‘La Sposa!’: la recensione del film Maggie Gyllenhaal con Jessie Buckley e Christian Bale | Rolling Stone Italia
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‘La Sposa!’: non tutte sono a fuoco, ma quante idee ha Maggie Gyllenhaal

La libera reinterpretazione del mito di Frankenstein è per l’autrice il modo – camp, punk, talvolta caotico – per dare voce alle donne sepolte (letteralmente) dalla Storia. E Jessie Buckley e Christian Bale sono grandiosi

‘La Sposa!’: non tutte sono a fuoco, ma quante idee ha Maggie Gyllenhaal

Christian Bale e Jessie Buckley in ‘La Sposa!’ di Maggie Gyllenhaal

Foto: Warner Bros.

Lui è un cadavere resuscitato, condannato a vagare per la Terra in uno stato di miseria esistenziale per secoli. Lei è l’ex amante di un gangster da quattro soldi, riportata in vita per diventare la sua anima gemella. Si potrebbe dire che sono fatti l’uno per l’altra. Non che questa giovane donna con un serio conto in sospeso con il patriarcato avesse molta scelta in merito. Il suo aspirante sposo e la sua amica medico l’hanno dissotterrata, le hanno pompato migliaia di volt di elettricità nel corpo e ora si aspettano semplicemente che lei giochi alla famiglia felice per l’eternità? Col cazzo! Lei non ha voce in capitolo in tutto questo? Be’, è abbastanza per spingere una donna un tempo morta, ora di nuovo viva ed estremamente arrabbiata, a scatenare una rivoluzione e radere al suolo l’intera infrastruttura marcia e sessista.

La Sposa!, la versione radicale ed esplosiva di Maggie Gyllenhaal della Moglie di Frankenstein ora nelle sale, è tutto incentrato sull’azione. Chi la ottiene, chi no, e come gran parte di essa sembri attraversare linee basate sui cromosomi. Riguarda anche le gioie di un vero sodalizio di coppia e la necessità di essere accettati alle proprie condizioni o di non essere accettati affatto. E del concetto di coppia fuorilegge, e di come quel cliché eterno degli amanti in fuga sia diventato parte della mitologia popolare americana. E del recupero dell’eredità di Mary Wollstonecraft Shelley dal canone dominato dagli uomini. E poi c’è il piacere di guardare gli attori nei panni di ricconi e signorine anni ’30. E la gioia dei numeri musicali old school: a chi non piacciono i numeri musicali old school? E… e…

Ci sono un sacco di idee che si contendono spazio e ossigeno nelle oltre due ore di durata della Sposa! e un sacco di film diversi citati uno dopo l’altro. È come se Gyllenhaal temesse di non poter mai più realizzare un altro film dopo il suo impressionante debutto con La figlia oscura (2021), quindi quando le è stata concessa la possibilità di un’opera seconda ha deciso di realizzare tutti e quattro i suoi prossimi film in una volta sola. Considerando che questo mix gloriosamente folle di film di genere, politica di genere, camp, punk e rabbia è stato realizzato dalla Warner Bros. – la stessa casa di produzione che ci ha regalato opere intelligenti e ambiziose come I peccatori, Una battaglia dopo l’altra e Barbie, e che probabilmente subirà un serio restyling politico – è difficile biasimarla. Abbiamo bisogno di più Borgia come Warner per sostenere registi ambiziosi. Ma ciò di cui abbiamo davvero bisogno sono registi più ambiziosi come Gyllenhaal, disposti a puntare in alto per ogni obiettivo che hanno davanti. È un’artista che ha molto da dire. E questa variazione sul Moderno Prometeo di Shelley le dà la possibilità di dirlo a voce alta, anche se non sempre in modo chiaro.

LA SPOSA! | Trailer Ufficiale

Il film si apre con Shelley stessa, che parla dall’aldilà e si rammarica di non aver potuto raccontare altre storie prima della sua prematura scomparsa all’età di 53 anni. Ciò di cui l’autrice ha bisogno è un’altra possibilità per dire la sua verità, il che richiede un altro corpo. Shelley è interpretata da Jessie Buckley, che ricopre anche il doppio ruolo della nuova “ospite” in questione. La narratrice chiama la donna Ida, come in “I’d-a rather not” (“Preferirei di no”), una versione del mantra di Bartleby lo scrivano di Herman Melville, pubblicato due anni dopo la morte di Shelley nel 1853, e un leitmotiv nella maratona di battute del film. Siamo a Chicago nel 1936, e Ida è la donna di un gangster. Dopo essere stata posseduta da Shelley, la signora fa una scenata in un ristorante di lusso, con grande disappunto dei suoi commensali. Ben presto ha uno sfortunato incontro con una scala.

Nel frattempo, in un laboratorio dall’altra parte della città, una strana figura fa visita a un medico. Frankenstein (Christian Bale, nel ruolo per cui è stato riportato in vita dopo anni in cui lo abbiamo visto poco) è stanco di vagare per il mondo, e maledice il suo destino di uomo solo. Ora è pronto a sistemarsi. Dopo aver esaminato attentamente i trattati di una certa dottoressa Euphronius (Annette Bening), Frank l’ha cercata e vorrebbe che lei gli creasse una sposa. La brava dottoressa è riluttante a testare alcune delle sue teorie più stravaganti sul “rinvigorimento” dopo aver subìto una tragedia personale durante un esperimento. Sarebbe troppo traumatico. “Pensavo fossi una scienziata pazza”, ribatte Frank. Ed è lì che Euphronius accetta.

