E il sogno feroce, l’ambizione delle ragazzine di provincia di Kore-eda, opposte eppure in qualche modo sorelle. E in tutti e due i film un dolore che non si può spiegare: c’è chi ha una matita per attraversarlo, e chi ha solo la propria voce, quando finalmente esce. Il corridoio dei quaderni di Kyomoto, e il tavolo di marmo di Ho-seok. Il tempo che l’una ci ha messo, e quello che all’altro hanno tolto. Sono i romanzi che non avevamo letto, e che invece parlavano anche di noi.