Recensione di 'Teenage Sex and Death at Camp Miasma' | Rolling Stone Italia
la petite mort

La rivincita dei secchioni al cinema comincia con ‘Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte’

Il terzo film di Jane Schoenbrun arriva al cinema domani: un horror sui generis, nel senso che apre una sorta di scuola propria, queer e liberissima. E le protagoniste sono l'ottima coppia attoriale che non ti aspetti

Teenage Sex and Death at Camp Miasma

Hannah Einbinder (a sinistra) e Gillian Anderson (a destra) in 'Teenage Sex and Death at Camp Miasma' di Jane Schoenbrun

Foto: MUBI

C’è un gioco che gli studenti di cinema amano fare: dopo essersi procurati una copia (spesso illegale, coff coff) del più bel brutto film della storia del cinema, The Room di Tommy Wiseau, si premuniscono di una generosa per non dire smodata quantità di alcolici a basso prezzo. Distribuiscono poi un bicchierino a ognuno dei presenti alla proiezione. Durante la proiezione (o la riproduzione, vabbè, facciamo i romantici) del film, ogni volta che sullo schermo comparirà un cucchiaio, tutti insieme si caleranno uno shot superiore ai 40 gradi. Rideranno a crepapelle nel farlo. E rideranno, anzi no, si sbiascicheranno nelle meravigliosamente circolari scene di sesso tra i due protagonisti, forse le più mal girate, again, della storia del cinema. Dove il membro maschile di Johnny, interpretato da Wiseau stesso, si conficca più o meno nell’anca di Lisa (Juliette Danielle).

Forte del successo di queste esperienze, in anni più recenti mi sono trovata a riproporre il drinking game al mio attuale compagno – evidentemente nei primi stadi della relazione, quando tutto si gioca per sedurre l’altro, e tutto è perdonato in caso di deleterio fallimento. Apparecchiato a dovere, premetti il tasto Play di questo capolavoro. Con mio sommo disappunto, il suddetto compagno mostrava segni di cedimento in concorso di noia ben prima della metà del film. Come se non bastasse, sembrava quasi non notare l’esilarante set décor composto in gran parte da fotografie – esatto – di cucchiai incorniciate. Una piccola morte mi pugnalò (e non quella eufemistica e alla francese): avevo vissuto in un mondo di fantasia? Il mio senso dell’umorismo era da buttar via? Avevo perso la capacità di ritenere un brutto film solamente un brutto film, senza doverci ricamare sopra per renderlo, be’, un film da cinéphile? Che cosa mi aveva fatto il cinema, in che mostro mi aveva trasformato?

A dar voce e soluzione a questi tormenti sembra arrivare, da domani al cinema con MUBI, Camp Miasma: adolescenza, sesso e morte di Jane Schoenbrun, regista statunitense che tutti i titoli della settima arte sembra aver macinato, e che, sono sicura, avrebbe fornito una compagnia di visione più aggradante del mio partner per un watch party a tema The Room.

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La certezza deriva, innanzitutto, dal titolo stesso del film: lungo, verboso, metacinematografico. Perché Camp Miasma non esiste, è il protagonista di un film a sua volta fittizio. Cult minore – leggasi: per nerd – del genere horror, Camp Miasma ha segnato la vita professionale e privata di Kris (la Hannah Einbinder di Hacks) fornendole una scena-madre freudiana a cui agganciare le sue pulsioni. Di celluloide, spingendola a diventare regista, e identitarie. È in uno sguardo della protagonista (fittizia) Billy Presley che Kris trova infatti tutto: la motivazione a girare, l’impulso sessuale che le fa capire di essere interessata alle ragazze, una disperazione in cui il terrore si fa estasi e prende corpo – letteralmente – in Little Death, supercattivo di Camp Miasma la cui identità, ohibò, è nascosta dal collo di una vecchia cinepresa schiacciato e tramutato in maschera. «Viene dal fondo del lago, da dove arrivano tutti i film», spiega Kris ai produttori che dovrebbero darle green light per le riprese. Inutile dire che quest’altra piccola morte, riflessione intrecciata sull’effetto dei film sulla nostra psiche e viceversa, sarà mal compresa dai gretti mestieranti dell’industria di Hollywood.

