Frederick Wiseman – incontrato fino all’ultimo (96 anni!) ai festival, sui tappeti rossi, nelle giurie, nei camei dentro i film degli altri – sembrava uno che non avrebbe potuto morire mai perché come fa a morire il mondo. Certo, morirà anche il mondo, ma forse noi non lo vedremo. Il cinema di Wiseman invece l’abbiamo visto, almeno noi feticisti da festival, ed era (è) il mondo che vediamo sotto i nostri occhi tutti i giorni. Anche il mondo noioso, pedissequo, burocratico: questo curioso tipetto di Boston con le orecchie a sventola lo prendeva e, nomen omen, ne faceva cinema.
È stata, la sua, una ricerca andata oltre il cinéma vérité, che resta l’etichetta più facile da appiccicargli addosso. Perché era sempre come se il cinema arrivasse dopo. Lui prendeva un luogo (un ospedale, una biblioteca, un museo, un ufficio amministrativo), ci stava dentro per settimane, azionava le cineprese, e quel che veniva fuori cos’era: la verità? Forse no, ma di certo era cinema.
La protagonista degli Antropologi di Ayşegül Savaş, già citato su queste pagine a proposito di Sentimental Value, è una giovane documentarista che cerca di fare un film sul parco cittadino vicino casa. Intervista le persone che ci passano, mamme col passeggino e runner, anziani che non sanno dove altro passare il tempo e depressi di passaggio. È un omaggio a quell’antropologo, lui sì per davvero, che è stato Wiseman? Chissà. Certo anche lui ha fatto un film che si intitola Central Park, e che funzionava un po’ allo stesso modo.
Citavo Sentimental Value – e la sua casa che è uno studio antropologico – non a caso. Che per tanti registi fosse un riferimento consapevole o meno, senza l’occhio di Wiseman non esisterebbe probabilmente tanto del cinema d’autore che vediamo oggi. La vita è sempre ricerca: chiedetelo ad Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), la sorella di Nora (Renate Reinsve) che tiene insieme la famiglia anche grazie allo studio che ne fa. La sua scena agli Archivi Nazionali (parentesi: anche i luoghi pubblici in Norvegia hanno un design da AD) è un film di Wiseman senza esserlo, o forse sì.
“Il cinema è la vita con le parti noiose tagliate”, diceva qualcuno. Se non tagli niente, che è un po’ il metodo (falso: è comunque un’opera di montaggio) di Wiseman, allora quel film ci dirà che la vita è noiosa? Sì, e no. La vita è anche noiosa, ma l’atto del contemplarla può trasformarla subliminalmente in qualcosa che non avremmo previsto, e che forse non potremo sapere mai – nonostante ore e ore di girato.
L’ultimo lavoro di Wiseman è un’altra opera monstre (quattro ore) su una famiglia della ristorazione stellata. S’intitola Menus-plaisirs – Le Troigros, era a Venezia tre anni fa, ed è la risposta vérité (scusaci, Frederick) a quest’epoca di MasterChef e #foodporn. Là dove tutti vogliamo sintetizzare, semplificare ogni cosa – il cibo diventa una gara o un hashtag – lui sembrava dirci che bisogna sempre riconsiderare (il) tutto. Pure quando sembra non succedere niente.
La sorpresa nei panni d’attore per me sarà sempre il cameo, alias il membro di una commissione che deve dare fondi per un film alla povera regista Valeria Bruni Tedeschi, nei Villeggianti. L’ultima volta per tutti è stata invece in Vita privata di Rebecca Zlotowski: è il dottor Goldstein, psicanalista mentore della protagonista Lillian Steiner (Jodie Foster). Aveva ancora gli occhi accesi, e chissà cosa pensava su quel set dove sarà stato il mentore di tutti, che lo sapessero o no.
