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La storia incredibile ma vera (e nera) di Kai, l’autostoppista con l’accetta

Tra i doc più visti su Netflix c’è quello che ricostruisce la parabola del ragazzo homeless passato da eroe virale “confezionato” dai media ad assassino brutale. La nostra recensione

Foto: Netflix

Sembrava una storia troppo folle per essere vera: un surfista homeless chiede un passaggio a uno sconosciuto in direzione Fresno, California. Durante il loro viaggio, il guidatore – un uomo di 130 chili per quasi due metri d’altezza – si presenta come il secondo Messia dopo la venuta di Cristo, confessa di aver violentato una ragazzina di 14 anni durante un viaggio di lavoro alle British Virgin Islands, e dice che tutti i neri devono estinguersi, prima di investire col suo veicolo proprio una donna nera in pieno giorno, schiacciando il suo corpo contro un camion. Quando un’altra donna arriva sulla scena dell’incidente per prestare soccorso, l’uomo esce dalla sua auto, la stringe in una morsa da grizzly e inizia a soffocarla. A questo punto interviene l’autostoppista, che prende un’accetta dal suo zaino e comincia a colpire l’autista sulla testa. Un reporter della tv locale KMPH intervista l’autostoppista con l’accenta, e il video in cui il ragazzo ripete “Smash, smash, SUH-MASH!” mentre descrive l’accaduto diventa virale nel giro di poche ore: milioni di persone in tutto il mondo lo vedono, e lui viene eletto nuovo eroe dell’Internet.

Per molti, qui finiva la storia di Kai. Ma nel documentario Kai, l’autostoppista con l’accetta, disponibile da qualche giorno su Netflix, la regista e sceneggiatrice Colette Camden racconta il tragico seguito di quel momento di fama virale. Un manipolo di avvoltoi dei media si avventa immediatamente su questo senzatetto ventiquattrenne, ignorando tutti i segni della sua instabilità mentale. Brad Mulcahy, all’epoca ricercatore di personaggi e fenomeni virali per Jimmy Kimmel Live!, ricorda quando accompagnò un visibilmente brillo (e dalle urinate in pubblico assai facili) Kai come ospite del late-night show. Poco dopo, il team di Justin Bieber lo contattò per una collaborazione. E Lisa Samsky, una produttrice di reality che aveva lavorato nel team di Al passo con i Kardashian, lo ingaggiò per un potenziale programma tutto suo (Kai firmò anche un contratto: in geroglifici). “Non sapevamo con esattezza di cosa avrebbe parlato lo show. Penso che le persone del mio network videro in Kai una possibile chiave d’accesso a un mondo che non avevamo mai visto: homeless che vivono per strada del tutto felicemente”, dice Samsky nel documentario, inconsapevole di quanto quelle parole possano suonare oggi inopportune.

Quelli che lo conoscevano descrivono Kai, nato Caleb McGillvary, come un tipo facile agli attacchi d’ira. Nella versione integrale dell’intervista di KMPH postata online, Kai accenna a un altro incidente: avrebbe soccorso una donna mentre veniva aggredita da un uomo violento, anche in quel caso “colpendo l’uomo sulla testa” e “cavandogli tutti i denti dalla bocca”. “Credo sinceramente che Caleb soffra di disturbi mentali”, dice suo cugino, Jeremy McGillvary Wolfe, “quando si sente sotto pressione, finisce per restarne schiacciato. E in questo caso, Caleb è rimasto schiacciato davvero”. Wolfe ricorda anche l’infanzia difficile di Kai in Canada. Sua madre, dice il cugino, non gli permetteva di andare a giocare con gli altri bambini e spesso “lo chiudeva in camera per parecchie ore”, oscurando le finestre con delle coperte (più avanti nel film, la madre offrirà la sua debolissima obiezione a questa accusa). Kai tentò di dar fuoco alla casa in cui abitavano quando aveva 13 anni e dunque, subito dopo, fu mandato a vivere in una casa famiglia.