Stacco su: Zap! Crackle! Pow! Ida torna dalla morte, tossendo una sostanza nera e appiccicosa; la macchia d’inchiostro sulla guancia destra diventerà il suo segno distintivo, il suo marchio permanente di Caino, il suo swoosh Nike. Lei è incerta su questo nuovo accordo, mentre Shelley è entusiasta e continua a intromettersi ogni volta che Ida e Frank cercano di conversare. Alla fine, finiscono in un locale clandestino che Gyllenhaal filma come un nightclub per queer e morti. Alcuni uomini diventano un po’ troppo invadenti con Ida sulla pista da ballo. Seguono lei e Frank fuori. I malfattori vengono picchiati. Ai nostri eroi non resta che mettersi in viaggio, con Ida che ora si fa chiamare Penelope, forse perché era il nome della moglie di Ulisse, forse perché “Pretty Penny” suona bene come nome d’arte. Diventano presto idoli popolari e sensazioni mediatiche, una sorta di Bonnie e Clyde per i mall-goth. Per citare la versione cinematografica di Shelley: ecco che arriva la fottuta Sposa!

Jessie Buckley è ‘La Sposa!’. Foto: Warner Bros.

Il termine “massimalista” non basta a descrivere La Sposa!, e la sua idea di moderazione è quella di dare al titolo un solo punto esclamativo invece di tre. Ci sono numeri di canto e ballo, alcuni dei quali si svolgono negli infiniti musical in stile MGM che Frank guarda ossessivamente, e altri che la coppia mette in scena in proprio; uno spettacolo stravagante dà persino il via a un nuovo stile di ballo che fa sembrare il Charleston antiquato. Jake Gyllenhaal appare come un ballerino vecchio stile in cilindro e frac. Peter Sarsgaard e Penélope Cruz interpretano i detective che danno la caccia alla coppia, fungendo occasionalmente da portavoce per alcuni dei messaggi più simili a un Power Point sui doppi standard sociali. Il film stesso è ubriaco di cinema, anche se sembra esserci poco affetto per i film horror della Universal che ne hanno costituito la base. Tuttavia, c’è spazio per folle armate di torce e mitragliatrici Thompson. Gli anacronismi abbondano. Non viene persa nessuna occasione per il kitsch. Pensavate che Puttin’ on the Ritz (già utilizzata in Frankenstein Junior, ndt) non avrebbe avuto un riferimento e un numero di soft-shoe? O che Monster Mash non sarebbe stata nella colonna sonora? Vi sbagliavate su entrambi i fronti.

Alcune cose funzionano, altre no, altre ancora sembrano terreno fertile che viene seminato ma mai realmente coltivato: un movimento populista ispirato dalle buffonate della Sposa, con tanto di seguaci che copiano i suoi capelli crespi e il rossetto nero, viene brevemente introdotto, poi dimenticato fino a quando non viene tirato fuori per la battuta finale dei titoli di coda (da questo si ricavano però i titoli Girl Rrriot! e Twisted Sisters Rage Against the Machine!, che meritano un 10 pieno). Eppure, anche tra il chiasso e la furia deliranti, il film trova lo spazio per dare risalto alle sue star. Bale una volta ha trasformato un uomo “moderno” in un mostro con American Psycho; ora fa il contrario con la creazione di Frankenstein – non chiamatelo mostro – e vi mostra la malinconia e il desiderio che si nascondono sotto questa bruta sensibilità. Buckley era già una delle attrici più interessanti in circolazione prima che Hamnet – Nel nome del figlio la rendesse nota a tutti, e qui è incoraggiata a recitare in modo nervoso e disinvolto. Le scene in cui la donna di Chicago e la defunta scrittrice britannica litigano su chi debba controllare la Sposa la vedono passare da un accento all’altro, a volte nella stessa frase, a volte nella stessa sillaba. Ma anche quando le viene solo chiesto di scambiarsi frecciatine, sorrisi gioiosi e sguardi tristi con Bale, è elettrizzante.

Non si può dire che Gyllenhaal non abbia dato il massimo con La Sposa!, e più si guardano gli attori dare vita a questo incontro tra corpi sfregiati e menti affini, più si ha la sensazione di guardare qualcosa che non è solo perversamente esagerato, ma anche personale. Ma non pensiamo che la sua controparte principale sullo schermo sia la Sposa stessa, anche se è un veicolo perfetto per la rabbia femminile. Quando il medico di Bening appare per la prima volta, il suo portamento e la sua acconciatura ondulata ricordano Ernest Thesiger, l’attore che ha interpretato lo stesso ruolo di scienziato pazzo nel film originale La moglie di Frankenstein. Guardando più da vicino, però, la persona a cui assomiglia di più, acconciatura compresa, è la stessa Gyllenhaal. Sia la regista che Euphronius sono donne che lavorano in un campo dominato dagli uomini, che sono state senza dubbio sottovalutate e criticate per la loro ambizione. Entrambe trovano il modo per far vedere alla fine la loro genialità. Entrambe sono creatrici. Nessuna delle due vuole aspettare di ricevere il permesso di fare ciò che vuole. Per fortuna, una delle due è reale.

Da Rolling Stone US