Jane Schoenbrun, d’altro canto, non ha fatto mistero di non riporre più di tanta fiducia nelle possibilità di purezza del mondo di Hollywood (da dove provengono tutti i finanziamenti, per parafrasare). La passione per i film «americani» e per la televisione (pure!) non impediscono, con le sue parole, di sviluppare il desiderio di distruggere tutto. Dove questo tutto sarebbe l’impostazione stessa del discorso cinematografico e dei generi codificati che si porta dietro. In altre parole, Jane Schoenbrun si impegna in una Crociata culturale: portare al pubblico gli stessi film che avrebbe voluto vedere nella sua adolescenza, ma pure quelli che vorrebbe guardare nella usa vita adulta e presente. In tutta la loro cinefilia: vedo già i miei vecchi compagni di università nelle poltrone della sala in cui si proietta Camp Miasma, ben riforniti di pop corn. D’altronde, ogni nerd della celluloide obbedisce alla regola di Tom Cruise in materia di snack da sala. 

Teenage Sex and Death at Camp Miasma

Hannan Einbinder è Kris in ‘Camp Miasma’. Foto: MUBI

Classe 1987, Schoenbrun lo ha già fatto, nel 2021 e 2024 rispettivamente, con We’re All Going to the World’s Fair e I Saw the TV Glow, lungometraggi horror che intrecciavano i temi dell’identità pubblica e personale con i tropi del genere, eliminando l’elemento di exploitation spesso presente in questa categoria di visione. Entrambi, inoltre, rendevano già i mezzi di comunicazione della contemporaneità i veri principi dell’azione, in un certo senso: Internet, e la televisione. Con Camp Miasma però – presentato nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2026 e vincitore della Queer Palm – il passo in avanti è maggiore, a livello produttivo, narrativo ma pure retorico. Il cinema non è più infatti solo un mezzo o parte della storia, è la storia stessa. Contestualizzata, peraltro, in un gioco a incastri di dream within a dream: Kris girerà un nuovo capitolo nel franchise della IP legata a Camp Miasma, la quale finora si è dimostrata difficile da mettere a frutto. Il suo progetto: tornare al grado-zero di narrazione, rifacendo il primo capitolo con la sua stella originaria: Billy Presley, ormai cresciuta. E interpretata dalla “Norma Desmond” (Viale del Tramonto, ovvio) che tutti ci meritiamo, e che tutti dovremmo riconoscere, solo… in senso positivo: Gillian Anderson.

Lo studio mi ha scelto per questo nuovo lavoro perché sperano che la giovane regista queer – lesbica, e in una relazione poliamorosa – ristabilisca le sorti del franchise. Questa la sentenza fin troppo lucida di Kris, che comunque decide di sfruttare l’occasione della vita per far le cose a modo suo. Già i legami autobiografici con Schoenbrun, la “Kris della vita reale” (che dichiara che non le interessano le nomination e i premi, anche se servono per poter fare nuovi film, quindi sì, alla fine le interessano), sarebbero sufficienti. Se non fosse che Schoenbrun è anche transfeminine e in una relazione poliamorosa con la donna diventata sua moglie prima della transizione – sono highschool sweetheart da sempre. E qui, l’impianto di Camp Miasma assume un peso del tutto diverso.

Teenage Sex and Death at Camp Miasma

Little Death. Foto: MUBI

La legacy ma pure l’ascendenza di quest’opera, infatti, si tracciano a pieno titolo nel dialogo con la storia del cinema. Un cattivo con la testa a macchina da presa, le scene madri (in cui il femminile è fondamentale e fondativo), quel camp stesso che riverbera nel titolo e che è impossibile non pensare non in quanto riferimento al “campo” delle vacanze estive, ma proprio al camp, genere studiato famosamente da Susan Sontag ed emblema della contro-espressione culturale della comunità queer quando si fa mainstream, appropriabile, comunicativa. Camp Miasma infatti è un film eccessivo, ridicolo sotto certi aspetti, iperbolico e voluto proprio così: siamo a un tiro di schioppo (o di lancia di Little Death) dalla definizione di camp.

