Pare che Emerald Fennell le abbia mandato la sceneggiatura con un messaggio: «Se ti piace, Isabella è tua». E chissà se ad Alison Oliver è piaciuto davvero quel copione tanto divisivo, di certo deve averne intuito la portata. “Cime tempestose” (sempre tra virgolette) è un’operazione monstre, in tutti i sensi: in quattro giorni in Italia sfiora i 4 milioni, worldwide supera gli 82, con un budget già bell’e ripagato. Il box office ha già deciso da che parte stare. E del resto, quando Fennell promette “provocazione” (anche qui, tra virgolette), difficilmente manca l’obiettivo, almeno quello economico.
Nel romanzo di Emily Brontë, Isabella Linton è una vittima di violenza domestica, umiliata e abusata da Heathcliff. La versione di Fennell prende una strada più controversa (è un eufemismo). Intanto non è la sorella di Edgar, ma la sua pupilla, formalmente esterna al sistema famigliare, una creatura trattenuta in uno stato di eterna minorità. Alison Oliver l’ha definita una “baby-woman”, una donna-bambina mantenuta tale da Linton. Ed è una definizione che contiene già in sé una frattura.
La prima immagine che vediamo di Isabella è a un tea party: veste di giallo (il colore dell’eroina romantica in attesa di essere riscritta, chiedete a Penelope Featherington), un enorme fiocco tra i capelli, occhialetti sottili sul naso e quelle spalle appena curve, come se il peso dei libri fosse più reale di quello del mondo. Sta spiegando Romeo e Giulietta a Edgar e, mentre parla di amore assoluto, qualcosa nello sguardo tradisce uno scarto, una scintilla fuori posto che non capisci se è ingenuità o squilibrio.
Foto: Warner Bros.
Poi la casa delle bambole. Le miniature disposte con una cura quasi rituale, piccoli talismani “voodoo” intrecciati con capelli veri (!), un teatro privato in cui Isabella mette in scena dinamiche di potere prima ancora di viverle: è il tentativo infantile ma lucidissimo di esercitare controllo in un mondo che non gliene concede. Oliver in questa fase lavora su una leggerezza solo apparente, un’irrequietezza che non si dichiara mai del tutto. C’è un sorriso laterale, un’ironia sottile che suggerisce che Isabella non è stupida, forse solo un po’ folle. È una ragazza annoiata, repressa, che intuisce di essere stata tenuta bambina troppo a lungo e che sente nell’arrivo di Catherine e soprattutto di Heathcliff un’occasione di liberazione. «È come se le togliessero il corsetto», ha detto Oliver. «È come se si sciogliesse». In effetti l’abito fatto scendere goffamente sulla spalla ogni volta che Elordi entra in una stanza e il libro dell’amicizia per la Cathy di Robbie pieno di simboli inconsapevolmente fallici dovrebbero far sospettare che quella “scioltezza” abbia qualcosa di meno innocente.
Prima del walk on the wild side di Isabella però, bisogna passare da Sally Rooney. Per un’attrice irlandese classe 1997, formata alla Lir Academy di Dublino (e che esce con Johs O’Connor, ma questa è un’altra storia), misurarsi con Rooney significa esporsi subito, senza margini, dentro un universo che negli anni successivi a Normal People è diventato quasi un feticcio generazionale. Il primo vero ruolo da protagonista di Alison Oliver è in Conversations with Friends, adattamento del romanzo omonimo diretto e prodotto (anche) da Lenny Abrahamson (quello di Room): Frances, studentessa universitaria e poetessa, ironica, emotivamente trattenuta, coinvolta in una relazione clandestina con un attore sposato. Oliver prende un personaggio che rischiava di essere solo un’eroina millennial cerebrale, introspettiva, persino un po’ passiva e lo rende universale: una ragazza intelligentissima che usa l’intelligenza per proteggersi, finché si accorge troppo tardi che quello scudo non protegge dall’intimità. È una prova di controllo e sottrazione rara per un debutto da lead, tutta giocata sul non fare.