Poi arriva la questione dell’incidente vero e proprio. Kai iniziò a dire alla gente di Fresno che aveva passato all’autista, Jett McBride, una canna che comprendeva un numero di droghe imprecisato (un esperto tossicologo ha poi però dichiarato di aver trovato solo marijuana, nel sistema circolatorio di McBride). Secondo il poliziotto di Fresno Jeff Stricker, Kai e McBride hanno fumato una canna insieme nell’auto; Kai avrebbe quindi detto a McBride “sembriamo due fantasmi”, per poi aggiungere: “Scommetto che se andiamo contro quel camion nessuno ci vede”. “Non è molto chiaro, nel raccontare la dinamica dell’incidente”, osserva oggi Stricker.

Nel maggio del 2013, tre mesi dopo quell’intervista diventata virale, un avvocato 73enne di nome Joseph Galfy fu trovato morto nella sua casa di Clark, New Jersey. Indossava solo un paio di mutande e di calze, e il suo cranio era letteralmente massacrato. La polizia rinvenne un pezzo di carta sotto il suo pc con sopra scritto il nome di Kai e il suo numero di telefono, insieme a un biglietto del treno. Questi indizi portarono gli agenti a trovare un filmato registrato dalle telecamere di sorveglianza della stazione di Clark in cui si vede Galfy comprare un biglietto a una macchinetta e consegnarlo a Kai, prima di salutarlo con un abbraccio. Le autorità trovarono Kai in una stazione degli autobus di Philadelphia qualche giorno più tardi. Anche se Kai ha ammesso di aver ucciso Galfy, la sua versione degli eventi oggi suona ancora come un’autodifesa. Negli interrogatori mostrati nel documentario si vede Kai dire a due investigatori che Galfy l’ha abbordato a Times Square per poi portarlo in un ristorante italiano e offrirgli di passare la notte da lui, invito che Kai ha accettato. Kai dice quindi ai poliziotti di essersi svegliato il giorno seguente convinto di essere stato drogato e abusato sessualmente durante il sonno. Il 14 maggio del 2013, Kai scrisse su Facebook un messaggio che iniziava con: “Cosa avreste fatto voi, se vi foste svegliati nella casa di uno sconosciuto intontiti e con uno strano sapore metallico in bocca…?”, per poi aggiungere i suoi sospetti sull’essere stato appunto drogato e violentato.

Kai confessò alla polizia che non aveva aggredito l’uomo in quel momento, ma di aver preso un treno per Asbury Park, New Jersey, per incontrare una fan con la speranza di finirci a letto. Dopo che la fan non si fu materializzata, Kai chiamò Galfy e gli chiese di poter passare un’altra notte a casa sua. Quella notte, Kai dice di essersi svegliato per colpa di un’altra aggressione sessuale da parte del settantenne: a quel punto l’avrebbe colpito ripetutamente sulla testa con le sue mani e i suoi gomiti, fino a ucciderlo. La polizia ha rilevato molti buchi nella ricostruzione di Kai: non c’era in lui nessun segno di contrizione; l’attacco suonava particolarmente brutale; il suo racconto delle interazioni con Galfy cambiava di volta in volta; il video in cui Kai abbraccia Galfy (e la richiesta di passare da lui una seconda notte) suonavano abbastanza strani, rispetto al racconto dell’aggressione; e anche il fatto che Kai decise di tagliarsi i capelli e lasciare lo Stato destava più di un sospetto.

Con i suoi 87 minuti, Kai, l’autostoppista con l’accetta sembra quasi troppo breve per passare in rassegna i tanti temi che questo caso mette in luce. Avrebbe potuto dedicare più spazio alle prove contro il ragazzo, o al fatto che non ci sia stato di fatto nessuno a supportarlo nella sua difesa. È sicuramente più efficace come atto d’accusa contro l’avidità dei media e il loro modo di trattare un ragazzo homeless e con disturbi mentali.

Nel 2019, Kai è stato giudicato colpevole di omicidio di primo grado e condannato a 57 anni di reclusione in un carcere di massima sicurezza. Dovrà scontare almeno l’85% della sua pena: la sua richiesta di appello, nell’agosto del 2021, non è stata accolta, ma lui continua a provarci. Alla lettura della sentenza, il giudice ha definito Kai “una polveriera di furia esplosiva”. E ha poi aggiunto: “Voi avete creato l’immagine di questo spirito libero, ma dietro quello spirito libero la giuria ha visto solo un assassino dal sangue freddissimo”.

Da Rolling Stone USA

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