Ed è un film a tesi, dimostrazione che il cinema può interpretare bisogni e desideri e fornirci strumenti con cui esplorare la nostra stessa identità e rifletterla, cioè rappresentarla e ribatterla a favore di altri occhi, altre vite, altre personalità da costruire. Little Death infatti ritorna, in Camp Miasma. Per davvero, ma questa volta soprattutto come metafora: necessità non-morta di rivedere il pericolo, il cattivo della storia. Perché troppo spesso, pare il sottinteso, nella società di oggi i malvagi, i colpevoli sembrano proprio i queer, che in inglese significa innanzitutto strano, deviante, “diagonale”. Qualcuno che non si rifà alla linea “dritta” (straight, appunto) della cultura dominante. No, sembra dire Schoenbrun, le cose non stanno (più) così. Con un film libero, che nella seconda metà assume senza remore il passo e la postura del saggio; che scombina le aspettative del genere horror (ma d’altronde, quello lo hanno codificato “i dritti”, tra final girl e pugnali); e che fa pure, in certe scene, ridere. Temo però – e ve lo lascio come avvertimento – che si tratti della stessa risata che mi guidava nelle mie visioni di The Room e dei suoi cucchiai. Vedremo a quale categoria di spettatori apparterrete.

Teenage Sex and Death at Camp Miasma

Gillian Anderson e Hannah Einbinder in ‘Camp Miasma’. Foto: MUBI

I mostri veri potrebbero insomma stare da un’altra parte, ci sussurra nell’orecchio Schoenbrun, e potrebbero avere l’aspetto di un produttore di Hollywood che adora ubriacarsi e commentare le belle ragazze quando si tratta di fare affari. È un’opinione, credo, condivisibile. Ma oltre alla tesi, ampiamente portata a casa per la gioia di tutti gli studenti di cinema della storia, c’è un’azione ctonia più interessante, se lo chiedete a me. E ha a che fare ancora una volta con la natura del genere horror, ma non come l’abbiamo inteso fino a ora.

Da George Romero in avanti soprattutto, ma lo stesso vale fin dai vampiri e gli zombi haitiani e insomma, per qualsiasi spazio-tempo in cui si raccontassero cautionary tales spaventose, il terrore ha giocato nella posizione di cartina tornasole socio-culturale. Ciò che ci fa paura, qui e ora, viene incarnato nell’orrore per essere combattuto, vinto ed esorcizzato. Così, un film horror diventa una splendida vetrina sul contemporaneo, che si tratti di ansie ecologiste (vedere l’horror-thriller recentissimo The Last House), paure legate al timore nei confronti del “diverso”, e chi più ne ha, più ne metta. Camp Miasma sembra sfuggire da questa regola, e infatti si potrebbe girare la questione: ma è un vero film horror? Rispondendoci per semplicità che, sì, lo sia, allora dovremo dire che l’horror, forse, sta cambiando. E assumendo se non forse una veste, perlomeno una prospettiva inedita. Magari, proprio quella queer, che sono ai drittoni pare in fondo dirompente e “nuova nuova”.

Teenage Sex and Death at Camp Miasma

Little Death. Foto: MUBI

Camp Miasma non è infatti un film sulla rimozione dello spaventoso culturale; ma, come si sarà ormai capito, un lavoro che integra e normalizza esperienze straordinarie com’è, per esempio, conservare la propria identità (quella di persona trans, per esempio; o avere un rapporto con la sessualità diverso “da quello di tutti” o, be’, dagli stereotipi) senza che ciò debba tramutarsi in un big deal generalizzato, sempre e comunque. Ascoltando le notizie recenti, e venendo a sapere che una regista del calibro di Lilly Wachowski non riesca a ottenere finanziamenti per un film che vedrebbe un cast di attor* interamente trans proprio perché… avrebbe un cast di attor* interamente trans; ci si può facilmente convincere che questo, sì, sia un tema nel contesto socio-culturale contemporaneo. Questa volta, però, l’horror non lo vuole sublimare, ma celebrare, esaltare. Non c’è nulla da rimuovere, in Camp Miasma, nemmeno il primo kill di Little Death.

Farà piacere a un po’ di persone, questa ventata di aria fresca. E, credo, pure agli studenti e ai nerd di cinema. I quali, sicuramente, troveranno il modo di inserirsi sotto la pelle del film e piegarlo agli oscuri scopi delle loro serate alcoliche. Ce ne sono di riferimenti da scovare, nel film secchionissimo di Jane Schoenbrun, anche senza volersi perdere in ragionamenti approfonditi. A conti fatti, la forza di Camp Miasma è proprio questa: ottimo materiale per un paper accademico, già in un certo senso bello ordinato, per chi volesse interpretarlo così. Altrimenti, viva a chi sarà capace di godersela anche senza cucchiai a cui urlare sullo schermo. Tenendosi la voglia di rivederlo per motivi che esulino dal metacinematografico.

Che così sia, allora. Andate, guardate, e morite tutti insieme di una piccola, dolce morte a Camp Miasma.