Alison Oliver (Frances) in ‘Conversations With Friends’. Foto: Enda Bowe/ HULU
È da lì che Fennell la intercetta e la porta nel teatrino crudele dei Catton in Saltburn. Venetia è la sorella ossigenata e apparentemente fragile di Felix (Jacob Elordi), e sulla carta avrebbe potuto essere l’ennesima variazione della ragazza ricca e borderline, ornamentale nel racconto di una decadenza aristocratica. In un film che lavora per eccesso, dove i personaggi sono iper-stilizzati, caricature gotiche immerse in un’estetica patinata (vi ricorda qualcosa?), grazie a Alison resta l’unico elemento davvero umano. È vulnerabilità pura contrapposta al controllo glaciale di Oliver Quick (Barry Keoghan): la scena della seduzione è un vero e proprio ribaltamento di potere. E quando, dopo aver accusato Oliver di aver distrutto la famiglia, viene trovata morta nella vasca da bagno, la sequenza potrebbe facilmente scivolare nel melodramma. E invece viene pittoricamente pervasa di una quiete disturbante, come se il personaggio si spegnesse coerentemente con l’energia nervosa che l’aveva attraversato fin dall’inizio. La sorella problematica era l’unica che aveva capito il gioco prima degli altri, ma non ha saputo sottrarsi. Nel momento in cui esce di scena, il film perde la sua unica voce critica dall’interno.
Alison Oliver (Venetia) in ‘Saltburn’. Foto: Prime Video
Poi, lontano dalle brume della brughiera e dai velluti decadenti, c’è Task. Un altro paesaggio, un altro registro: corridoi fluorescenti, un’indagine federale che si muove dentro un’America nervosa, radicalizzata, pronta a esplodere. Qui Alison Oliver è Lizzie Stover, agente statale del dipartimento di Lancaster, inserita nella task force guidata dall’FBI di Mark Ruffalo. E sarebbe semplice dipingerla come l’idealista, la coscienza morale del gruppo, invece Oliver la tiene una in tensione continua mentre cerca di capire dove finisce la propria convinzione e dove comincia la manipolazione, dove finisce la libertà e dove inizia il condizionamento.
Ed è esattamente lo stesso percorso che attraversa Isabella. Il problema è che in Brontë quella storia è un racconto di abuso crudissimo, senza romanticismi, nel film di Fennell invece la neo-moglie maltrattata si trasforma in una sottomessa consenziente, in bilico tra piacere e terrore, legata, alla catena (chains of love) come un cane, che Heathcliff fa addirittura abbaiare (e l’eco è sinistra, se si pensa che nel romanzo il cane di lei lo impicca davvero). È un ulteriore livello di cinismo, se non di misoginia, in questa “rilettura”. Ma Oliver ne resta la parte più viva. Racconta il risveglio sessuale come una scoperta destabilizzante, si incupisce, cambia la postura e lo sguardo, abbassa la voce. Non interpreta Isabella come vittima inconsapevole, ma come qualcuno che scambia l’intensità per autenticità, che passa dall’essere una creatura ingenua ossessionata dai nastri a una figura tragica e disturbante. È attratta dalla violenza emotiva perché la percepisce come verità nel mondo fasullo in cui aveva vissuto fino a quel momento. E quando capisce l’errore, c’è già troppo dentro. La sua Isabella è più di una pedina nel grande amore maledetto tra Catherine e Heathcliff, è la prova concreta del danno collaterale di quella passione.
Ecco perché Cime tempestose può permettersi i nomi di Margot Robbie e Jacob Elordi in cima al cartellone, ma è Alison Oliver che ruba la scena. Mentre Catherine e Heathcliff rimangono figure, pose, icone (pardon), la sua Isabella è l’unica che sembra sempre sul punto di deragliare davvero. C’è qualcosa di volutamente sbilanciato, di felicemente instabile nel modo in cui l’attrice attraversa le scene: un’energia che rompe la compostezza gotica del film, che lo disturba dall’interno. Isabella nel film non è quella immaginata da Brontë. Ma grazie ad Alison Oliver è la sola che non resta imprigionata nel moodboard patinato gothic-pop di Fennell. È contraddittoria, scomposta, e per questo non puoi smettere di guardarla.
